Ricomincio da qui…Zürich 6 luglio 2020 Sabine Devieilhe e Benjamin Bernheim in concerto.

Ci siamo lasciati l’8 marzo a seguito di un  rocambolesco ritorno da Berlino. La situazione del virus in Italia si è presentata subito peggio del previsto. Blindati in casa fino a poco tempo fa. Persi una serie di “viaggi operistici” tra cui uno a Mosca che avrebbe visto anche la possibilità di visitare questa città dove non ero mai stato. Lasciamo perdere la fatica fatta per recuperare i soldi già spesi (non sono ricco!). In questa “blindatura” sono stato fortunato in quanto abito in campagna ed ho una casa indipendente con tanto verde intorno. Questo mi ha permesso di poter stare all’aperto e “respirare” senza contravvenire alle disposizioni. Sono stati mesi comunque difficili e di grande incertezza, di grandi contraddizioni (si la mascherina, no la mascherina, si i guanti, noooo i guanti e via andare). Poveri italiani guidati da una manica di incompetenti e capaci solo di prendere decisioni smentite subito dopo; eminenti virologi che si pavoneggiano e si danno addosso l’un l’altro; un popolo incapace di rispettare le regole dettate peraltro dalla necessità. In tutto questo caos uno dei settori che più ha sofferto in questo frangente è stato quello dello spettacolo. Teatri chiusi e niente lavoro per una moltitudine umana ma…sembrava che, in questo senso, la preoccupazione più grande fosse rivolta al campionato di calcio. Poveri noi! Anche quello sicuramente conta ma, personalmente, non darei al calcio la priorità. Evidentemente gli interessi economici prevalgono sempre.  Finalmente, dopo quattro mesi di “nulla” e, per me, di astinenza dalla musica, mesi passati a fare improbabili lezioni video da casa ai miei allievi del conservatorio, a curare il giardino, ad imbiancare la casa e…a cucinare, qualcosa ha cominciato a muoversi. L’indistruttibile Guido, attentissimo ad eventuali sviluppi della situazione mi comunica che l’Opernhaus di Zurigo ha previsto a luglio una serie di concerti per i quali sarà, ovviamente, venduto un numero limitatissimo di biglietti per poter mantenere una distanza adeguata nella sala. Come non cedere alla tentazione di un concerto con l’amata Sabine  nonostante l’ansia che in questi mesi i bombardamenti dei media ci hanno gettato addosso? Non faccio fatica a dire che sono uscito pochissimo, anche quando lo spostamento fra regioni è stato concesso. Ho rivisto i miei nipotini dopo sei mesi per il terrore di portare “qualcosa” a loro dato che lo stato (volutamente minuscolo) non ha mai pensato di fare tamponi a tappeto. Io, per esempio, potrei essere un asintomatico e non saperlo. Ma torniamo al concerto. Confermata l’apertura dei confini Svizzeri nei confronti di quelli italiani decidiamo di andare e Guido, come James Stewart in Mezzogiorno di fuoco (tranne che la pistola era sostituita dalla tastiera del computer), spara per primo, raggiunge l’obiettivo e si aggiudica due posti in prima fila! Viaggio in treno. All’andata rischiamo di perdere il treno da Milano per Zurigo in quanto il nostro fino a Milano aveva mezz’ora di ritardo! Benedico la mia proverbiale mania dell’anticipo: un altro treno partiva a sei minuti dal nostro arrivo in stazione. Il capotreno ci “concede” di salire nonostante non fosse il nostro e, poco dopo con orrore, apprendiamo che il nostro era stato comunque soppresso. Gente inferocita che, alle stazioni successive, voleva salire, caos…ma come il cielo ha voluto siamo arrivati a Milano. Situazione più tranquilla su quello per Zurigo. Ripresa la dieta ci siamo portati da mangiare per evitare di andare fuori ma soprattutto per evitare di spendere, per esempio, 10 Fr e 70 per una pizzetta microscopica! Alle 18 ci avviamo a teatro. Giuro che, tra l’agitazione del viaggio, il vedere che in Svizzera se la prendono “più bassa” (obbligo delle mascherine solo a bordo dei mezzi pubblici) e l’astinenza da teatro, ero emozionato come la mia prima volta a 12 anni.

Il programma era misto. In parte cameristico ed in parte operistico, per accontentare i gusti di tutti.

Apre Sabine con le Ariettes oubliées di Debussy. Questa grande artista, cantante e musicista oggi non ha rivali nel repertorio francese. Ha cesellato ogni frase, ogni parola unendo a questo suoni che parevano arrivare da un altro mondo. Che meraviglia!

A seguire Benjamin Bernheim ha eseguito delle chansons di Duparc. Sono rimasto piacevolmente impressionato da questo cantante. Bellissimo timbro. Fraseggio vario ed interessantissimo. Agguerrito tecnicamente. Finora lo avevo ascoltato solo in registrazione e l’ultima volta nella Manon di Parigi che avrei dovuto sentire di persona ma che, a causa del diffondersi del virus, aveva visto le rappresentazioni interrotte. Già l’impressione era buona ma dal vivo è ancora meglio. La voce è ricca di armonici, l’emissione facile in tutti i registri. Spero di risentirlo presto e gli auguro il meglio per il futuro.

Ritorna Sabine con un suo cavallo di battaglia: l’aria delle “clochettes” dalla Lakmé (opera che avrei dovuto sentire con lei a Mosca ad Aprile!). Sentita a distanza di quattro anni nella stessa aria (Marsiglia 2017) ho trovato un’interprete maturata, un’ulteriore cura dei particolari permanendo la bellezza del timbro e la spontaneità dell’emissione. Alla fine è esploso un boato. Grande Sabine!

Bernheim invece ci ha regalato il “Sogno” della Manon di Massenet. Da tempo non sentivo eseguire quest’aria in modo così appropriato, cosi curato con la voce usata al meglio e soprattutto con suoni “reali” non con stupidi falsetti  che, ultimamente, qualche falso mito ci propina a volontà. Commovente nell’interpretazione. Bravissimo.

Il resto del programma ha visto i due eseguire Lieder di Strauss: Mädchenblumen Sabine e lieder scelti Bernheim tra cui un Morgen da sogno e due duetti, Romeo et Juliette e Lucie de Lammermoor (la versione francese). Bis: un toccante Youkali di Weill da parte di Sabine ed un Verdi da camera da Bernheim ed insieme il duetto di West Side Story “Tonight”.

