Wiener Staatsoper 24 aprile 2022 Donizetti. “Lucia di Lammermoor”

Programma di sala

Devo dire che Vienna mi mancava. Non posso ma soprattutto non so spiegare perché quando mi trovo in questa città mi sembra di essere a casa. Come dice un mio allievo che ci vive da anni: un conto è viverla da turisti, un conto è “viverci”! Gli credo ma, in ogni caso, non ho mai provato questa sensazione in altre città europee da me visitate più volte. Come spettatore sento più mio questo teatro che quello della mia città che, pur piacendomi, sento poco ospitale.

Locandina della recita del 20

Durante il periodo duro della pandemia pensavo che non ci sarei più tornato ed invece eccomi qui per ascoltare e vedere una recita di Lucia di Lammermoor con un cast che ha soddisfatto pienamente le mie aspettative.

Applausi finali

Parto con una considerazione fatta al termine della recita. Il pensiero è andato ai nostri melo -soloni che, invece di pontificare andando a teatro gratis facendosi passare per “critici musicali”, dovrebbero spostare le chiappe di qualche millimetro e soprattuto in autonomia! Io ho un concetto molto diverso da quello che la rete spaccia troppo spesso come critica. In realtà quelle non sono altro che cronache come quelle che faccio io con la differenza che io le propongo come tali specificando che trattasi solo di mie impressioni mentre le melosfrante che passano per critici le propongono come verità assolute. Nessuno se l’abbia a male ma non mi stancherò mai di dirlo.

Foto di rito davanti alla locandina

Parto dallo spettacolo. Questa è una produzione di Laurent Pelly nata recentemente qui a Vienna con una cantante che, come ho scritto un paio di cronache fa, non andrei a sentire nemmeno se mi pagassero! Lo spettacolo non è brutto e non disturba (vedasi la nuova Lucia del Met…..robe da denuncia!!!). Ho trovato altri lavori di Pelly più interessanti ma…accontentiamoci, felici di non vedere schifezze in scena. Lo spazio è occupato quasi interamente da colline innevate con nevicate annesse, bianco che verrà contrastato poi nella scena della Pazzia con un muro rosso ed un lungo tappeto rosso anch’esso che suggerisce ovviamente una striscia di sangue!

Lisette Oropesa al termine della prima parte della Pazzia accolta da un’interminabile ovazione.

Lucia era Lisette Oropesa. Come ho già scritto ogni volta è per me una sorpresa. La Oropesa è una cantante che non si ripete mai. In ogni ruolo che affronta trova spunti diversi sia dal punto di vista vocale sia da quello interpretativo. La sua è una Lucia adolescenziale, piena di energia, vedasi l’aria iniziale, lo scontro con Enrico ed il tentativo di convincere Edgardo della sua estraneità alla decisione presa dal fratello nel farle sposare un altro. Il suo solido bagaglio tecnico le permette di regalarci momenti di grande livello vocale come pure commuove nella sua interpretazione.La Scena della Pazzia è stata eseguita, in un silenzio siderale, con l’ausilio della Glasharmonika che rende una migliore giustizia al brano al posto del flauto spesso troppo lezioso. Per me tra le Lucie dei nostri giorni potrebbe essere quella di riferimento. Non ricordo un trionfo simile dai tempi di Edita Gruberova. Sono impaziente di ascoltarla a Napoli il prossimo settembre come Elvira nei Puritani. Brava Lisette!!!

Lisette Oropesa riceve i meritati applausi al termine
Applausi

Edgardo era Benjamin Bernheim. Non ho mai avuto una grande passione per i tenori ed è cosa nota ma qui mi sono trovato davanti ad una delle più belle voci di tenore da me ascoltate negli ultimi vent’anni! Timbro di rara bellezza. Acuti facili da vero tenore lirico. Ottime qualità interpretative. Ottima presenza scenica. Altro trionfo.

Benjamin Bernheim ai ringraziamenti finali

Il baritono George Petean era Enrico. Questo cantante mi aveva già impressionato a Zurigo come Riccardo nei Puritani anni fa. L’ho trovato maturato e sempre con un registro acuto formidabilmente facile tanto da aggiungere puntature spericolate in momenti insoliti della partitura. Invito i miei concittadini ad andare ad ascoltarlo nell’unica recita che farà di Rigoletto al Carlo Felice il 20 maggio. Provare per credere!

George Petean

Raimondo era Roberto Tagliavini che, sempre a mio avviso, è oggi il miglior basso italiano. Voce stupenda, perfetta gestione del passaggio di registro (e so di cosa parlo!), grandi qualità interpretative e totale senso del legato. Ha cantato stupendamente anche l’aria “Cedi, cedi o più sciagure” che ancora in qualche edizione viene omessa ridando così dignità a questo personaggio che spesso passa inosservato. Bravo!!!

Roberto Tagliavini, applaudito Raimondo

Funzionali ed adeguati al livello dei protagonisti: Josh Lovell (Arturo), Patricia Nolz (Alisa) e Hiroshi Amako (Normanno), gli ultimi due membri dell’Opernstudios.

Applausi finali

Alla direzione Evelino Pidò. Visto dirigere anni fa a Bruxelles il Robert le Diable di Meyerbeer si conferma anche come un direttore conoscitore del repertorio belcantistico. Molti tagli aperti, qualche scelta esecutiva che non mi ha trovato d’accordo ma pur sempre un’ottima interpretazione del capolavoro donizettiano. Segue con attenzione i cantanti che lavorano tranquilli sotto la sua direzione. Coro e orchestra collaborativi ed all’altezza della situazione.

Evelino Pidò
Il Coro della Staatsoper di Vienna

Applausi interminabili al termine della rappresentazione, cosa che ultimamente è capitata raramente ed era viva solo nei miei ricordi.

Applausi finali

Al termine, salutati tutti gli interpreti, mi sono intrattenuto con Lisette con la quale abbiamo scambiato opinioni sullo spettacolo e che, come sempre, è straordinariamente gentile con tutti! Grande serata che mi ha riportato a tempi quasi dimenticati! Viaggio che valeva la pena di intraprendere! Next!!!

Con Lisette Oropesa
George Petean firma il mio programma
Due parole con Roberto Tagliavini
Dalla mia postazione!
Benjamin Bernheim ha firmato una foto fatta a Zurigo due anni fa.

Milano Teatro alla Scala 20 Aprile 2022 R. Strauss Ariadne auf Naxos

Programma di sala

Ed eccomi alla seconda Ariadne straussiana di questa stagione. Unico motivo di reale interesse per questa Ariadne, appunto la seconda nel giro di un mese, era la presenza del soprano statunitense Erin Morley nel ruolo di Zerbinetta. Il soprano era al debutto nel teatro milanese, debutto in realtà anticipato di poco in quanto, durante le prove dell’opera, si è trovata a dover sostituire un’altra collega nell’esecuzione della Seconda Sinfonia di Mahler diretta da Chailly.

Organico Ariadne

Avevo già visto questa produzione dell’opera di Strauss a Vienna nel 2013 e, parte degli interpreti di questa sera, ne facevano parte.

Foto d’obbligo fuori dal teatro

Inizio subito da una nota negativa. Sicuramente per la Scala è stata un’occasione persa. Tutta l’esecuzione è stata condizionata da una direzione scialba e poco attenta a tutte le possibilità timbriche che questa straordinaria partitura può offrire. Questo direttore, tal Michael Boder, che non conoscevo affatto e con un curriculum non particolarmente significativo sembrava essere li per caso. Si è verificata una situazione totalmente opposta all’esecuzione bolognese. Là c’era un’orchestra che non è sicuramente al livello di quella della Scala ma un direttore che ne ha saputo trarre il meglio possibile; qui c’era un’orchestra che è forse una delle migliori in Italia che, sotto quella direzione, sembrava una compagine da sotto provincia. Peccato veramente. Bastava Welser-Möst che diresse la precedente edizione e da me apprezzato anche a Vienna a fare molto meglio. I buu all’indirizzo di Boder, al termine della rappresentazione, non si sono fatti attendere.

Michael Boder

Lo spettacolo, che nacque a Salisburgo dove fu eseguita la versione del 1912, quella senza il prologo, e che fu riadattato a Vienna con la versione 1916 non disturba (ed è già molto di questi tempi!) anzi è molto gradevole. Eleganti scene e costumi di Rolf e Marianne Glittenberg e regia adeguata di Sven-Eric Bechtolf qui ripresa da Karin Voykovitsch. Simpatico il costume di Zerbinetta nell’Opera con una gonna che assomigliava nemmeno tanto vagamente ad un pomodoro!

Applausi finali

Veniamo alla compagnia di canto. Partendo dal prologo grande disappunto per il Komponist di Sophie Koch. Questa è una cantante che mi ha sempre lasciato perplesso. Ascoltata a Nizza anni fa come inadeguata Adalgisa in una Norma con Edita Gruberova nella quale cantò in quanto organizzatrice di quest’evento di beneficienza ma senza avere le caratteristiche necessarie per affrontare il repertorio belcantistico. Risentita a Parigi nei Dialogue di Poulenc e sicuramente più a suo agio. La Koch ha affrontato il ruolo del Komponist molte volte nella sua carriera e, dalle cronache, mi aspettavo molto. A dispetto di grandi qualità interpretative, in questa sera ha palesato grandi problemi di intonazione ed un’emissione nel registro medio acuto assai curiosa con una pronuncia della vocale “O” molto simile alla voce di Topo Gigio. Applaudita comunque sicuramente più per l’interpretazione che per la strana vocalità.

Sophie Koch

Ariadne era il soprano bulgaro Krassimira Stoyanova, da me ascoltata in questo ruolo anche a Vienna nel 2013 ed alla Scala nel 2019 e, sempre Scala ed a Zurigo quale Marschallin nel Rosenkavalier. Il soprano si conferma come una vera fuoriclasse. Se chi l’ascolta pensa di trovare il “soprano wagneriano urlante” probabilmente resterà deluso. A me piace soprattutto sentire cantar bene e la Stoyanova è un vero esempio di ciò. Grande tecnica, voce che permette una vasta gamma di colori e grandi capacità interpretative unite ad una recitazione intensa. Ricordo che a Vienna nel 2013 ero con mia figlia, personaggio molto difficile, selettivo e soprattutto molto competente! Come la Stoyanova aprì bocca sgranò gli occhi e mi disse sorpresa: “Da dove esce???”. Il soprano infatti non era molto conosciuta in Italia ed è stato grazie a Pereira se c’è stato questo sdoganamento ed è venuta a cantare alla Scala.

Krassimira Stoyanova

Stephen Gould era Bacchus. Da me già ascoltato a Vienna, il tenore, di tipico stampo wagneriano, si difende ancora bene in un ruolo breve ma impervio come pochi. Strauss, come ho già detto più volte odiava i tenori e li ha maltrattati, vocalmente parlando, più che ha potuto! Gould ha ancora una notevole tenuta vocale anche se ricordo che nel 2013 proponeva qualche finezza in più su certe frasi ma…il tempo passa per tutti.