I due artisti erano accompagnati da una pianista dell’Opernhaus (che è anche un direttore d’orchestra) a dir poco eccezionale: Carrie-Ann Matheson. Dotata di una tecnica solidissima e soprattutto e, come prevedibile, nel repertorio liederistico ha tirato fuori dalla tastiera dei suoni miracolosi, dei pianissimi impalpabili. Simpaticissima nell’atteggiamento ed in perfetta sintonia con i due solisti.

Che dire. Sono uscito da teatro con una grande carica interiore come tutte le volte che assisto a qualcosa di veramente appagante. Abbiamo incontrato i due cantanti alla fine. Bernheim simpaticissimo e Sabine, che sapeva della nostra presenza, ci ha accolto con un abbraccio virtuale. E’ rimasta molto colpita dal regalo che le abbiamo portato per la nuova nata e ci siamo dati appuntamento (se tutto va bene!) a novembre alla Scala dove, anche se non è ancora ufficiale, il suo concerto ci sarà! Una bella notizia!

Il viaggio di ritorno si è svolto nella correttezza più totale sul treno svizzero e nel caos più totale sul treno italiano dove ho dovuto litigare con una ragazza perchè si era seduta davanti a me non rispettando le indicazioni segnate a caratteri cubitali sui posti a sedere…e gliene andava ancora a lei! Povera Italia e soprattutto poveri quegli italiani che, come me, credono che rispettare le regole sia un dovere di tutti!

Alla prossima…speriamo!

Berlino Deutsche Oper 6 e 7 marzo 2020. Meyerbeer: Le Prophete e Dinorah. Cronaca delle due ultime opere viste e sentite a teatro…e chissà per quanto tempo non mi sarà più possibile avere ancora la possibilità di farlo.

Il viaggio era finalizzato all’ascolto della Dinorah di Meyerbeer che doveva vedere la presenza di Sabine Devieilhe nel ruolo del titolo. A causa del periodo troppo vicino alla nascita della sua bambina è stata costretta a cancellare ed è stata sostituita dal soprano spagnolo Rocio Perez. Eravamo un po’ demotivati ma, dopo aver chiesto informazioni ad un amico di Barcelona che sicuramente l’aveva sentita ed aver ascoltato qualche registrazione, abbiamo deciso di andare lo stesso e molto fiduciosi (non sono mai prevenuto quando vado ad ascoltare una nuova voce od un cantante che non ho mai ascoltato in teatro). In Italia intanto si configurava una situazione di incertezza per nulla confortata da notizie certe circa quello che stava succedendo. Pochissima  gente sul volo di andata e noi organizzati in modo da prendere precauzioni per evitare contatti con persone per troppo tempo. Arrivati a Berlino troviamo una situazione assolutamente normale ma noi, tenendoci aggiornati su quanto succedeva in Italia ci siamo barricati in albergo e mai più usciti se non per andare a teatro. Mi direte: c’è poca logica in tutto ciò ma eravamo venuti per l’opera ed il teatro funzionava. Peraltro in Italia in quei giorni tutto era concentrato su Codogno e Vò Euganeo.

Troviamo due biglietti a poco per assistere anche ad una rappresentazione de Le Prophete, orrenda produzione (dal punto di vista visivo) alla quale avevamo già assistito tre anni fa. Il cast però era veramente accattivante quindi andiamo. Ci ha confortato il fatto di essere nell’ultima fila di platea praticamente vuota e potevamo così mantenere ottime distanze fisiche con altre persone del pubblico anche se, ripeto, li nessuno sembrava curarsi del problema che da noi in Italia era già considerato “importante”.

Spettacolo come ho detto orrendo e questa parola mi pare sufficiente a descriverlo. Luoghi comuni della peggior scelta registica quali: soprano stuprato sul cofano di un’auto, militari in mimetica che violentano donne per un settanta per cento della recita, miracoli a vista dove paralitici iniziano a ballare come Roberto Bolle, le danze (sempre presenti nel Grand Opéra) ridotte ad uno stupro generale e chi più ne ha più ne metta. Mi chiedo come un regista come Olivier Py, responsabile di uno spettacolo bellissimo come Le dialogues des Carmelités visto a Parigi sia capace di tanto orrore.

Cast, come dicevo, veramente interessante. Nel ruolo di Jean de Leyde un Gregory Kunde in ottima forma che, nonostante i suoi sessantasei anni, non mostra cedimento alcuno dal punto di vista vocale in quanto sostenuto da una tecnica solidissima e da una invidiabile resistenza fisica che in un ruolo massacrante come questo è assolutamente indispensabile. Capace anche di trasmettere grandi emozioni.

Nell’impervio ruolo di Fidès che fu scritto per Pauline Viardot ed in tempi recenti affrontato da Marylin Horne,  il mezzosoprano francese Clementine Margaine, oggi tra i più acclamati in Europa. La cantante si trova a suo agio in tutta la tessitura in un ruolo veramente complesso anche dal punto di vista interpretativo. La terribile aria O Pretres de Baal, che arriva alla fine dell’opera, la mette alla prova ma ne esce vittoriosa.

Berthe era il soprano russo Elena Tsallagova, spesso ospite della Deutsche Opera. Bella voce, flessibile, estesa. Acuti che non fanno “preoccupare” ed in grande sintonia con la Margaine nel lungo duetto che cantano nel quarto atto dell’opera.

Nel ruolo di Zacharie il basso baritono australiano Derek Welton presente sui palcoscenici europei (pochissimo in Italia ovviamente!) presenta un bellissimo colore vocale ed un’estensione notevole e sicura in un ruolo che ha una scrittura veramente strana, ovvero: per un basso è troppo acuto e per un baritono è troppo grave. Welton riesce ad essere credibile senza forzatura alcuna.

Bene nel ruolo del “cattivo”, il Conte di Oberthal, Seth Carico come nei ruoli degli altri due anabattisti Jonas e Mathisen, Gideon Poppe e Thomas Lehman. Adeguate tutte le altre parti di fianco.

Alla direzione delle ottime compagini berlinesi Enrique Mazzola. Preciso. Trascina l’orchestra nel clima del Grand Opéra francese regalandoci bellissimi momenti musicali come per esempio le danze che ho ascoltato senza guardare quello che succedeva in scena!

Scambiate due impressioni con Gregory Kunde che mi ha confermato la sua presenza a Genova in Turandot (senza sapere che da li a pochi giorni si sarebbe scatenato l’inferno). Bellissima persona oltre ad essere un grande artista.

Gregory Kunde

Veniamo a Dinorah.

Altro giorno di clausura in albergo e via a teatro con due curiosità: ascoltare un’opera che non si rappresenta mai e che è conosciuta solo per l’aria Ombre legére, cavallo di battaglia di tutti i soprani di coloratura ed ascoltare questo giovanissimo soprano che aveva sostituito la Devieilhe anche a Madrid fino a pochi giorni prima nel mozartiano Flauto Magico come Regina della Notte.

E’ stata una bellissima sorpresa e la conferma che un ascolto dal vivo è definitivo per farsi una qualsiasi idea circa le potenzialità di una voce. La Perez ha dalla sua un colore di voce veramente accattivante, sopracuti sicurissimi, coloratura fluida e precisissima e, nonostante l’opera fosse eseguita in forma di concerto, un presenza scenica eccezionale. Fresca, giovane, bella, simpatica…che volere di più! Il pubblico era incantato e, al termine della celebra aria Ombre legére, le ha riservato un’ovazione interminabile che è proseguita al termine dell’opera. Spero di poterla riascoltare in futuro quando (speriamo) le acque si saranno calmate.

Nel ruolo dell’avido e sprovveduto Hoel, il baritono Règis Mengus. Bella voce, acuti belli e sicuri ma a tratti un po’ crescenti. Efficace comunque nell’interpretazione di questo ambiguo ruolo.

Il pavido Corentin era il tenore francese Philippe Talbot, frequentatore abituale del repertorio francese. Voce estesa, forse un po’ spinta ma, complessivamente, è stato all’altezza dell’ottimo livello del cast.

Nei piccoli ruoli del Cacciatore, del Mietitore e delle due Pastorelle rispettivamente: Seth Carico, Gideon Poppe, Nicole Haslett e Karis Tucker.

Come ne Le Prophete la direzione era affidata ad Enrique Mazzola che, anche in questa situazione ha dimostrato di essere in totale sintonia con l’orchestra della Deutsche Oper ed essere un perfetto conoscitore del repertorio francese.

Un trionfo per tutti e soprattutto per Rocio Perez, che abbiamo incontrato alla fine della recita. Ragazza semplicissima, alla mano e gentile. Dovrebbe (doveva?) venire a Venezia per Rigoletto in Maggio e, sempre a Venezia ad Ottobre al Teatro Malibran per l’abbinata Salieri/Mozart, Prima la Musica poi le Parole e L’Impresario. Speriamo che tutto, per quel tempo, sia risolto e la gente possa riprendere ad andare a teatro e soprattutto ci sia di nuovo lavoro per chi fa questa professione ed oggi si vede cancellati tutti gli impegni a tempo indeterminato.

Che dire di Dinorah. All’origine composta nello stile dell’Opéra Comique con il titolo Le Pardon de Ploermel fu rappresentata a Parigi al teatro dell’ Opera Comique nel 1859 con buon successo e successivamente a Londra tradotta in italiano e con i recitativi musicati con il titolo di Dinorah. La trama è una delle più assurde ed inutili che io possa ricordare in un’opera lirica ma la musica ha un suo perché. Non reggendo comunque al paragone con i Grand Opera dello stesso autore uscì presto dal repertorio ed il suo ricordo è stato mantenuto in vita solo per l’esecuzione dell’aria Ombre legére da parte dei più grandi soprani di coloratura di tutti i tempi, da Marie Caroline Carvalho (una delle prime interpreti) ad Adelina Patti (che la considerava la sua opera preferita), da Amelita Galli Curci a Lily Pons e in tempi recenti da Maria Callas, Joan Sutherland, June Anderson, Beverly Sills, Sumi Jo, Nathalie Dessay, Edita Gruberova ed appunto Sabine Devieilhe, che doveva essere la protagonista di questa edizione.

Vi saluto e, francamente, non so in questo momento di grande difficoltà per il mondo quando potrò scrivere ancora per parlare di musica e di opera ma…cerchiamo di essere positivi ed ottimisti. Speriamo presto. Alla prossima.

P.S. Il ritorno si è svolto nella massima sicurezza, con un aereo vuoto ed il rapido recupero dell’auto al parcheggio di Malpensa. Da quel giorno sono uscito bardato come un palombaro solo una volta per fare la spesa, rigorosamente da solo ed anche solo in un supermercato fornito ma vuoto a livello clientela. Il mio è un paese piccolo e, fortunatamente, non è difficile poter seguire le regole necessarie per limitare i contagi. Speriamo in bene! Non ci resta che quello.

 Rocio Perez

 

 

Zürich Rossini La Cenerentola 5 Gennaio 2020

Passate (in parte) le preoccupazioni legate alla salute eccomi al primo “viaggio operistico” del 2020. Non avrei potuto iniziare meglio. Rossini. La Cenerentola. Un’opera che adoro e che, anni fa (non diciamo mai quanti) ho avuto la fortuna di cantare come Alidoro.

A dispetto di tutti i cartelli sparsi per la città che vietavano i fuochi d’artificio (vedi l’ultimo dell’anno), noi i fuochi d’artificio li abbiamo visti (sentiti!).

Premetto che, data l’età che mi ritrovo, ho avuto il bene di sentire nel ruolo della protagonista le più grandi dei miei tempi: Teresa Berganza e Lucia Valentini Terrani e mi permetto di aggiungere anche l’ungherese Julia Hamari, che non sfigura accanto alle precedenti. Nel ruolo di Ramiro il grande Luigi Alva, Ugo Benelli ed un ventitreenne sconosciuto Juan Diego Florez.

Qui a Zurigo la coppia di virtuosi era formata da Cecilia Bartoli e Javier Camarena. Zurigo è un po’ il regno della Bartoli e qui è molto amata. È vero, la voce non è grande ma quello che questa artista trasmette non ha prezzo. Nel l’interpretazione di questo ruolo esce vincente su tutti i fronti. Diamo per scontata (anche se così scontata non è) la coloratura strepitosa (dei veri fuochi d’artificio) ma la struggente malinconia che viene fuori dal suo “Una volta c’era un re…” come pure tutte le altre parti dove l’espressività deve prevalere hanno lasciato un segno indelebile nella mia memoria. Ci siamo trattenuti amabilmente con lei parlando di musica (tra l’altro le ho chiesto precisazioni su un’aria ascoltata a Parigi che conoscevo composta da Vivaldi e li risultava di altro autore, tal Giacomelli, e mi ha spiegato che è stato un omaggio successivo di questo compositore a Vivaldi stesso). Concludo affermando senz’ombra di dubbio che la Bartoli è una persona deliziosa.