Stephen Gould

Arriviamo a Erin Morley. Il soprano statunitense ha tutte le carte in regola per affrontare senza paura alcuna un ruolo monstre come quello di Zerbinetta. Emissione facile in tutti i registri, ottime agilità e soprattutto gestione del registro sopracuto impressionante. Dopo la Gruberova, è stata l’unica volta in cui ho ascoltato in teatro la frase che, nel finale della difficilissima aria, prevede un trillo sulle note Re e Mi sopracuto, eseguita senza interruzioni e con un’unico fiato. Si uniscano a questo grandi qualità interpretative e di comunicazione con il pubblico…non è poco. Qui devo spendere due righe su una caratteristica per me molto importante: La Morley, come la Stoyanova (che è violinista) è una musicista completa. Oltre ad essere una cantante straordinaria è anche una pianista altrettanto straordinaria. Non me ne vogliano i colleghi cantanti ma questo per me fa la differenza. Anche Sabine Devieilhe, precedente Zerbinetta alla Scala nel 2019 è una violoncellista. Grazie ad un orecchio attento ed allenato capisco immediatamente anche senza saperlo se un cantante è solo un cantante o è anche uno strumentista. Del resto io sono arrivato al canto a 28 anni quando già avevo un diploma in pianoforte ed uno in fagotto con esperienza in orchestra. Nella mia carriera non sono certo stato apprezzato per la bellezza della mia voce ma essere un musicista mi ha aiutato tantissimo. L’essere musicista ha permesso alla Morley di affrontare il ruolo impervio di Eurydice del giovane compositore Matthew Aucoin che ha debuttato recentemente al Metropolitan di New York. Felicissimo di averla ascoltata e conosciuta al termine della rappresentazione. Un esempio di gentilezza e simpatia! Sorpresa del fatto che io le abbia fatto firmare il mio spartito dell’Ariadne già firmato a suo tempo da Edita Gruberova, Karl Böhm e recentemente da Sabine Devieilhe. Ora era giustamente il suo turno! Brava! Spero di poterla ascoltare ancora in tempi non troppo lontani!

Erin Morley

Circa la moltitudine di personaggi che in quest’opera cantano cito prima di tutto le tre ninfe: Caterina Sala (Nayade), Olga Bezsmertna (Echo) e Rachel Frenkel (Driade). Voci molto ben fuse insieme nei loro terzetti. Molto bene la Sala nelle sue acrobazie vocali nella scena che apre l’Opera.

Caterina Sala Olga Bezstmertna Rachel Frenkel

Bene anche le quattro maschere. Leonardo Navarro (Brighella), Jongmin Park (Truffaldin), Jingxu Xiahou (Scaramuccio e recentemente ascoltato come Tebaldo nei Capuleti sempre alla Scala)) e Rafael Fingerlos (Harlequin).

Jingxu Xiahou Rafael Fingerlos Jongmin Park Leonardo Navarro

Tra tutti gli altri mi sento di citare il bravissimo Tanzmeister di Norbert Ernst da me ascoltato anche a Vienna in questo ruolo ed il corretto Markus Werba (Musiklehrer).

Norbert Ernst

Notevole, nel ruolo parlato del Haushofmeister l’attore Gregor Bloèb.

Gregor Bloèb

Bella serata in ogni caso con quest’opera che amo particolarmente. Alla fine saluti agli interpreti. Ci sarà un’Ariadne anche a Firenze a Giugno…non c’è due senza tre? Chissà. Per ora mi aspetta domenica Lucia di Lammermoor a Vienna con Lisette Oropesa, Benjamin Bernheim, Georg Petean ed il bravissimo ed amico Roberto Tagliavini. Next!

Con Erin Morley
Con Erin Morley
Con Krassimira Stoyanova
Con Stephen Gould
Erin Morley applausi

Bologna 27 Marzo 2022 Strauss Ariadne auf Naxos storia di uno spettacolo che…non doveva essere quello!

Programma di Sala

Proprio così. Tutto parte dal periodo “duro” della pandemia. Era programmato al Comunale di Bologna il debutto italiano della mia amica Yolanda Auyanet nella Lucrezia Borgia donizettiana e, ovviamente, tutta la stagione fu cancellata. Il teatro propose (anzi impose!) il solito voucher da utilizzare in tempi migliori anziché il rimborso. Ce la facciamo andar bene (questi “viaggi operistici” mi vedono sempre in compagnia dell’amico Guido Palmieri che, contrariamente alle mie scelte spesso obbligate, ha ripreso a viaggiare vorticosamente e mi tiene aggiornato con le sue “registrazioni proibite”). Nella programmazione della presente stagione il titolo è ripreso ma a furia di tira e molla, cambi di date e chi più ne ha più ne metta Yolanda, nell’incertezza, si impegna con un altro teatro estero (il lavoro è lavoro) quindi il ruolo sarà sostenuto da un altro soprano che non andrei ad ascoltare nemmeno se mi offrissero il soggiorno a Bologna in un hotel a cinque stelle e viaggio in taxi da casa mia…non so se ho reso l’idea. Il voucher doveva essere utilizzato assolutamente entro questa stagione e, data la scarsità di produzioni che destassero il nostro interesse, abbiamo optato per un titolo da me molto amato: Ariadne auf Naxos di Richard Strauss opera che, tra l’altro, ascolterò il prossimo mese anche alla Scala con un allestimento non molesto già visto da me a Vienna anni fa e con il debutto scaligero del soprano statunitense Erin Morley nel ruolo di Zerbinetta, da me molto atteso. Il cast bolognese non presentava sulla carta nessun nome particolarmente interessante ma…il voucher andava utilizzato. Si avvicinava la data e la voglia di andare a Bologna era sempre meno ma tant’è…La recita scelta era l’ultima, una pomeridiana (ma perché iniziare le pomeridiane alle 16??? Il mio amico e collega bolognese “doc” Luca Gallo mi ha detto che loro, la domenica, devono smaltire le lasagne del pranzo…!!!). Per aver la garanzia di poter tornare a casa, dato che treni la sera ce ne sono sempre meno, abbiamo lasciato l’auto a Piacenza e proseguito in treno: prendete i mezzi pubblici…si, certo! Date tutte queste premesse non ero particolarmente ben disposto ma anche questa situazione mi ha confermato che non bisogna mai essere prevenuti! Parto dal perché della scelta del titolo. Il mio avvicinamento a Strauss si è concretizzato quando ero già grande (come per Wagner) e quest’opera, oltre a conoscere meglio questo fantastico compositore, ha visto anche il mio primo incontro con Edita Gruberova che è stato ed è tuttora il più grande amore operistico della mia vita. Serata indimenticabile nel 1977 al Maggio Fiorentino. Ricordo ancora lo sconcerto provato dopo l’aria di Zerbinetta. Non riuscivo a capacitarmi di come un essere umano potesse affrontare delle acrobazie vocali simili con quella nonchalance disarmante. Il giorno dopo comprai lo spartito per vedere se era tutto vero! Da ciò si può immaginare quanto per me sia difficile oggi valutare serenamente chiunque si avvicini a questo ruolo. In ogni caso io non mi sento “vedovo”. La vita va avanti, i cantanti passano, lasciano un segno (quando va bene) ma l’opera rimane quindi trovo inutile ostinarsi a non voler accettare questa realtà.

Teatro Comunale di Bologna

Il pomeriggio operistico parte subito con due annunci: Najade e Musiklehrer sostituiti e Dorothea Roschmann (Ariadne) che fa sapere al pubblico di essere indisposta ma per senso del dovere affronterà la recita. Bell’inizio!

Teatro Comunale Interno

Dopo un’improbabile e banale presentazione dell’opera nel foyer del teatro (non me ne voglia l’oratore ma sembrava la spiegazione di un cattivo e didascalico insegnante di storia di liceo) andiamo ai nostri posti…orrendi, non per posizione ma perché non si possono mettere tre sedie in prima fila di un palco quando ce ne stanno a mala pena due!). Parte la musica e questa volta inizio proprio da qui. L’ancor giovane direttore Juraj Valčuha, direttore musicale principale del San Carlo di Napoli, crea immediatamente, per me, la giusta atmosfera che pervade tutta questa straordinaria composizione. Si sa che i rapporti fra Strauss e Hofmannsthal non erano proprio idilliaci e Ariadne, nata come “Musiche di scena” per una versione dello scrittore austriaco del Burgeois Gentilhomme di Moliere, non ebbe successo, più per la parte letteraria che per quella musicale, tanto che i due in seguito faranno grandi modifiche e si inventeranno un prologo cambiando l’impostazione del lavoro. Ariadne è una follia e Valčuha lo ha capito bene! Anche l’organico orchestrale è particolare. E’ decisamente ridotto e comprende anche il pianoforte, l’armonium e la celesta. Nonostante ciò le sonorità straussiane sono tutte presenti. In pratica è come se gli strumentisti fossero tutti solisti e questa, per chi suona, è una soddisfazione enorme. Il direttore sembra aver lavorato profondamente sulla partitura creando, con un’orchestra del Comunale particolarmente collaborativa, le magiche sonorità che la musica di Strauss chiede. Siamo partiti veramente bene!

Juraj Valčuha

Ariadne è un’opera che, oltre ai protagonisti, vede uno stuolo di personaggi che proprio comprimari non si possono definire. Ogni piccola parte ha una sua ben delineata caratterizzazione. Il prologo vede in primo piano la figura del Komponist qui interpretato dal giovane mezzosoprano Victoria Karkacheva, vincitrice di Operalia 2021, l’importante concorso organizzato da Placido Domingo. Questa cantante ha tutte le caratteristiche vocali per cantare questo difficile ruolo. Forse l’interpretazione è ancora da approfondire ma avrà tempo. Già in questa prima parte facciamo la conoscenza con Zerbinetta, Prima Donna (Ariadne nell’opera) e Il Tenore (Bacchus nell’opera) ma di loro parlerò più avanti. Johannes Kränzle è il Maestro di Musica (Musiklehrer) e sostituisce sicuramente in meglio un altro cantante. Molto presente vocalmente e inserito molto bene nella produzione. Riccardo Fioratti è il Parrucchiere (Ein Peruckenmacher), Un Lacchè (Ein Lakai) è Maurizio Leoni, Un Ufficiale (Ein Offizier) è Paolo Antognetti, il Maggiordomo (Der Haushofmeister) è Franz Tscherne, ruolo parlato e sostenuto molto bene da questo attore austriaco che ascoltai anche a Genova nel 2009, ed Il Maestro di Ballo (Ein Tanzmeister) è Cristiano Olivieri. Quest’ultimo caratterizza molto bene il suo personaggio ma vocalmente presenta una zona acuta rigida ed il suo Sib (molto importante) sulla parola “Zerbinetta” risulta fisso ed emesso con preoccupazione e con fatica. Il prologo si conclude ed io sono molto contento per quanto ascoltato. Il mio umore, in questo periodo non dei migliori, è decisamente migliorato.