Don Ramiro era Javier Camarena. È la terza volta che lo sento ed ogni volta è un’emozione grandissima. Ha tutto. Timbro stupendo. Gestione totale della voce grazie ad una tecnica perfetta. Mezzevoci (vere!) stupende. Acuti impressionanti per brillantezza e volume. Un boato con insistente richiesta di bis ha accolto la conclusione della sua aria. Sarà in autunno a Bergamo nel Marin Faliero. Finalmente in Italia!

Nel ruolo di Don Magnifico uno sbiadito Alessandro Corbelli (che ricordo splendido Dandini in gioventù). È un baritono. Manca il corpo vocale per questo ruolo. Crea comunque un personaggio abbastanza credibile ma si sente poco.

Dandini era Oliver Widmer. Voce, presenza scenica ma manca la precisione nelle agilità. Sotto questo aspetto Rossini non perdona.

Bellissima sorpresa il giovane basso russo Stanislav Vorobyov nel ruolo di Alidoro. Voce grande, bella e facilmente estesa e, nonostante il peso vocale, agilità molto precise. Bravo!

Strepitosa la coppia delle sorellastre Clorinda e Tisbe, rispettivamente Martina Jankova e Liliana Nikiteanu.

Alla direzione dell’orchestra La Scintilla, che vede strumenti antichi ai fiati e del coro dell’Opernhaus, Gianluca Capuano che, come a Parigi, sa cogliere i particolari e questo fa la differenza. Grande energia. Gesto preciso e sicuro (lo dico da ex orchestrale) e grande comunicativa. Ribadisco. Sono fiero di aver fatto musica con lui in passato. Bravo. Spero di poterlo presto applaudire ancora!

Bello ed elegante spettacolo di Cesare Lievi nato qui a Zurigo ai primi degli anni novanta. A tratti “strizza un po’ l’occhio” alla storica produzione di Jean Pierre Ponnelle ma mantiene in genere una sua originalità. Era evidente che la compagnia si divertiva un mondo e noi spettatori con loro! Bis fuori programma alla fine ed a sipario chiuso del celebre sestetto del “nodo”! Aprire il mio anno di ascoltatore con questo bellissimo Rossini mi ha fatto dimenticare per qualche ora tutto il brutto che mi è capitato ultimamente. Domani si torna alla realtà. Meno male che la musica c’è e mi aiuta sempre!

Gianluca Capuano

Cecilia Bartoli

Javier Camarena

Capuano Bartoli ed io!

Cronaca di un viaggio “un tantino” disatroso. Parigi e Gersthofen. Dicembre 2019

Potrei cominciare così: “Riccardo donde vieni?”. “Da Parigi”. “Chi te’l commise?”…..e qui la storia cambia. “me lo commisi” da solo o meglio questo viaggio era programmato (sempre con l’amico di venture/sventure Guido Palmieri) da mesi e mesi e ci doveva vedere a Parigi con quattro serate una dietro l’altra che comprendevano Il Pricipe Igor (Opera Bastille), Bartoli/Farinelli (Philarmonie de Paris), Il Pirata (Palais Garnier) e Libertà (Philarmonie de Paris). Chi poteva prevedere che a Parigi scoppiasse quella sorta di rivoluzione che la città sta vivendo e che i dipendenti dell’Opera decidessero di scioperare cancellando spettacoli dal 5 dicembre a tutt’oggi? Impossibile muoversi in città. Due linee della metro funzionanti su quattordici. Soldati. Mitra. Una città in stato di assedio dove la gente si accalca, corre, spinge e si muove facendo finta che nulla stia accadendo. In mezzo a tutto ciò mi sono anche ammalato. Una situazione da incubo. Basti dire che per essere sicuri di prendere l’aereo per tornare (partenza alle 13,30) siamo partiti dall’hotel alle 6.30! Comunque vi parlerò almeno dei due concerti della Philarmonie.

Il primo concerto (15 Dicembre) consisteva in un concerto/spettacolo dedicato al repertorio di Farinelli che Cecilia Bartoli sta portando in giro per l’Europa. Devo dire che ero molto curioso. Nella mia vita di appassionato ricordo di aver ascoltato la Bartoli una volta sola a teatro e precisamente moltissimi anni fa alla Scala nel Conte Ory rossiniano e, stranamente, di non ricordare molto.

Lo spettacolo è organizzato molto bene: orchestra al centro e, dalle parti, due situazioni: un baule/camerino ed uno stand di abiti che permettono alla cantante di cambiarsi a vista con una velocità impressionante. Quello che la Bartoli ci ha regalato è stato veramente eccezionale. La voce sarà anche piccola (caratteristica negativa alla quale i detrattori si attaccano sempre) ma, anche in un grande spazio come quello di questo splendido auditorium (circa 3000 posti), correva perfettamente. Legato spettacolare, agilità da “fuochi d’artificio”! Una meraviglia. Mi ha colpita in particolare un’aria di Caldara tratta dall’oratorio “La Morte d’Abel”. Veramente emozionante. Condire il tutto con un’energia invidiabile che contagiava anche i membri dell’orchestra. Bis a profusione e grande trionfo personale. Grande successo anche per il Direttore Gianluca Capuano con il quale ho  avuto il piacere e l’onore di “fare musica” qualche anno fa. Gesto preciso ed energico. Dinamiche spettacolari, favorite anche dall’acustica della struttura. Ci siamo ritrovati dopo anni, ci siamo scambiati un abbraccio sincero e ci siamo dati appuntamento a Zurigo il 5 Gennaio per “La Cenerentola” con la Bartoli e Camarena (sperando di star bene).

Il secondo concerto (17 Dicembre), facente parte di una tourneé, vedeva impegnato il gruppo Pygmalion diretto da Raphael Pichon con il programma “Libertà” contenuto anche in un CD di recente pubblicazione. Mozart desueto. Anche questo concerto organizzato in forma di spettacolo. Ovviamente Sabine Devielhe ha dovuto rinunciare a questi concerti in quanto in attesa per i primi di gennaio del secondo figlio ma è stata egregiamente sostituita (con qualche variazione di programma rispetto al CD) dal soprano Mari Erksmoen. Rispetto al CD cambio anche per quanto riguarda il mezzosoprano. Qui presente Adèle Charvet, una vera rivelazione. Gli altri interpreti erano il tenore Linard Vrielink, il baritono John Chest, il basso Nahuel Di Pierro  ed il soprano Siobhan Stagg. Tutte voci perfette per questo repertorio con due “punte” eccezionali, la Stagg e Di Pierro. Lei canta, tra l’altro, l’aria da concerto “Bella mia fiamma” che io trovo tra le più affascinanti e complicate, per intonazione e continuo alternarsi di recitativi e ariosi, tra quelle da lui composte. La Stagg ne fa un piccolo capolavoro. Voce stupenda (la ricordo Pamina al cinema in una diretta da Covent Garden), grande espressività, colori…una meraviglia! Di Pierro canta una delle arie da concerto per basso più impervie per scrittura: “Aspri rimorsi atroci”. Salti di oltre un’ottava. Escursioni dal grave all’acuto impressionanti (lo affermo a ragion veduta perché in gioventù l’ho cantata). La voce è bellissima e molto importante. Speriamo che anche i teatri italiani aprano le porte a questi artisti e la smettano di far cantare sempre gli stessi noiosi cantanti. Non se ne può più. Mi ripeto sempre ma, se voglio sentire qualcosa di interessante, me ne devo andare!

Ora mi sposto in Germania. Arrivati a Malpensa, nonostante la mia situazione non migliori, decido di portare in fondo quest’avventura. Si riparte per Monaco di Baviera e precisamente Gersthofen dove, dalla schedule del sito web di Edita Gruberova, sembrava esserci l’ultimo suo concerto. In effetti ricordo che a marzo scorso in occasione del Devereux a Monaco mi disse: “Questa è l’ultima mia produzione operistica ma, oltre a masterclasses farò ancora qualche concerto”. Decidiamo comunque di organizzare ed andare e…poco dopo esce il programma del Maggio Fiorentino e la grande Edita farà un concerto anche li il 14 giugno 2020. Nulla. E’ inossidabile. Arriviamo avventurosamente in questa cittadina vicina ad Augsburg (Augusta) alle 22 di sera. Stazione ferroviaria inesistente. Buio tragico. Sconforto. Vediamo un cartello con scritto “Zentrum”. Ci avviamo e avvistiamo, nel niente cosmico, un ristorante giapponese. Troviamo un dipendente (giapponese) nato a Roma e vissuto a Brescia che, con estrema gentilezza, capisce la situazione e ci chiama un taxi che ci permette di raggiungere l’albergo. Basta. Dormire dopo una giornata pesantissima. Il giorno dopo dopo aver incontrato, facendo colazione in albergo, un altro fan della Gruberova, Fred Rasing arrivato dall’Olanda, usciamo in perlustrazione. Gersthofen è un centro piccolo dove anche le galline camminano per la strada (!)

Troviamo la Stadthalle dove il concerto avrà luogo la sera (20 Dicembre) e ci rilassiamo un po’. Previsti in arrivo un contingente dal Giappone e dagli States. Alla sera la sala è piena. Presente tutto lo “zoccolo duro” che segue Edita: Chris, Vera, Anne, Akina, Ruth, Camillo, Kati da Budapest (che gestisce il sito web). Vorrei nominarli tutti ma di tanti non conosco il nome preciso. Lei arriva con la sua grande comunicativa e ci regala una serie di lieder di Strauss che cesella con la consueta maestria (direi che su questo repertorio è tuttora inattaccabile). Poi parte con Fruhlingstimmen valzer (dell’altro Strauss) e Barbiere, Beatrice di Tenda e Hamlet. Ci dona come bis, in un tripudio generale, un’insolita “Ebben ne andrò lontana”, lo spassoso “Ach wir armen Primadonnen” di Milloker e le due arie di Adele dal Fledermaus. “coccolata” al pianoforte dal bravissimo Maestro Peter Valentovic. Dal palco, durante gli applausi, ci vede e ci dice “Verrò a Firenze”…non sa che abbiamo già i biglietti!

Nell’intervallo veniamo informati da Vera che Edita ci invita ad un brindisi per Natale ed il suo compleanno (23 dicembre…73 anni!!!). E’ la prima volta che capita e sono veramente emozionato. Prendiamo una serie di taxi sotto una pioggia torrenziale perché lei era alloggiata ad Augburg e raggiungiamo questa grande birreria. Arriva e con molta affabilità ci dice di ordinare quello che vogliamo. Io sono un cantante e so come vanno queste cose…non voglio assolutamente approfittare. Per me il momento è indimenticabile. Mi limito ad ordinare una birra anche se lei insiste. Mi nutro della sua presenza. Seduti abbastanza vicino ad un certo punto si sposta e si siede di fronte a noi, ci parla del concerto di Firenze e, sorpresa, ci chiede quali bis può fare (!!!). Ci spiega che in Italia lei è sempre in dubbio. La invito a cantare anche li l’aria dell’operetta e lei mi chiede se non è un azzardo dato che è in tedesco ed è importante anche capirne il testo. Le rispondo che il suo pubblico la conosce ed è talmente divertente che lei ne fa capire il significato con la sua interpretazione. Mi dice che le hanno suggerito “Dove sono i bei momenti”…meglio Elettra dell’Idomeneo le dico io. “Ok. LO dirò al Maestro Valentovic perché non mi ricordo più nulla” (!). A quel punto mi viene un’ispirazione. Decido che dopo quarantadue anni che lei canta per me era arrivato il momento che io cantassi per lei ed intono a mezzavoce “Tanti auguri a te”. Prontamente Guido filma il momento che io porterò nel cuore finche vivrò. Ci diamo appuntamento a Firenze e spero, in futuro, di poter seguire una sua masterclass. Mi piacerebbe vederla insegnare!

Il viaggio si conclude almeno in bellezza. Ora devo pensare alla mia salute e spero che non sia nulla di grave ma lo saprò a breve. Se tutto va bene il 5 Gennaio sarò a Zurigo per La Cenerentola. Ci risentiamo dopo quella data. Mit freundlichen Grüßen!