Victoria Karcheva
Personaggi del Prologo

Intervallo ed, a seguire, l’Opera. Qui entriamo in un discorso legato a piccoli personaggi ma poi nemmeno tanto piccoli date le difficoltà vocali. La scena si apre con le tre Ninfe: Najade, Tetiana Zhuravel (altra sostituzione); Driade, Adriana di Paola ed Echo, Chiara Notarnicola. Le tre cantano sempre insieme e, a dispetto della sostituzione, la fusione fra le tre voci era perfetta. La parte più impervia è quella di Najade sempre alle prese con sopracuti stratosferici e, in questo caso, eseguiti dalla Zhuravel con estrema morbidezza. Mi si apre il cuore!

Adriana di Paola Chiara Notarnicola
Tetiana Zhuravel

Ariadne è Dorothea Röschmann. Questa cantante possiede uno strumento di primissima qualità. Grande volume ma notevole capacità di creare una ampia tavolozza di colori. Molto spiritosa all’inizio, quasi prendendosi in giro, nell’utilizzare (per volontà registica penso) una gestualità sopra le righe tipica delle grandi tragiche del passato. A parte qualche piccola forzatura negli estremi acuti, dovuta forse all’indisposizione annunciata, ha reso perfettamente il suo personaggio sia dal punto di vista vocale sia da quello interpretativo. Mi è piaciuta molto. Arrivano le quattro maschere (a volte son dolori!) e Zerbinetta. Brighella era Carlos Natale con cui ho avuto il piacere di cantare e registrare un’opera di Gnecco anni fa con la direzione di Gianluca Capuano (ogni tanto ho cantato anch’io!). Questo ruolo presenta una scrittura proibitiva e Carlos la risolve con una facilità di emissione stupefacente. Spero che la sua carriera si sviluppi al meglio e riesca ad emergere in questo scarso panorama tenorile. Bravo!!! Scaramuccio era il corretto Mathias Frey, Truffaldino era il bravo basso Vladimir Sazdowski ed Arlecchino era Tommaso Barea, baritono veneto dalla vocalità importantissima e responsabile della bellissima serenata che il personaggio dedica ironicamente ad Ariadne. Un quartetto veramente bene assortito.

Dorothea Röschmann
Tommaso Barea Mathias Frey Carlos Natale Vladimir Sazdowski
Simpatici saluti finali

Arriviamo a Zerbinetta. Olga Pudova è un soprano che avevo ascoltato in qualche registrazione video (in altri ruoli) e, francamente, non mi aveva convinto del tutto. Come dico sempre le voci vanno ascoltate in teatro e questa ne è l’ennesima prova. La voce non é particolare ma è bella e canta straordinariamente bene uscendo vittoriosa dalle difficoltà mostruose che questo ruolo presenta. Affronta con estrema facilità la sua grande aria “Grössmachtige Prinzessin” eseguendo agilità, staccati e sopracuti senza denunciare la minima fatica. Francamente sono convinto che dopo la Zerbinetta di Edita Gruberova non ci sia veramente più nulla da poter aggiungere a questo ruolo ma la Pudova ha saputo imprimergli il giusto carattere facendone una cosa sua e ottenendo una vera e propria lunga ovazione al termine dell’aria. Assolutamente convincente.

Olga Pudova
Olga Pudova

Bacchus era il tenore Daniel Kirch, unico punto debole della produzione. Partiamo dal presupposto che Strauss ha sempre dichiarato di non amare le voci maschili, privilegiando quelle femminili, e le ha sempre maltrattate. Bacchus ne è un esempio e nella sua brevità mette alla prova le gole più resistenti. Questo è un ruolo che viene affrontato solitamente da cantanti di estrazione wagneriana come in questo caso. Il tenore tedesco spinge molto cantando tutto forte e nell’unico tentativo che fa per ammorbidire il suono si ritrova ad eseguire un La naturale sulla parola “Zauberin” calante di almeno un quarto di tono. E’ comunque un ruolo veramente ingrato. Ricordo il tenore Wolfgang Schmidt fischiatissimo a Vienna al termine della rappresentazione. Qui non siamo a questi livelli ma, in questa parte, ho sentito di meglio.

Daniel Kirsh

Avendo avuto notizie controverse a proposito del regista scozzese Paul Curran e di un suo Trovatore contestatissimo proprio a Bologna dove si prese anche un ceffone da una spettatrice mi aspettavo il solito spettacolo trasgressivo ed invece mi sono trovato davanti ad uno spettacolo abbastanza tradizionale, senza eccessi quindi assolutamente godibile. Oggi si direbbe poco originale ma io preferisco questo alla spazzatura che ormai i teatri ci propinano e, ahimè, viene spacciata per arte. Molto belli i costumi di Gary McCann e le luci di Howard Hudson.

Applausi finali
I due protagonisti

Grande successo di pubblico ed, alla fine, molti applausi per tutti gli interpreti. Insomma, uno spettacolo che sono molto contento di aver visto. Ora pensiamo alla prossima Ariadne. Questa è la quinta Zerbinetta che ascolto in teatro dopo la Gruberova (Elena Mosuc, Erika Miklosa, Daniela Fally, Sabine Devieilhe e, con oggi Olga Pudova). Nessuna me la farà mai dimenticare ma la Pudova sta occupando un posto molto alto nella mia graduatoria di gradimento!

Applausi finali

Léo Delibes Lakmè Madrid Teatro Real Martedì 1 Marzo 2022

Programma di sala…gratuito a Madrid!

Organizzo un viaggio operistico dopo due anni e…scoppia la guerra! Denuncio apertamente che non mi sono mai occupato di politica ma tornare ai punti di dover uccidere per smania di potere sembra irreale. Come tutti prego perché tutto ciò finisca presto e senza conseguenze irreparabili. Io , ormai, sono vecchio ma penso ai giovani, ai miei nipoti, a quella che sta per nascere e tremo. Scrivo un’ovvietà ma evidentemente la storia non ha insegnato nulla. Che orrore!

Picasso Guernica al Museo Rejna Sofia…e non aggiungo altro…

Detto ciò passo al motivo del mio viaggio: Lakmè, un’opera di cui mi sono innamorato anni fa quando la ascoltai per la prima volta a Marsiglia con Sabine Devieilhe, soprano di coloratura francese che desideravo sentire dal vivo. Inutile dire che mi sono innamorato di lei, della sua purezza vocale, della leggerezza e delle sue qualità musicali ed interpretative. Anche in questa occasione si conferma come uno dei migliori soprani del suo genere dei nostri tempi. Certo, la voce non è grande ma che importa se la proiezione è perfetta? Come ho scritto altre volte, cosa ci si aspetta da un “coloratura”? La potenza della Dimitrova? Sarebbe assurdo. La Devieilhe è molto attiva nel repertorio barocco. Recente una superba Morgana nell’Alcina händeliana a Parigi e prossimamente Cleopatra in Giulio Cesare sempre a Parigi. Personalmente dovrei ascoltarla come Ilia nell’ Idomeneo di Mozart al prossimo Festival di Aix en Provence. La sua grande intelligenza sta proprio in questo: non voler chiedere alla sua voce più di quanto al momento le possa dare. Il timbro è sempre stupendo e, ribadisco un concetto già espresso: se gli angeli esistessero avrebbero la sua voce. Nello specifico la sua Lakmè ricorda un po’ quella di Mady Mesplè ma con un timbro più bello e morbido. Peraltro, da francese quale è, lo stile esecutivo è perfetto. Ogni volta si rinnova il piacere di ascoltarla.

Sabine Devielhe applausi finali

Nel ruolo di Gerald c’era il giovane tenore Xabier Anduaga. Avevo il desiderio di ascoltare questo cantante in teatro dopo lo streaming del concerto con la Oropesa dal Parco della Musica a Roma, concerto nel quale mi aveva impressionato molto (vedi articolo relativo). Confermo le impressioni avute in quell’occasione. Il timbro è stupendo. Acuti e sopracuti facilissimi. Ottima interpretazione. A dispetto di un malore dovuto ad un abbassamento di pressione alla fine della prima parte, ha portato a termine la recita come se nulla gli fosse capitato. Sono felice di poterlo sentire a settembre in Puritani a Napoli.

Xabier Anduaga applausi finali

Nel ruolo di Nilakantha c’era il baritono francese Stephan Degout da me ascoltato qualche anno fa a Parigi come Hamlet. A suo agio anche in un ruolo che prevederebbe la presenza di un basso, ben delinea il carattere duro del padre di Lakmè che, solo davanti alla figlia morente, avrà un moto di pietà. Ottima interpretazione al di là di un incidente legato alla memoria. All’inizio della terribile cadenza che precede l’Aria delle Clochettes si è andato a sedere dimenticando di avere un intervento subito dopo. Equilibrismo del direttore e problema risolto. Può capitare!

Stephan Degout applausi finali

Negli altri ruoli, a parte una strepitosa Enkeleida Skhosa nel ruolo della Governante Miss Bentsen e di una corretta Héloïse Mass nel ruolo di Mallika c’erano un pallido David Menèndez nel ruolo di Frederic, una petulante Inés Ballestreros nel ruolo di Miss Ellen e, veramente poco significativi la Miss Rose di Cristina Toledo e l’Hadij di Gerardo Lopez.

Enkeleida Skhosa applausi finali

Ottima la prova del coro, molto impegnato in quest’opera, diretto da Andrés Maspero e dell’orchestra del Real diretta con cura e attenzione da Leo Hussain.

Direttore ed interpreti

Nessun insulto all’indirizzo di un allestimento improbabile in quanto, grazie a Dio, era un’esecuzione in forma di concerto! Tutto concentrato sulla musica! Fotografie scattate da Guido Palmieri che si trovava in una posizione più favorevole della mia!

Applausi finali…dalla mia postazione!
Altezza vertiginosa!

Alla fine applausi per tutti e trionfo per Anduaga e Sabine. Breve attesa all’uscita degli artisti. Consueta cordialità da parte di Sabine che è a Madrid con la famiglia. CD, programma e foto da firmare ma lei è sempre sorridente e disponibile. Molto gentile anche Anduaga che era un po’ provato dal malore ma contento di aver portato a termine la recita. Molta cordialità da Enkekeida con la quale un numero infinito di anni fa cantai la Petite Messe di Rossini. Madrid è una città stupenda e, a questo giro, sono anche riuscito a vedere Guernica di Picasso al museo Rejna Sofia. Che meraviglia e che tristezza pensando a quello c’è sta succedendo in Ukraina. Preghiamo tutti per una soluzione veloce di questa orribile vicenda.

Con Sabine Devieilhe
Sabine firma…..scatti di Eugenio Osso
Con Xabier Anduaga…mascherato!