Madrid Teatro Real Bellini Il Pirata 4 Dicembre 2019 home

Questo è stato il mio primo Pirata in teatro e non poteva essere meglio di così nel suo insieme ed in qualche particolare. Partiamo dalla musica di Bellini. Sublime. Unico aggettivo che, a caldo, mi viene in mente. Sublime e terribilmente difficile: non da ascoltare ma da eseguire! Tutto il belcanto ottocentesco, se non supportato da bravi esecutori, si può trasformare in un qualcosa di paurosamente noioso! Come è noto, in queste opere, è sempre il soprano a fare la parte del leone ed Il Pirata non si smentisce. Nel “terrificante” ruolo di Imogene cantava (e dire cantava in questo caso è molto riduttivo!) il soprano Yolanda Auyanet di cui ho ampiamente parlato in un articolo a lei dedicato. Qui ci troviamo davanti ad uno strumento di rara bellezza unito a qualità interpretative fuori del comune! Totale aderenza stilistica al cantabile belliniano; incisività e mordente nei recitativi, uno per tutti quello che apre la scena finale, scena che con la sua celebre aria “Col sorriso d’innocenza”, commuove fino alle lacrime per poi sfociare in una violentissima cabaletta che lascia senza fiato! Brava Yolanda! Ti aspettano nuovi debutti compresa la Borgia donizettiana, altra opera che ti darà grandi soddisfazioni! Posso dirti che ogni volta è un’emozione grandissima!!! Ti voglio bene!!!

Nel ruolo del titolo il tenore Celso Albelo che aveva lasciato la prima recita per indisposizione anche lui al debutto nel ruolo. Ho ritrovato in lui la brillantezza e la baldanza negli acuti già riscontrata nella Bolena a Vienna e nella Stuarda a Genova. L’impressione generale è, comunque, che non sia ancora totalmente padrone nella parte. Incertezze in vari punti dell’opera non possono essere imputati ad una indisposizione. Quella può eventualmente influire solo sulla resa vocale. A me comunque, dato che parlo per me, piace molto!

Nel ruolo del suo antagonista, Ernesto, il baritono Simone Piazzola. Era la prima volta che lo ascoltavo dal vivo. Ricordo un video di un suo bel Simon Boccanegra di Venezia di qualche anno fa. La voce è molto bella o meglio di uno di quei colori che a me piacciono molto. Il ruolo presenta una tessitura ingrata: per un baritono puro è spesso troppo grave e per un basso spesso troppo acuto. Piazzola si è comunque, a mio avviso, disimpegnato molto bene anche a livello interpretativo.

Circa il resto del cast, male il tenore Marin Yonchev nel ruolo di Itulbo. Voce limitata, fraseggio inesistente ma…un motivo sicuro per trovarsi nel cast di questa produzione (vi dice nulla il cognome?).

Molto bene gli altri, il soprano Maria Mirò nel ruolo di Adele ed il basso Felipe Bou in quello di Goffredo.

Ottime le prestazioni dell’orchestra e del coro sotto la direzione di Maurizio Benini, con il quale ho avuto il piacere di scambiare due parole, che mi ha confermato la difficoltà di esecuzione dell’opera belliniana e di Bellini in genere ma anche la sua bellezza sublime della sua musica.

Elegante e sobrio lo spettacolo curato da Emilio Sagi che vide la luce (credo) lo scorso anno alla Scala. Bellissimi costumi e scene funzionali (ah…gli specchi riflettenti “vanno” sempre!).

Una bella produzione quindi e musica che ti fa riappacificare con il mondo!

Yolanda Auyanet

R. Strauss Die Ägyptische Helena Milano La Scala 23 Novembre 2019i

Eccomi alla Scala per un titolo imperdibile in quanto pochissimo rappresentato, Die Ägyptische Helena di Richard Strauss.

Quest’opera, ennesimo frutto della lunga collaborazione fra Hofmannsthal e Strauss mette insieme, per volontà degli autori, come spiegato nell’interessante conferenza illustrativa prima dell’opera (benvengano queste iniziative soprattutto se si tratta di opere di “non repertorio”!) tenuta da Claudio Toscani, le varie versioni del mito di Elena che, in una versione la vuole moglie traditrice e causa della guerra di Troia e quella che la vuole fedele ma, per un sortilegio, sostituita da un suo fantasma che è quello che vedrà Menelao e la farà immaginare colpevole. L’opera ha un lieto fine perché Elena, salvata dalla furia vendicativa di Menelao dalla maga Etra (Aithra), sposa di Poseidon, che fa bere a lei e a Menelao un filtro dell’oblio, alla fine rinuncerà a questo espediente e farà bere a Menelao il filtro “del ricordo” perché desidera che il suo sposo la accetti e la perdoni, cosa che avverrà con il ricongiungimento di Elena con la figlia Hermione.

Partiamo dal presupposto che mi vede innamorato perso della musica di Strauss. L’avvicinamento a questo autore è stato da parte mia graduale un po’ come con Wagner e ci sono arrivato da “adulto”. Ora è come una droga: non ne posso fare a meno quindi, dato che in Italia non è molto rappresentato, ogni occasione la colgo al volo! Ognuno di noi riceve dalla musica sensazioni diverse. Il mio rapporto con la musica di Strauss è particolare e personale. Mi attrae e mi fa paura allo stesso tempo. Dopo aver ascoltato Elektra mi ci vorrebbe una settimana di casa di riposo (!). Mi chiedo ed ho chiesto a molti cantanti che frequentano questo repertorio come fanno a sopravvivere alla fine di una rappresentazione; la risposta è sempre una: questa musica è ipnotica e ti porta ad un’esaltazione senza pari.

Torniamo ad Helena. L’organico strumentale è come sempre impressionante! La pur grande buca della Scala sembrava non poter ospitare tutti questi eccezionali strumentisti. Nonostante ciò la perizia e l’esperienza per alta frequentazione di questo repertorio di Franz Welser-Möst ha fatto si che le voci non fossero mai sovrastate da questa massa impressionante. Ho potuto verificare il suo operato nella Ariadne auf Naxos sia a Vienna anni fa che alla Scala la scorsa primavera. Bravo. Un direttore che sicuramente ama le voci!