Genova Teatro Carlo Felice Donizetti Anna Bolena 18 Febbraio 2022

Ringraziamenti finali

Si ricomincia ad andare a teatro ed anche Il Carlo Felice di Genova, pur con la ormai consueta programmazione a spizzichi e bocconi, riesce a proporre un titolo interessante e con un cast adeguato. Interessante per chi, mi direte, dato che la sala era popolata in parte da scolaresche (ed era la prima, cosa mai vista) alle quali è stato praticamente regalato il biglietto? La mia impressione è che la mia città sia morta anche sotto questo aspetto. Genova, una città sempre molto vivace dal punto di vista musicale e che, per esempio, ha visto Richard Strauss dirigere le sue “Arabella” nel 1936 e “Feuersnot” nel 1938 oggi sembra aver perso quell’interesse e quella vivacità. La pandemia ha ovviamente fatto la sua parte e la gente ha ancora probabilmente paura e sceglie di rimanere a casa e non rischiare. In ogni caso le stagioni del prima pandemia hanno visto degli esauriti solo con opere di grande repertorio…magari con dei cast da sotto-provincia. Rassegnamoci. Anna Bolena è un titolo di grande interesse per me; un’opera che ho imparato ad amare fin dalla mia adolescenza grazie ad una incisione con Elena Souliotis, cantante a me molto cara. Assente da Genova dal 1869, come risulta dalla bellissima pubblicazione “Due secoli di lirica a Genova” a cura di Edilio Frassoni, indimenticato musicologo genovese, vede completato, con questo allestimento, il ciclo delle “Regine” creato da Alfonso Antoniozzi con le bellissime scene e videoproiezioni di Monica Manganelli. Avevo già visto questa produzione, quando è nata, a Parma e questa ripresa mi è sembrata un po’ “buttata li…”. Non mi era piaciuta, e confermo questa impressione, l’accozzaglia di stili diversi nei pur bei costumi (Gianluca Falaschi). E’ migliorato però quello della Seymour (che insieme alla parrucca sembrava comunque Jean Harlow pronta per un cocktail) e, questa volta, si è pensato di lasciare Anna da sola ad indossare un abito che poteva ricordare la sua epoca. Tutto ovviamente voluto ma non di mio gradimento. La scelta non mi è chiara in quanto per le altre due opere tutti vestivano abiti dell’epoca in cui si svolge l’azione. Francamente non ho volutamente letto le note di regia in quanto io sono convinto che uno spettacolo non si deve spiegare. Si deve capire senza spiegazioni altrimenti è una battaglia persa…e qui, fortunatamente, ci troviamo, in ogni caso, davanti a qualcosa di gradevole e non dissacrante! La regia lasciava “cantare” gli interpreti e di questi tempi è già molto. Irrilevanti le “coreografie” (che io chiamerei piuttosto “movimenti scenici”) di Luisa Baldinetti.

Al dolce guidami…

Vorrei concentrarmi sull’aspetto musicale e su quello prettamente vocale. Queste sono opere che oggi, per essere eseguite al meglio, necessitano di interpreti specializzati nel repertorio belcantistico e qui avevamo tre stelle di prima grandezza: Angela Meade, John Osborn e Sonia Ganassi.

Finale primo

Il soprano americano Angela Meade non ha deluso le mie aspettative. A dispetto di “proporzioni” visive alle quali non siamo forse più abituati, sfodera una vocalità che fa passare in secondo piano quell’aspetto. La voce è enorme e, come direbbe un mio caro amico, “non è un soprano! E’ una cooperativa di soprani!!!” . Nonostante ciò, crea, con una notevole tavolozza di colori dovuta ad una tecnica solida, un’interpretazione di tutto rispetto. Riesce a creare degli stupendi pianissimi e, con una voce di quella portata, non è cosa semplice. Questo impervio ruolo, che Edita Gruberova definiva “la mia piccola Brunilde”, mette a dura prova chi lo affronta. La Meade arriva alla temutissima scena finale senza dimostrare segni di stanchezza e si porta via un successo personale notevole…per il pubblico assonnato di Genova. Mi è piaciuta veramente molto.

Angela Meade agli applausi finali

John Osborn, da me ascoltato in più occasioni: Arnold nel Guillaume Tell rossiniano a Torino, Fra Diavolo di Auber a Roma e Tonio nella Fille du Regimènt a Siviglia si conferma come uno dei migliori tenori odierni per questo repertorio. Al debutto nel ruolo di Percy, scala la vetta della sua tessitura con estrema facilità. Grande legato nei cantabili, agilità perfetta e straordinaria proiezione vocale. Per la prima volta ho ascoltato per intero la sua prima aria che presenta una cabaletta veramente impegnativa. Bravo!!! Grandissimo successo personale! Come per la Meade, un onore per il teatro della mia città poterlo ospitare ed un piacere per me non dover andare all’estero per poterlo ascoltare.

John Osborn

Sonia Ganassi è la veterana dei tre. L’ho ascoltata in questo ruolo per ben quattro volte: Vienna Musikverein, Vienna Staatsoper (con Edita Gruberova), Parma con la mia cara amica Yolanda Auyanet e adesso Genova, città da lei particolarmente amata. La Ganassi è una vera conoscitrice del repertorio belcantistico basti ricordare tutte le sue interpretazioni rossiniane (ricordo un suo Barbiere qui a Genova con Blake anni fa e Cenerentola con Florez). Ultimamente ha affrontato anche ruoli al di fuori da questo repertorio come, per esempio, Santuzza ed Eboli (da me ascoltata a Marsiglia e veramente notevole!) ed anche qui l’ho sempre trovata appropriata. Seymour è l’antagonista di Anna ed è un ruolo molto lungo e complesso sia vocalmente sia interpretativamente. Pur con le incursioni in un repertorio più “pesante”, la vocalità è sempre adeguata ed il personaggio negli anni è sicuramente ed ulteriormente maturato. Molto brava!

Sonia Ganassi

Nei panni di Enrico VIII, Nicola Ulivieri si dimostra all’altezza del compito proponendo un canto elegante ed una vocalità morbida e senza forzature. Il ruolo è ingrato in quanto canta moltissimo ma non ha un’aria che dia completezza al personaggio. In ogni caso, almeno per ora ed intelligentemente, Ulivieri non si è discostato da questo repertorio che gli ha dato molte soddisfazioni.

Nicola Ulivieri

Nel ruolo “en travesti” di Smeton Marina Comparato canta molto bene le sue due arie (la prima per intero, cosa da me mai sentita in teatro tra tutte le Bolene a cui ho assistito) e, grazie anche ad un fisico adeguato, rende perfettamente questo personaggio tormentato dall’amore per Anna, amore inconfessato che sarà anche la rovina della povera regina.

Marina Comparato

Completavano adeguatamente il cast Manuel Pierattelli e Roberto Maietta rispettivamente nei ruoli di Hervey e Rochefort. Piccolo appunto: dato che Rochefort ha una scrittura vocale inequivocabilmente di basso perchè affidare il ruolo ad un baritono chiaro che evidentemente “sifoneggiava” nelle note gravi? Bassi giovani a cui far cantare ruoli non protagonistici e far così fare esperienza ne abbiamo? Direi di si!

Roberto Maietta
Manuel Pierattelli

Il direttore era Sesto Quatrini. Il curriculum che lo presenta è di tutto rispetto ma, personalmente, ho trovato una direzione abbastanza frettolosa e poco attenta alle esigenze che le voci hanno in questo repertorio. Sfasi qua e la vedevano un’orchestra non al massimo delle possibilità e capacità. Non mi sono risultate chiare certe sonorità scelte nei recitativi dove, negli accordi ribattuti tra una frase e l’altra, il primo era sempre forte e quello a seguire “nascosto”. Lo puoi fare un paio di volte per creare un effetto ma sempre fa diventare noioso il tutto. Buona la prova del coro diretto da Francesco Aliberti.

Sesto Quatrini

Alla fine grande successo per tutti, nonostante un pubblico discretamente distratto (vedi due ragazze nelle mie vicinanze che parlavano in continuazione armeggiando con il cellulare) per una produzione che vale sicuramente la pena di andare a vedere ed ascoltare. Piccola nota polemica: nessun responsabile della produzione era presente ai ringraziamenti finali. Questo la dice lunga sulla serietà di un teatro che si definisce “importante” e che, però, permette una cosa simile. Inaudito!

Applausi finali

Saluti finali ad amici e colleghi genovesi. I protagonisti, nonostante la prova faticosa, sono stati molto gentili ed ho potuto scambiare qualche parola con loro. Certo che, con queste beate mascherine, si fa una fatica e si rischiano spesso brutte figure! Alla prossima…che non anticipo per scaramanzia!

Con Angela Meade

Con John Osborn
Con Sonia Ganassi che mi ha autografato questa fotografia scattata a Marsiglia in occasione della sua Eboli.
Angela Meade e John Osborn

Milano Teatro alla Scala 23 Gennaio 2022 Bellini I Capuleti e i Montecchi

Programma di Sala

Come ho già scritto recentemente e data la situazione che stiamo vivendo, almeno per il momento i miei “viaggi di ascolto” si limitano a località che posso raggiungere agevolmente ed in poco tempo con l’auto. Quest’anno la Scala mi offre diverse occasioni per ascoltare opere e concerti con interpreti che rientrano nei miei gusti personali; perchè farsi del male andando a sentire cose che, sulla carta, già non soddisfano?…Forse per il piacere, di tanti, di criticare (in senso deleterio del termine ovviamente).

La Scala prima dell’inizio della rappresentazione

La recita di Capuleti di oggi era già la terza pertanto le recensioni dei “santoni” le avevo già lette. Una in particolare mi aveva colpito. La solita “melosfranta” assurta a ruolo di critico/santone che, per mostrare una competenza che a mio avviso non ha, si è espressa in termini veramente poco lusinghieri (tipico di quei soggetti) nei confronti del mezzosoprano Marianne Crebassa che interpretava il ruolo di Romeo. Del resto fece lo stesso anni fa recensendo l’Ariadne auf Naxos e distruggendo la Zerbinetta di Sabine Devieilhe (avrà un problema con i cantanti francesi?). In ogni caso queste cose mi fanno solo sorridere. Queste belle persone hanno grossi problemi; potrei raccontare un aneddoto pesante che mi riguarda relativamente ad un “critico”…ma no…tempi andati. Fine. Quanto a me ci tengo ogni volta a ricordare che queste mie non pretendono di essere recensioni; sono solo impressioni personali; impressioni di chi è stato anche dall’altra parte e che sa bene quanto si è tesi ed emozionati ogni volta che si sale su di un palcoscenico.

In attesa dell’apertura

Questa nuova produzione vede la regia di Adrian Noble, noto membro della Royal Shakespeare Company. In verità il suo spettacolo non dice nulla di nuovo senza contare che Bellini si ispirò non al lavoro del Bardo ma alle antiche fonti italiane dalle quali anche lo stesso Shakespeare attinse, come illustrato da Claudio Toscani nel foyer del teatro un’ora prima della rappresentazione. Trovo veramente apprezzabile questa iniziativa della Scala che fa precedere la recita dalla spiegazione dell’opera che andrà in scena da parte di noti musicologi. Cosa questa assolutamente fruibile da tutti, sia da chi già ne sa sia da chi si sta avvicinando all’opera da poco tempo. Come da nuova tradizione troviamo costumi fuori epoca (Petra Reinhardt), scenografie (Tobias Hoheisel) spente, coreografie di Joanne Pearce (se per coreografie si intendono gli stupidi movimenti dei cuochi recanti vassoi con grandi torte) e, addirittura è stato scomodato un maestro d’armi…mah…per cosa? Alla fine, però, data la quantità di robacce che ho dovuto sopportare in questi ultimi anni, posso dire che, se non altro, lo spettacolo non era molesto e, udite udite, la regia lasciava “cantare” gli interpreti evitando la presenza insopportabile di mimi fastidiosi che “riempiono” con la loro funesta presenza momenti, come le grandi arie, che non ne hanno bisogno. I registi di oggi non arrivano a capire che, per chi ama l’opera, questi sono situazioni in cui tutto si deve fermare, tutto deve rimanere sospeso e la concentrazione deve focalizzarsi sulla musica e sulla voce! Questo ormai è cosa rara ma ieri ci siamo potuti permettere di “ascoltare ” la straordinaria musica di Bellini senza troppe distrazioni.

Finale primo

Arrivo agli interpreti. Lisette Oropesa oggi è un’assoluta certezza. Ama questo repertorio e desiderava da tempo debuttare questo ruolo. Mai debutto fu più felice. Questa artista ha tutto quello che ci vuole per affrontare il belcanto ottocentesco. Partiamo dalla voce che gestisce tecnicamente in tutta la sua gamma, tecnica sempre al servizio di un canto espressivo (cosa indispensabile per affrontare e sostenere questo repertorio). Trilli, messe di voce, legato…tutto insomma! Commuove l’esecuzione delle sue arie. Per una volta ho ascoltato in teatro la celeberrima “O quante volte…” con “tutto quello che ci vuole” per renderla al meglio. Il prossimo settembre l’attende il debutto al San Carlo di Napoli di Elvira nei Puritani, altro ruolo a cui sta lavorando da tempo. Non vedo l’ora di ascoltarla.

Lisette Oropesa
Lisette Oropesa applausi finali

Nel ruolo di Romeo c’era il mezzosoprano francese Marianne Crebassa. Ero molto curioso di ascoltare questa cantante dal vivo e non sono stato deluso. La voce è di ottima qualità ed è anche gestita bene tecnicamente. Come sempre dico, dopo averne lette di ogni tipo, l’ascolto in teatro di una voce fa la differenza e te ne da l’esatto valore. L’inizio è all’insegna della prudenza (del resto Romeo apre con un’aria terribilmente difficile) ma è stato tutto un crescendo fino ad arrivare ad un “Deh! Tu bell’anima” da brivido. Il mio unico appunto è legato alla dizione che, a mio avviso, deve assolutamente migliorare. Il fisico le permette di creare un personaggio credibile, forse troppo caratterizzato (demerito del regista sicuramente) che ha ridotto Romeo ad una sorta di incrocio fra Pierino la Peste e Gianburrasca. Un incontro felice, comunque, con una cantante che spero di ascoltare ancora in futuro e che penso potrà riservare delle belle sorprese.

Marianne Crebassa

Il cast vede anche la presenza di Michele Pertusi nel ruolo di Lorenzo, un lusso per la Scala poter avere un cantante della sua levatura per un ruolo non così importante.

Michele Pertusi

Il basso coreano Jongmin Park nel ruolo di Capellio presenta una voce importante ma sempre tendente all’urlo (del tipo: ora vi faccio sentire quanta voce ho…ma quello per me non è cantare!)

Jongmin Park

Il tenore cinese Jinxu Xiaohu è stato sicuramente portato alla Scala dal sovrintendente Meyer (anche in questo ambiente uno più uno fa sempre due!). Era infatti un membro stabile della Staatsoper di Vienna ai tempi della sua direzione artistica in quel teatro. Io lo ascoltai proprio a Vienna anni fa come Don Ottavio e mi disse ben poco esattamente come mi ha detto ben poco ieri. Voce di buona qualità ma…finisce tutto li. D’accordo che Tebaldo non è quel gran ruolo ma anche da ruoli non importantissimi qualcosa si può capire.

Jinxu Xiahou

Alla guida dell’orchestra e del coro della Scala, sempre all’altezza della situazione c’era Speranza Scappucci dalla quale sono rimasto veramente impressionato. La Scappucci debuttava alla Scala in sostituzione di Evelino Pidò che aveva lasciato la produzione durante le prove. Il gesto ed il piglio sono sicurissimi. Bellini è difficile da gestire. Il rischio è di ridurre il tutto ad una noia mortale. Non è stato così. Tempi giusti, attenzione ai cantanti e colori (fondamentale). Brava. Mi ha detto che dovrebbe venire a Genova per la Settima di Beethoven. Mi piacerebbe vederla dirigere il repertorio sinfonico. Speriamo che le cose migliorino e non ci siano altre cancellazioni di spettacoli.

Speranza Scappucci
Coro del Teatro alla Scala

Pubblico partecipe e grandi applausi soprattutto all’indirizzo delle primedonne, applausi questi meritatissimi!

Alla fine consueta attesa degli interpreti. Lisette Oropesa è come sempre gentile e paziente con tutti. Ormai ci conosciamo da tempo ed è sempre un grande piacere scambiare due parole con lei. Anche Marianne Crebassa è stata molto gentile. Nessun programma prossimamente in Italia. Peccato. Mi sono intrattenuto simpaticamente anche con Michele Pertusi con il quale ho avuto il piacere di cantare nel lontano 1991.

Lisette Oropesa
Marianne Crebassa

Prima di rientrare a casa una bella pizza fritta da Sorbillo, alla faccia della dieta…che sta però andando bene: più di 4 kg persi dal 5 Gennaio scorso ma…ogni tanto un’eccezione si deve fare! Alla prossima!

Applausi finali

Milano Teatro alla Scala 9 Gennaio 2022. Liederabend. Waltraud Meier, mezzosoprano. Günther Groissböck, basso. Piano, Joseph Breinl

Programma di Sala

Serata eccezionale questa che mi ha portato alla Scala nonostante il nuovo peggiorare della situazione pandemica. Non nascondo che ho timore se e quando mi sposto ma, come diceva mio suocero riferito al cibo, “Io voglio morire con la pancia piena!”. La musica per me è come il cibo quindi mi armo di tanta pazienza e cerco di stare il più attento possibile e vado…per “riempirmi la pancia”! La serata vedeva la presenza di una fuoriclasse come Waltraud Meier che avevo ascoltato purtroppo solo due volte in teatro in tempi recenti e tutte le due volte nello stesso ruolo: Clytenmnestra nell’Elektra di Strauss a Bacellona e a Milano nella splendida produzione di Patrice Chereau. Con lei il basso Günther Groissböck che, come si evince dai miei scritti precedenti, è uno dei miei cantanti preferiti dei nostri tempi. Erano accompagnati dal pianista Joseph Breinl.

Gli interpreti al termine del concerto

Il programma comprendeva lieder di Hans Rott, Anton Bruckner, Hugo Wolf e Gustav Mahler, tutti compositori che, nella loro carriera, hanno dato al lied una grande importanza. Nella prima parte Groissböck ha interpretato tre lieder di Rott, due di Bruckner e i Drei lieder nach Gedichten von Michelangelo di Wolf. La Meier una serie tratta dai Mörike lieder di Wolf. Nella seconda parte tutto Malher con lieder tratti da Das Knaben Wunderhorn. Confesso che non conoscevo Hans Rott e sono rimasto molto colpito dall’originalità e, soprattutto da come è trattato il pianoforte nelle sue composizioni. Rott, protagonista del lied viennese, come gli altri tre, era l’unico e vero allievo di Bruckner. Molto dotato, e lo si capisce dalla scrittura di questi lieder, ma anche molto ambizioso si gettò a capofitto nella composizione di un genere, la sinfonia, che era giudicato come un traguardo quasi impossibile da raggiungere. Bocciato in questo senso da Brahms impazzì e morì precocemente a soli venticinque anni. Degli altri è inutile parlare, sono troppo conosciuti. Unico e strano tragico particolare, Wolf morì folle come Rott. Di questi quattro compositori, Wolf è quello che più dedicò la sua attenzione al lied. Ne scrisse circa trecentoquaranta. Bruckner fu più interessato al sinfonismo non cercando nel lied nessun tipo di sperimentazione e Mahler cercò di trovarne una mediazione a livello sinfonico tanto che la maggior parte delle composizioni eseguite in questo concerto ebbero anche una trascrizione orchestrale.

“Fantomas” alla Scala!

Che dire di Waltraud Meier. La grande cantante tedesca presenta oggi una vocalità affievolita rispetto a quella che ci aveva abituato ma, con il repertorio che ha frequentato in tutta la sua carriera si dimostra ancora molto solida e, soprattutto, lo stile e la classe non si perdono certamente con l’età, anzi, se possibile, ne sono ancora più esaltati.

Waltraud Meier e Joseph Breinl

Gunter Groissböck è per me oggi un cantante di riferimento nel repertorio romantico e post romantico tedesco. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo come Heinrich nel “Lohengrin”, Ochs nello straussiano “Rosenkavalier”, come Spirito delle acque nella “Rusalka” di Dvorak, in una splendida Liederabend alla Scala e nella “Creazione” (Die Shöpfung) di Haydn dove mi aveva sorpreso veramente per come era riuscito a piegare il suo imponente strumento alla scrittura vocale settecentesca. Questa sera ha mostrato come sempre una vocalità “sana”, importante ed omogenea in tutti i registri e qualità interpretative fuori dal comune caratterizzando adeguatamente ogni composizione affrontata.

Günther Groissböck e Joseph Breinl

Notevole l’apporto pianistico di Joseph Breinl, pianista che sta dedicando la maggior parte della sua attività professionale a questo tipo di repertorio accompagnando in concerto solisti di grande fama.

La serata si è conclusa con tre bis: Groissböck con un commovente An die Musik di Schubert e la Meier con uno sconvolgente Erlköng sempre di Schubert, eseguito con una tale intensità da far rimanere incollati alla potrona. Esecuzione veramente degna di una grande interprete. Insieme hanno eseguito un duetto sempre di Mahler…presumo…in quanto non è stato annunciato ma era sicuramente nello stile.

Dalla Galleria

Questo concerto vedeva anche l’ultima esibizione in Italia della Meier, come da lei annunciato qualche giorno fa. Durante gli applausi finali il sovrintendente e direttore artistico Dominique Meyer ha ringraziato l’artista ricordando la sua lunga collaborazione con il Teatro alla Scala e le ha donato come simbolo un manifesto di una produzione di “Die Walküre” dove lei cantò Siegliende. La Meier, scusandosi per il suo italiano definito da lei stessa “non bene”, ha ringraziato il pubblico della Scala per la “fideltà” dimostrata in tutti questi anni dicendo che non se ne dimenticherà mai! Un pubblico molto partecipe e plaudente ha premiato giustamente i due artisti.