La produzione, di rara eleganza, era curata da Sven-Eric Bechtolf, regista che avevo già apprezzato a Zurigo lo scorso marzo sempre con un’opera di Strauss, Der Rosenkavalier. Bella e funzionale la scenografia di Julian Crouch, che vedeva una grande radio di epoca liberty che, aprendosi mostrava le varie situazioni dell’opera comprese le suggestive valvole interne. Sontuosi i costumi, sempre in stile, di Mark Bouman. Per una volta uno spettacolo che non mi ha fatto desiderare di assistere ad una rappresentazione in forma di concerto!

Veniamo al cast. Per questa eccezionale occasione La Scala si è servita, per i due protagonisti, di quanto meglio ci può essere oggi nel panorama internazionale. Helena era Ricarda Merbeth, oggi interprete straussiana di riferimento, che ho già avuto il piacere di ascoltare a Bayreuth nel’Olandese di Wagner e, alla Scala, nell’Elektra. Un ruolo questo di Helena veramente impervio (come la maggior parte dei ruoli sopranili di Strauss). Vocalità sicura. Acuti fiammeggianti. Capacità di colorare il suono. Si aggiunga al tutto una persona di una semplicità disarmante! Mi ha detto: “I remember! You are Riccardo”!. (a Bayreuth le avevo chiesto se era normale in Germania chiamare una bambina Ricarda dato che da noi Riccardo al femminile è praticamente inesistente). Spero di sentirla presto. Magari in un altro Wagner. Mi ha detto che fra due anni sarà Isolde alla Scala.

Strauss ha sempre dichiarato la sua predilezione per le voci femminili e la sua incapacità nel trattare la voce di tenore (basti pensare Bacco nell’Ariadne…un massacro vocale!). Anche con Menelas non scherza! Sono rimasto letteralmente scioccato dalla vocalità del tenore Andreas Schager (Menelas)! Strauss stesso ha sempre dichiarato che non sapeva trattare la voce di tenore ma prediligeva le voci femminili e questo ruolo ne è un esempio. Schager incarna oggi per me il vero Heldentenor. Sicuro in tutti i registri. Acuti che “spettinano”! Tra i tenori che ultimamente ho sentito in questo repertorio sicuramente il migliore in assoluto. Tra l’altro ho visto che alterna il repertorio e affronta ancora ruoli come Tamino nel Zauberflöte. Pensare che aveva iniziato con l’operetta! Se si è intelligenti nello studio si riesce a trovare la strada giusta.

Non avevo mai ascoltato Thomas Hampson in teatro anche se ho sempre apprezzato questo artista attraverso registrazioni audio/video. L’impressione dal vivo è quella di una voce molto chiara ma bella e presente (data la mole di suono che doveva superare). Il suo ruolo, Altair, non è grande quindi mi è stato difficile immaginarlo in altre opere, anche verdiane, che lui interpreta regolarmente. L’impressione è comunque ottima anche dal punto di vista interpretativo.

La sorpresa più grande è arrivata da Eva Mei che interpretava il ruolo della Maga Aithra (Etra), moglie di Poseidon. Questa cantante che ho sentito in fasi alterne (una bellissima Pamina a Genova e, recentemente a Bergamo come secondo soprano in Rosmonda d’Inghilterra dove sembrava aver perso la voce!) ha contrapposto la sua vocalità di lirico leggero a quella della Merbeth e nei duetti le voci si fondevano perfettamente. Acuti svettanti, grande interpretazione, forse qualche zona d’ombra nei centri ma, nel complesso, una grande prestazione. Persona amabilissima, attualmente insegna anche all’Accademia della Scala.

Tra i ruoli piccoli mi sento di citare in particolare il tenore Attilio Glaser nel ruolo di Da-Ud il figlio di Altair ucciso da Menelas che rivede in lui Paris (Paride). Bravissime le allieve dell’Accademia nei vari ruoli di Elfi e Serve di Etra: Tajda Jovanovic, Noemi Muschetti, Arianna Giuffrida, Valeria Girardello e Caterina Maria Sala (Hermione). Inoltre Alessandra Visentin e Claudia Huckle (l’Ostrica).

Torno a casa ancora avvolto dal turbinio di questa musica che, in ogni caso, non può lasciare indifferenti. Io ne sono inebbriato!

Prossimo “giro” Madrid, con il debutto nel Pirata belliniano della mia amica Yolanda Auyanet!

Ricarda Merbeth

Andreas Schager

Thomas Hampson

Eva Mei

Mozart Die Zauberflöte Genova Teatro Govi 1 e 2 Novembre 2019

Oggi per una volta vi parlo di una cosa che mi riguarda da vicino e ne parlo perché mi vede dalla parte dell’organizzazione anche se, alla fine, ho dovuto anche cantare. Come gli amici sanno due anni fa, su proposta di mio figlio Gualtiero e, alla luce del fatto che a Genova contrariamente ad altre regioni esiste molto poco a livello di associazionismo che si occupi di opera lirica, è stata costituita un’associazione che abbiamo chiamato “OperaOpera”. Tale associazione è composta anche da mia figlia Elena e da Guido Palmieri. Vorremmo essere uno strumento atto a divulgare l’opera lirica a tutti i livelli  dando la possibilità a giovani cantanti di esibirsi in concerti ed in piccole produzioni operistiche (opere eseguite per ora con il solo ausilio del pianoforte). Il nostro normale luogo di riferimento è la Sala Bozzo a Bogliasco, comune che ha riconosciuto la nostra associazione e ci permette di utilizzare la suddetta sala per le nostre attività. Quest’anno, forti degli ottimi risultati raggiunti finora, ci siamo detti: “Perché non fare l’esperimento di una piccola Opera Studio?”. La scelta è caduta su “Die Zauberflöte” di Mozart ed abbiamo pensato di eseguirla in lingua originale (più spendibile in futuro per i ragazzi) ma di eseguire i recitativi parlati in italiano. Abbiamo contenuto i costi al massimo per permettere a quelli che venivano da fuori di non spendere un capitale nei giorni in cui dovevano fermarsi a Genova ed il 6 ottobre abbiamo fatto le audizioni. Si è formato un bel gruppetto di giovani al quale mi sono dovuto aggiungere come cantante perché non si è presentato nessun basso…ma…ci sta.