Waltraud Meier ringrazia il pubblico
Foto scattata al termine dell’Elektra a Milano ed autografata ieri sera
Foto scattata a Vienna al termine di Rusalka ed autografata ieri sera

Ho atteso gli interpreti al termine che si sono dimostrati, nonostante il momento difficile, molto gentili e disponibili con chi li aspettava, firmando programmi di sala e locandine. Con Groissböck ormai ci conosciamo ed era molto contento di vedermi…soprattutto in salute!

Due parole con Groissböck

Solita nota polemica. E’ noto che questo repertorio in Italia non ha avuto mai molto seguito ma, solo per il nome degli interpreti, avrebbe meritato una sala piena. D’accordo che c’è in giro tanta paura per un eventuale contagio ma io continuo a pensare che, come pubblico, il rischio in teatro sia veramente minimo. Resto comunque dell’idea che la latitanza sia dovuta all’ignoranza, relativamente a questo repertorio, del pubblico italiano. Peccato! Date loro dei Rigoletti e Boheme con cast mediocri ed avrete sempre il teatro pieno! E’, purtroppo, la verità!

Prossimo appuntamento, incrociando le dita, “Capuleti e Montecchi” sempre alla Scala con Lisette Oropesa e Marianne Crebassa. Già c’è stato un avvicendamento alla direzione d’orchestra: Speranza Scappucci subentra ad Evelino Pidò…speriamo in bene. Next!

Pavia Teatro Fraschini 28 Novembre 2021 G. Verdi “Il Trovatore”

Programma di sala.

Come ho recentemente scritto, dato il periodo difficile, le mie “trasferte” sono limitate a luoghi facilmente raggiungibili in auto e in poco tempo. Non sono fobico ma, alla mia età, cerco di prestare il più possibile attenzione al mio comportamento e a quello degli altri (!). Guardandomi in giro vedo molte persone che agiscono come se nulla fosse successo o, peggio ancora, come se fossimo fuori da questa grave pandemia che ha colpito tutto il mondo dalla quale forse non usciamo anche per questi comportamenti sconsiderati.

Senza mascherina solo per la fotografia.

Confesso che Il Trovatore occupa un posto importante nella mia scala di preferenze ed era parecchio tempo che non lo ascoltavo in teatro, l’ultima volta fu a Parigi diversi anni fa in una produzione visivamente discutibile de La Fura dels Baus ma con un cast veramente notevole.

Ringraziamenti finali.

Il motivo principale che mi ha spinto a Pavia per questa produzione è stato la possibilità di riascoltare e rivedere Alessandra Volpe della quale mi onoro di essere amico, con questa produzione al debutto nel ruolo di Azucena. Alessandra è, a mio avviso una delle poche “vere” voci di mezzosoprano in Italia. Nessun artificio per camuffare una voce di soprano come spesso si sente! Ne potrei citare almeno un paio, una in particolare ma non è il caso. Non merita nemmeno di essere nominata. Anche in questa occasione Alessandra conferma l’impressione del mio primo ascolto: vocalità importante e sicura come pure l’uguaglianza nei passaggi da un registro all’altro. Esegue anche con grande sicurezza il Do, spesso omesso, scritto da Verdi nella cadenza che si trova nel duetto con Manrico! (un Do da mezzo non da soprano!). Mi ripeto ma confermo la bellezza di un timbro scuro naturalmente, non creato con artifici. A livello interpretativo ricordo la sua trepida Adalgisa e la sua Amneris regale e feroce nella difesa del suo amore per Radames nonchè la sua Donna Elvira irriducibilmente innamorata di Don Giovanni; qui supera se stessa in un personaggio che necessita di mille sfaccettature. Tiene incollati alla sedia nel famoso racconto “Condotta ell’era in ceppi” dove narra a Manrico come per errore avesse bruciato il figlio al posto di quello del vecchio Conte di Luna, gesto sciagurato che voleva vendicare la madre a sua volta bruciata sul rogo. Il suo rendere allo stesso tempo l’affetto di madre che prova comunque per Manrico, cresciuto come suo figlio, ed il desiderio ormai scolpito dentro di lei di vendicare la madre è straordinario. Il trasognato “Ai nostri monti” dell’ultimo atto è veramente commovente ed il liberatorio “Sei vendicata o madre” finale conclude un’interpretazione che porterò nel cuore per sempre. Finalmente il lavoro è ripreso per lei e spero di riascoltarla presto!

Alessandra Volpe, Azucena.
Alessandra Volpe, ringraziamenti finali

Questa produzione però ha portato anche alcune sorprese. Come ho già detto, il motivo di questa mia “trasferta”, era l’Azucena di Alessandra quindi non mi sono molto curato del resto del cast, tranne il piacere di ascoltare e rivedere anche l’amico Roberto Covatta nel piccolo ma non meno importante ruolo di Ruiz.

Manrico era il tenore Matteo Falcier. La mia perplessità era notevole ricordandolo come uno sbiadito ed un po’ difficoltoso Don Ottavio in Don Giovanni a Nizza anni due fa. Andando a rileggere vedo di aver parlato, a proposito di Don Ottavio, di un “compito ben eseguito…ma pur sempre un compito!”. Non sono andato oltre perchè, da cantante, so cosa vuol dire stare su un palco e per questo difficilmente mi esprimo in maniera totalmente negativa; piuttosto non ne parlo. Evito. Pensando a Manrico mi chiedevo il perchè della scelta di due personaggi vocalmente quasi all’opposto. Questo pomeriggio il suo Manrico mi ha fatto dimenticare quel Don Ottavio. Qui Falcier mostra una vocalità libera e generosa e non compressa e trattenuta come in Mozart. Dal punto di vista interpretativo descrive un Manrico giustamente spavaldo ma allo stesso tempo teneramente innamorato di Leonora e protettivo nei confronti della madre, o colei che crede tale, Azucena. Una bella sorpresa dunque. Auguro a questo giovane tenore di proseguire su questa strada e mi auguro di riascoltarlo ancora come l’ho ascoltato oggi. Bravo!

Matteo Falcier, Manrico.

Leonora era il soprano Marigona Qerkezi. Non sapevo assolutamente nulla di questa giovane cantante ma già dopo la prima aria ho capito che mi trovavo davanti non solo ad una cantante ma ad una musicista infatti, letto il suo curriculum durante l’intervallo, ho scoperto che è anche una flautista, vincitrice di concorsi internazionali sia come flautista che come cantante. Croata di origine kossovara ha iniziato ad esibirsi da bambina. Una vita segnata dalla musica. Da tempo, a parte la giovane italiana Maria Teresa Leva, non ascolto una giovane che mi impressiona così tanto. La sua Leonora ha tutto: vocalità, musicalità, interpretazione: tutto! Agguerrita tecnicamente, mette questa qualità al servizio della musica e dell’interpretazione creando un personaggio veramente completo. Esegue un commovente “D’amor sull’ali rosee” con un tempo lentissimo grazie ad una gestione del fiato spettacolare seguito da un drammatico “Miserere” e dalla risolutiva cabaletta “Tu vedrai che amore in terra” eseguita due volte! Questo difficile brano che arriva quasi alla fine dell’opera al quale segue ancora il duetto con il Conte di Luna la vede vittoriosa senza denunciare la pur minima fatica. Mi ha veramente impressionato. Conto di ascoltarla ancora. Se la scelta di repertorio sarà adeguata avrà davanti a se una luminosissima carriera!

Marigona Qerkezi, Leonora.

Altro discorso va fatto per il baritono coreano Leon Kim (Conte di Luna). La voce è importantissima e le intenzioni interpretative molto buone. Peccato per la brutta abitudine di prendere quasi tutti i suoni “dal basso”, cosa che compromette negativamente la sua esecuzione. Peccato veramente. Negli anni ho avuto a che fare con molti studenti giapponesi, coreani e, ultimamente cinesi. La loro cultura è distante dalla nostra miliardi di anni luce e, come mi è stato detto soprattutto dai coreani e dai cinesi, studiare canto era, quando l’opera è arrivata anche nel loro paese, uno status symbol. Ora la cosa è già più comune ma il voler “imitare” famose star occidentali un po’ è rimasto nel loro modo di affrontare lo studio. In questo caso, proprio per la caratteristica sopra citata, un’idea me la sono fatta.

Leon Kim, Il Conte di Luna.

Il basso Alexey Birkus (Ferrando) presenta uno strumento di prim’ordine ma, ahimè, è totalmente ed evidentemente privo del senso del ritmo. L’istinto era quello di urlargli: “Se vai a tempo ti pago!” tanto era irritante il suo non essere mai “nel tempo”. L’interpretazione è generica ed anche musicalmente non rispetta la scrittura. Nel racconto “Di due figli”, che apre l’opera, le quartine di sedicesimi, che Verdi non scrisse a caso, non sono minimamente rispettate. Ma…giovani e bravi bassi italiani ne abbiamo? Penso di si!

Alexey Birkus, Ferrando.

Bene le piccole parti con Roberto Covatta in testa che emerge anche in un ruolo come Ruiz! Ho avuto il piacere di avere Roberto con me come collega ed in ruoli importanti in Danimarca per due anni ed ho potuto apprezzare sia le sue doti artistiche che quelle umane! Artista serio e completo, è sempre una garanzia.

Roberto Covatta, Ruiz.

Il giovane direttore Jacopo Brusa, che qui giocava in casa, presenta un curriculum di tutto rispetto ma il risultato di oggi mi ha lasciato interdetto. Il gesto, che vedevo molto bene dalla mia postazione e che mi permetto di commentare da ex orchestrale quale sono, è generico e semaforico, solamente atto a “tenere in piedi” il tutto…senza però riuscirci. Notevoli scollamenti fra l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali, il Coro di OperaLombardia ed il palcoscenico; anche il suo rapporto con i cantanti non è stato migliore con scelte di tempi a mio avviso molto discutibili. Spero di essere smentito in futuro. La prestazione di oggi non fa pensare a nulla di rimarchevole.

Jacopo Brusa.

Vengo adesso allo spettacolo. Allestimento, come ormai è costume odierno, anti tradizionale. Sembra che oggi rispettare lo spartito, il libretto e la narrazione della storia, sia quasi un delitto. Me ne sono ormai fatto una ragione. In questo caso ci troviamo davanti ad un discreto compromesso. Scenografie minimali (Emanuele Sinisi) e costumi (Ilaria Ariemme) basati su una scala di grigi e neri di un certo effetto. Regia descrittiva di Roberto Catalano che, almeno, rispetta la storia senza stravolgerla. Alla fine uno spettacolo che non mi ha disturbato come è successo purtroppo troppe volte in questi ultimi anni.

Coro OperaLombardia.
Ringraziamenti finali.

Incontro, all’uscita degli artisti, con Alessandra e con gli altri interpreti. Sono contento di aver assistito a questo Trovatore e, soprattutto di aver ascoltato questa “Azucena” straordinaria!

Con Alessandra Volpe.
Con Marigona Qerkezi.

Mi ha molto emozionato entrare al Fraschini dove ho cantato tanti anni fa Monterone proprio con quello che ai miei tempi si chiamava Circuito dei Teatri Lombardi ed oggi OperaLombardia. Bei ricordi ed un po’ di nostalgia dovuta all’età. Next!

Teatro Franchini, interno.

Milano La Scala Händel Theodora Sabato 20 Novembre 2021

Prima di parlare dello spettacolo di questa sera voglio scusarmi con chi ha visto la mia diretta Facebook per quello che ho detto all’inizio. Purtroppo sono stato accusato di “essere sempre in giro” da una delle persone più maleducate, indisponenti, supponenti ed ignoranti che io abbia conosciuto nella mia vita. Peccato che queste mie “trasferte musicali” sono sempre fatte nel rispetto del mio lavoro ma…va bene così. Mia madre in genovese mi diceva sempre: “Basta aspeetaã e tütti i tempi vegnan!”…e così sia! (traduco per i non genovesi: “Basta aspettare e tutti i tempi arrivano!”).

Locandina e Nosferatu!

Quello di questa sera è stato un concerto memorabile, una di quelle serate che ti fanno riappacificare con il mondo (infatti ho dimenticato quanto detto poco prima dell’inizio). Diciamo subito che, in questo caso, il merito della Scala è stato quello di “acquistare” questo prodotto che parte da un progetto del Pomo d’Oro e ha visto la sua prima Giovedì al Theater an der Wien a Vienna e, dopo la Scala proseguirà con Parigi, Lussemburgo e Essen.

Qualche notizia sulla composizione desunta dall’esauriente programma di sala. Questo è il penultimo oratorio composto da Haendel. Fu eseguito per la prima volta a Londra al Covent Garden il 16 marzo 1750, casualmente lo stesso anno in cui morì Bach. Sembra quasi che la parola “adieu” citata nella prima aria della protagonista assomigli ad un vero “addio” del compositore che aveva a quell’epoca già sessantacinque anni. Questo oratorio drammatico su libretto di Thomas Morrel è composto da tre parti e comprende ventisette arie ripartite equamente fra i cinque protagonisti, tre duetti e undici cori. Questa suddivisione, cori a parte, segue la drammaturgia di Metastasio, in quegli anni nel suo pieno rigoglio. Lo spirito aereo e la diffusa leggerezza di Theodora sono adeguati al concetto di base dell’oratorio, la rinuncia della vita in nome della fede e il desiderio della protagonista di ricongiungersi con Dio. La prima esecuzione fu un fiasco ma Haendel, molto legato a questa composizione, diede la colpa al fatto che l’interesse del pubblico londinese nei confronti dell’oratorio era ormai saturo. La prima esecuzione vide la presenza di due stelle dell’epoca, gli italiani Giulia Frassi e Gaetano Guadagni.

Anche questa sera il cast era composto da grandi stelle dei nostri giorni. L’attesa dell’esecuzione non ha deluso. Lisette Oropesa era Theodora. Ogni volta che ascolto questa straordinaria interprete è una sorpresa. La sua facilità nell’accostarsi a repertori diversi è impressionante. Giusto il mese scorso l’ho ascoltata a Parma nell’ambito del Festival Verdi in un concerto dedicato al Verdi da camera ed altri compositori dell’epoca ed ora Haendel. Quanta cura ed espressività nella declamazione dei recitativi e quanta perizia tecnica nel piegare la sua voce alle esigenze esecutive del barocco. E’ sempre un piacere ascoltarla ed è una di quelle cantanti che “non fanno preoccupare” tanto tutto sembra naturale e spontaneo quando invece c’è sicuramente un grande lavoro tecnico che le permette tutto questo. La presenza scenica era tangibile e significativa anche se l’esecuzione era in forma di concerto.

Lisette Oropesa

Joyce DiDonato era Irene, l’amica cristiana di Theodora. E’ la terza volta che ascolto in teatro questa cantante. La prima volta fu a Barcelona come Romeo nei Capuleti belliniani e la seconda a New York quale Cendrillon nell’omonima opera di Massenet. Di lei mi ha sempre colpito la musicalità, la ricchezza timbrica come pure le grandi qualità interpretative. Questa sera la sua esecuzione ha avuto del miracoloso. Messe di voce impressionanti, cadenze eseguite con un filo di voce in una sala muta dall’emozione. Colpisce il suo magnetismo che inchioda alla poltrona, la sua gestualità, se pur misurata, descriveva perfettamente il personaggio. Una meraviglia assoluta.

Joyce DiDonato

La mia seconda volta per Michael Spyres, qui Settimio l’amico di Didimo. La prima volta l’ho ascoltato a Genova (che strano!) in un concerto con l’orchestra riguardante il repertorio ottocentesco insieme al soprano Jessica Pratt. Che dire di questo meraviglioso artista? Voce molto bella. Forse l’unico baritenore dei nostri giorni. Affronta le sue arie ricche di numerosi passi di coloratura con la spavalderia tipica di chi ha dimestichezza con questo repertorio, che peraltro a detta sua, gli piace molto. Capace anche lui come le colleghe Oropesa e DiDonato di spettacolari messe di voce. Antidivo, parla volentieri con il pubblico che lo aspetta per complimentarsi. Nonostante quello che spesso sento dire circa il “malcanto” dei nostri giorni io penso invece che oggi i cantanti possiedano un bagaglio tecnico superiore rispetto ad altri tempi…i detrattori delle voci di oggi dicono che si è perduta la spontaneità. Non si può avere sempre tutto. Personalmente seguo e vado ad ascoltare cantanti che mediamente mi possano garantire entrambe le cose: tecnica ed espressione. Se mi sposto voglio avere almeno un novanta per cento di “risultato” ed in genere è così.

Michael Spyres

Il controtenore Paul-Antoine Bènos-Djian nel difficile ruolo di Didimo, l’ufficiale romano convertito che cerca di salvare dalla morte Theodora della quale è innamorato, mostra uno strumento di prima qualità. Tecnicamente strutturato non presenta forzature che, a volte, ho ascoltato in altre voci come questa. Tutto all’insegna della morbidezza. Trilli e colorature eseguite alla perfezione, il tutto unito ad una grande espressività. Spero di poterlo riascoltare in futuro.

Paul-Antoine Bènos-Djian

Il giovane baritono John Chest, il meno adeguato in questa produzione, era Valente, il Governatore dell’Antiochia. La voce è molto bella e l’impegno esecutivo sia vocalmente che interpretativamente presente ed importante. Quello che mi sono chiesto è perchè utilizzare un baritono in un ruolo scritto per un basso. Chest doveva spesso modificare la parte per cercare di sfogare in acuto, la zona più felice della sua voce. Un basso avrebbe reso meglio in un ruolo essenzialmente centro-grave. Scelte…in questo caso discutibili. Ho visto dal suo curriculum che ha cantato anche ruoli come Valentin nel Faust e dovrà cantare Posa nel Don Carlo. Mi piacerebbe ascoltarlo in questo repertorio.

John Chest

Il giovane direttore Maxim Emelyanchev, che è anche il direttore principale del Pomo d’Oro dal 2016 dimostra una competenza straordinaria eseguendo variamente i recitativi al cembalo e dirigendo con grande perizia ed energia. Un piacere vederlo “all’opera”.

Maxim Emelyanychev con Oropesa e DiDonato

Il gruppo ormai famoso “Il Pomo d’Oro” prende il suo nome dall’opera di Cesti. L’ensemble ha già al suo attivo numerose incisioni discografiche insieme a grandi interpreti quali per esempio le stesse Oropesa e DiDonato come pure Ann Hallenberg, Max Emanuel Cenčič, Franco Fagioli ed altri ed è formato dai migliori specialisti della prassi esecutiva storica e specializzato nell’esecuzione di opere liriche e strumentali del periodo barocco e classico. Molto bene il coro composto da sedici elementi in appoggio al gruppo strumentale ma, da come ho capito, non in formazione stabile in quanto Il Pomo d’Oro è formato solo da strumenti.

Insieme

Una serata veramente straordinaria che, per molti motivi, ricorderò per sempre. Finalmente, dopo un anno, di nuovo grande musica dal vivo. Al termine grandi applausi per tutti gli interpreti e attesa degli stessi in Via Filodrammatici per salutarli, soprattutto Lisette che ormai è un’amica e che, nonostante il difficile momento che stiamo ancora vivendo, è sempre disponibile e gentile con tutti come pure, in questo caso, si sono dimostrati disponibili tutti gli altri. A seguire foto degli artisti fatte in altre occasioni che mi hanno autografato questa sera.

Lisette Oropesa
Joyce DiDonato
Michael Spyres

Come sempre qualche nota polemica. Non un manifesto della serata fuori del teatro come se non ci fosse nulla in programma…almeno all’interno c’erano! Il guardaroba in Scala era fuori servizio…meno male che non è ancora inverno pieno perchè su nelle gallerie, se una persona deve anche tenere con sè cappotto eccetera, non si riesce ad “incastrare” dato che i posti sono veramente stretti e angusti.

Altra nota, più preoccupante, è la situazione che ho trovato a Milano. Le persone sembrano, nel loro comportamento irresponsabile, non capire che non è finito nulla, anzi, sta riprendendo tutto e, se continua così, fra poco saremo di nuovo punto a capo. Forse, ormai, per me che vivo in un piccolo centro, la confusione del centro di Milano è insopportabile. Quello che però ho visto, data la situazione contingente, è veramente troppo. Speriamo in bene. La mia prossima puntata alla Scala dovrebbe essere il prossimo 9 gennaio per un concerto vocale da camera di Günther Gröissbock e Waltraud Meier che eseguiranno un interessantissimo programma. Speriamo in bene!

Ciao Edita…

Dopo l’ultimo concerto di Edita a Gersthofen

Non avrei mai voluto scrivere queste parole che mi sembrano ancora irreali. Edita Gruberova ci ha lasciato. Questa notizia mi è piombata addosso come un macigno e sono tre giorni che il pensiero va sempre li e non riesco a non piangere. Esagerato direte voi, non era mica una tua parente! No, non lo era. Era molto di più. Era una voce che mi ha accompagnato per tutta la vita da quando l’ho ascoltata la prima volta, che mi ha confortato e sostenuto nei momenti difficili e mi ha esaltato nei momenti gioiosi. “So Gott will”. Se Dio vorrà. Erano le sue parole quando le davo appuntamento alla produzione successiva che avrei ascoltato. Questa volta Dio ha voluto così chissà per quale oscuro disegno. Non ho più parole, solo lacrime.

Il mio primo incontro con lei fu a Firenze nel 1977. La Wiener Staatsoper era in tournèe e tra gli altri titoli venne al Maggio con quell’Ariadne auf Naxos che l’anno prima aveva portato alla ribalta la giovane Edita Gruberova. Questi echi in Italia non erano ancora arrivati ma io, da grande appassionato ed informato, decisi di andare per ascoltare questa giovane voce di cui si dicevano meraviglie. Sono sincero. Non mi ero a quei tempi ancora accostato a Strauss che ritenevo molto difficile quindi le folgorazioni furono due: una per l’opera ed una per lei, quella che sarà la più grande Zerbinetta dei nostri tempi o forse di tutti i tempi! Edita Gruberova. Rimasi ipnotizzato dalla quasi insolente facilità con cui affrontò un’aria come Grossmächtige Prinzessin, una serie di fuochi d’artificio della durata di più di dieci minuti durante la quale lei giocava con un ombrellino, si dava la cipria sul naso e chi più ne ha più ne metta.Tornai a casa ed acquistai subito lo spartito per rendemi meglio conto del tipo di scrittura. Allucinante!

La Zerbinetta viennese
La prima fotografia che mi ha spedito

Da li in poi l’ho seguita per quanto ho potuto in quegli anni e solo in Italia perchè le possibilità erano quelle che erano. Entfhürung sud dem Serail alla Scala dove per un’antipatia nei suoi confronti da parte di Strehler fu spostata in seconda compagnia, mossa che non gli riuscì molti anni dopo per Don Giovanni in quanto Edita era ormai famosa e la sua fama pesava assai!

Entfhürung aus dem Serail La Scala

Alla Scala la ascoltai in diversi concerti, il primo indimenticabile con un pubblico “sospettoso” all’inizio e “giubilante” alla fine dopo un bis come la Pazzia di Ofelia dall’Hamlet di Thomas.

Primo suo concerto alla Scala

A Torino da quasi sconosciuta per un concerto a Settembre Musica.

Sempre alla Scala il già citato Don Giovanni (voluta da Muti), ancora Zerbinetta con i complessi della Bayerische Staatsoper, Lucia di Lammermoor, Linda di Chamounix fino allo strepitoso concerto detto delle Tre Regine l’anno dell’Expo, dove fu costretta a bissare la cabaletta del Devereux.

Concerto alla Scala delle Tre Regine con Marco Armiliato
Lucia di Lammermoor Scala
Linda di Chamounix
Donna Anna

A Firenze oltre all’Ariadne in una Lucia di Lammermoor indimenticabile accanto ad un altrettanto straordinario Alfredo Kraus. Il famigerato Rigoletto con la regia di Liubimov, quello della famosa altalena ed un concerto nel 1985 che resterà indelebile nella mia memoria finchè vivrò.

LUCIA di Lammermoor Firenze
Concerto Firenze 1985

Venezia. Indimenticabile Violetta (di questo parlerò dopo) dove ho scoperto frasi che mi erano sempre passate inosservate.

Violetta alla Fenice

A Roma (Caracalla) sempre in Lucia di Lammermoor.

Credo, a parte sicuramente Sonnambula di Napoli e poco altro, di aver ascoltato quasi tutto quello che ha fatto in Italia.

Il tempo corre anche se non sembra. Nell’estate 1984 muore il mio primo figlio in tempi brevissimi. Ricordo che lei doveva fare un paio di recite di Lucia alla scala in una ripresa pre estiva. Il mio bimbo mi disse: “Vai e fatti fare un autografo speciale per me”. Così feci e lei mi autografò la copertina dell’LP delle Arie da Concerto di Mozart che lui tenne sempre ai piedi del letto d’ospedale dicendo a chiunque entrasse: “Lei è Edita Gruberova e lo ha firmato per me”! Ricordi incancellabili nella mia mente. A Gennaio nasce la mia secondogenita. Non ho dubbi: la chiamo Elena Edita in suo onore. Riesco a farle avere i confetti del battesimo e lei con grade gentilezza mi inviò le foto che pubblico a seguire.

Foto per il battesimo di Elena Edita
Foto per la famiglia Ristori
La copertina firmata per mio figlio Marcello…si è un po’ sbiadita…

Nel frattempo io avevo iniziato a studiare canto. Era una terapia e mai più immaginavo che sarebbe diventata una professione. Il tempo corre sempre. Nel 1992 grazie all’amico Raul Ivaldi, grande truccatore, che stava lavorando a Barcellona in occasione del debutto di Edita in Anna Bolena riuscii a sentire una recita e, quando mi vide alla fine, nonostante fosse passato molto tempo dall’ultima volta che l’avevo sentita mi chiese subito, con mia sorpresa, notizie di mia figlia. Mi disse che aveva conservato tutte le foto e messaggi che le avevo inviato. Incredibile per un personaggio che incontra centinaia di persone. Da li ogni volta mi ha sempre chiesto sue notizie fino al concerto di addio di Berlino dove Elena era con me e lei disse: “Non voglio sapere quanti anni hai…il tempo passa troppo velocemente ed io sono vecchia”! Fu proprio a Barcellona che ebbi il coraggio di dirle che cantavo e le chiesi se poteva ascoltarmi per avere un suo parere (scoprii nel tempo che era molto restia a ciò ma…per Elena lo fece). Purtroppo il giorno dopo dovevo partire prestissimo per Roma dove avevo un’audizione al Teatro dell’Opera ma mi invitò ad andare a Venezia tre mesi dopo e mi disse di contattarla attraverso il teatro. Non lo feci per paura e per pudore ma mi chiamò lei quasi rimproverandomi per non averlo fatto. Andai a Venezia terrorizzato ma lei fu gentilissima con me anzi, mi disse, dopo avermi ascoltato seriamente, che, se mi veniva rifiutato il lavoro, non era sicuramente per la “voce piccola” che io sostenevo di avere ma per altri motivi. “Il repertorio per il quale ti proponi è perfetto per la tua voce, non farti problemi”! Mi disse anche che ci saremmo risentiti ma non badai alla cosa. Ero strafelice. La mia ex moglie che era con me con un certo sarcasmo (che la contraddistingue) mi disse che certamente Bernadette, quando aveva visto la Madonna nella grotta di Lourdes, aveva un’espressione meno estasiata di quella che avevo io mentre guardavo lei! Chiudo velocemente questa triste parentesi. Haider mi invitò tempo dopo ad andare a Zurigo a casa loro per potermi sentire e mi offrì una collaborazione. Tornai a Zurigo a studiare l’opera con lui. Tutto bene ma…tre giorni prima di partire per questa produzione avevo 40 di febbre ed un inizio di broncopolmonite. Dio non aveva voluto avrebbe detto lei.

La mia audizione con lei a Venezia
Nella sua casa di Zurigo con mia figlia Elena Edita
Gli auguri di Natale ad Elena Edita nel 1988

Il tempo corre sempre. La mia vita cambia. Nel frattempo faccio il cantante a tempo pieno lasciando la scuola ed ho le mie soddisfazioni.

In questi ultimi anni, lasciata la professione e dedicatomi all’insegnamento del canto in conservatorio, dove la porto sempre ad esempio, avendo più tempo libero ho iniziato a seguirla più costantemente. Parigi, Praga, Budapest, Berlino, Nizza, Monaco, Zurigo, Vienna, Gstaad,Baden-Baden (per il debutto europeo in Norma). Ogni volta la magia si ricreava ed uscivo da teatro completamente esaltato e ricaricato. Voglio ricordare fra questi viaggi il suo debutto a Barcellona in Lucrezia Borgia. Ero con i miei figli Jacopo ed Elena Edita e con Rosario. Jacopo che non l’aveva mai sentita dal vivo, dopo le prime parole del recitativo “Tranquillo ei posa” sgranò gli occhi e mi disse: “Ma è vera???”. Edita ci invitò alla fine ad un ricevimento privato in suo onore all’interno del teatro. Mia figlia sostiene che, quando è nata, qualcuno dall’alto le ha fatto piovere addosso questa natura straordinaria che, insieme ad uno studio tecnico eccezionale, l’ha sorretta fino alla fine.

Con Elena dopo il concerto di addio alla Deutsche Oper di Berlino
Con Elena Edita a Barcelona dopo la Borgia
Con Jacopo a Barcelona dopo la Borgia

Il 20 dicembre 2019 vedo programmato un concerto a Gersthofen, piccola cittadina vicina a Monaco. Nei giorni precedenti c’erano già altri piani che mi portavano a Parigi insieme a Guido Palmieri, altro “malato dell’opera e, ovviamente della Gruberova”. Non riusciamo ancora adesso a capire perchè ma questa volta Dio ha voluto. Nessuno poteva immaginare che da li a poco sarebbe scoppiata la pandemia che tanto ci ha provato e dalla quale non siamo ancora fuori. Decidiamo in maniera rocambolesca di andare per scoprire, dopo avere organizzato, che avrebbe eseguito lo stesso programma a Firenze in giugno, concerto poi mai avvenuto! Edita compiva gli anni il 23 dicembre. Al termine del concerto siamo stati invitati da lei insieme allo zoccolo duro dei suoi fans a brindare al Natale ed al suo compleanno. Abbiamo parlato tanto quella sera. Mi chiese persino consiglio su quali bis poter fare a Firenze. Le cantai anche Buon Compleanno dicendole: “Signora lei ha cantato quarant’anni per me. Stasera canto io per lei”! Chi avrebbe detto che non l’avrei vista più?

Dopo l’ultima Lucia di Lammermoor a Budapest
Dopo il concerto di addio alla sua adorata Staatsoper di Vienna
Gersthofen l’ultimo concerto
Gli auguri a Edita a Gersthofen ripresi prontamente da Guido Palmieri

In quest’ultimo periodo ho fantasticato su un possibile incontro con lei insieme a tutti gli amici a Zurigo oppure alla possibilità di assistere ad una sua masterclass dato che speravo ne facesse. Quante cose avrebbe potuto comunicare agli studenti di canto…nulla! Dio non ha voluto. Mi rimangono però una marea di ricordi documentati da fotografie e registrazioni. Voglio ricordare in questo mio scritto i nomi degli amici con i quali ci incontravamo sempre per ascotarla: Katalin Szabo (che gestiva il suo sito internet), Chris Schneider, Vera Sieber, Anne Hammerschmidt, Ruth Tipton, Guido Palmieri, Fred Rasing, Jordi Pujal, Reinhard Pinter, Christian Laimer, Werner Parpart, Oreste Musella, Helmuth Camillo Fisher, Antonio Martinazzo, Jeanne Doomen, Eric Baratin, Marc Gilgallon, Dillon Haynes, Stanislav Bencic, Budimir Popovic, Keiko Akina, Arianna Bertolla, Alessandro Astarita, Ron Runyon, Martin Liepmann, Igor Tomaszewsky, Niel Rishoi (conosciuto solo per corrispondenza) e molti altri…

Ciao Edita. Mi permetto ora di darti del tu. Troppe sono le voci che circolano sulla tua morte. Non le voglio ascoltare. Voglio ricordarti come sei nell’ultima foto che pubblico. A casa tua, sorridente e serena insieme a mia figlia. Ora sei immortale e sicuramente starai cantando per qualcuno che conta veramente.

Con tutto il mio amore

Riccardo.

Zurigo a casa di Edita con mia figlia.