Da qui una serie di “deliri” a partire dalla rinuncia di uno dei due Tamini a partecipare, a pochi giorni dall’inizio dei lavori, in quanto non in grado di preparare la parte in tempo (sostituito dal mio impagabile amico Filippo Pina Castiglioni);

Filippo Pina Castiglioni e Roberto Romeo

l’indisponibilità del teatro per due giorni per sbagliata calendarizzazione…e già qui iniziavo a preoccuparmi. Botto finale: Roberto Romeo che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Papageno, al termine di una prova si è inciampato con Papagena in braccio e…siamo finiti al Pronto soccorso dell’Ospedale Galliera dove gli è stata riscontrata una lussazione alla spalla ma…non essendoci ortopedici di notte lo hanno mandato a casa dicendogli di tornare la mattina dopo (giorno della nostra prova generale!). Sarò breve: TAC, anestesia totale per rimettergli a posto la spalla (meno male che non era una frattura se non minima alla testa dell’omero)…e lo spettacolo che rischiava di saltare. Roberto che è uno serio e caparbio ha deciso di cantare lo stesso, da fermo, con Gualtiero che faceva i movimenti scenici al suo posto. Il pubblico presente ha capito e ci ha premiato con applausi vivi e sinceri.

Jinge Zhang

Bello e semplice spettacolo di Gualtiero assistito nella regia da Alberto Domenico Mastromarino con costumi bellissimi di Elena Ristori (tutto in famiglia direte…e perché no?).

Alberto Domenico Mastromarino e Gualtiero ed Elena

Sumireko Inui

Huiqian Zou

I ragazzi sono subito entrati nella nostra idea di lavoro e nel clima di preparazione impegnandosi al massimo per poter arrivare il più tranquilli possibile alle recite anche se c’era qualcuno che sul palcoscenico non c’era mai stato.

Angelica Lapadula

Takuya Suzuki e Jinge Zhang

Farò indistintamente il nome di tutti perché tutti meritano un uguale trattamento avendo dato tutto quello che potevano relativamente alle loro qualità e capacità!

Jinge Zhang, commovente Pamina. Takuya Suzuki, Tamino veramente “nipponico”come vuole la didascalia. Roberto Romeo, stoico e bravo Papageno. Angelica Lapadula, spiritosisima Papagena, Sumireko Inui e Huiquan Zou, cattivissime Regine della Notte alle prese con sopracuti stellari, Hatice Aydogan, Giulia Medicina, Xizin Luo, Dame della Regina ognuna con il proprio carattere. Yufei Zhang, Virginia Bonelli (Primo Genio alternato) Lavinia Graziani e BeiBei Chen simpaticissimi Geni molto impegnati da questa regia oltre che a cantare. JingYang Chao, perfido Monostatos e Filippo Biolè e Andrea Lanzola, ieratici Sacerdoti. Filippo Pina Castiglioni che ha cantato straordinariamente la seconda recita di Tamino tuffandosi in un clima che ci fa tornare giovani in qualche modo!

Giulia Medicina XizinLuo Hatice Aydogan

BeiBeiChen Lavinia Graziani Virginia Bonelli

Lavinia Graziani BeiBeiChen Yufei Zhang

JingYang Chao

Staordinaria il Maestro (e lo scrivo al maschile perché senza nulla togliere loro, Maestra sa tanto di Maestra Elementare!) Letizia Poltini che, con tanta pazienza, si è dedicata a “mettere a posto” quello che a posto non era!

Letizia Poltini

Un ringraziamento particolare a quattro amici: Luca Franco Ferrari che ha diretto con la sua consueta bravura e professionalità il coro Selva Armonica. Filippo Biolè che ha dato ai ragazzi più che un idea sulla pronuncia tedesca (immaginate la difficoltà dei ragazzi cinesi!) , Andrea Lanzola che ci ha relazionato il primo giorno di lavori sull’opera di Mozart e sulla sua storia. Paola Pittaluga, che avrebbe voluto fare di più ma non c’è stato il tempo.

Luca Franco Ferrari e La Selva Armonica

Andrea Lanzola e Filippo Biolè

Riccardo Ristori

Gualtiero Ristori…

Io ho fatto il mio e anche di più ma vi assicuro che alla fine di questa settimana accidentata e incidentata che mi ha tolto almeno cinque anni di vita avrei voluto fare come la Donna Elvira del mozartiano Don Giovanni…”andarmene in un ritiro”, invece…alè…inizia la “giostra” del conservatorio! Vai e corri!

Mi attende prossimamente l’ascolto della “Aegyptische Helena” di R. Strauss, compositore che adoro. Il cast della Scala vede la presenza di Ricarda Merbeth, straordinario soprano che canta Strauss e Wagner come bersi un bicchier d’acqua! Vi saprò dire!

Barcelona Puccini Turandot 10 ottobre 2019

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Parto sempre dal presupposto che le cose che scrivo si riferiscono sempre a spettacoli di livello molto alto (differentemente non mi muovo!) ma, proprio per questo se le aspettative sono alte può anche capitare di “trovare” qualcosa di così non eccezionale. Parto quindi dallo spettacolo, una Turandot versione “Stargate”. Neon, laser, proiezioni (belle) ma nulla di non visto già. Una struttura mobile che mostrava i diversi aspetti della reggia di Pechino (?). Regia sufficientemente didascalica con (non potevano mancare) due “geniate”, giusto per dire, come ormai è quasi doveroso da parte dei registi odierni, ecco che vi ri-racconto la storia! Inutile che mi sprechi in una serie di nomi infinita in quanto non bastano più regista, scenografo e costumista! No, ora c’è l’addetto alla tecnologia multimediale, l’adetto ai robot…e chi più ne ha più ne metta. Mi limito a citare il regista: Franc Aleu. Questo signore la vede così: Calaf vede Turandot attraverso un paio di occhiali laser (un po’ come Hoffmann con Olympia) in una immagine inesistente tanto che, nel finale dopo averla baciata, le strappa quella sorta di corona/maschera che vedete nella foto sopra e lei diventa una persona normale che si accascia sulla povera Liu morta e l’accarezza mentre lui si toglie il visore e si dispera per l’illusione svanita. Niente happy ending quindi. Altra chicca, alla “povera Liù” mentre canta “Tu che di gel” le vengono fissati alla testa degli elettrodi e viene messa su un elevatore. Arrivata a destinazione usciranno dai lati di questa specie di torre, sulla quale viene issata, due bracci meccanici che si orientano su di lei è le sparano degli splendidi raggi inceneritori. In pratica la fine delle zanzare “seccate” dalle macchine brucia insetti! Una meraviglia! Al di là di ciò, viste di recente produzioni ben più invasive, devo dire: non è andata poi così male.

Veniamo alla musica. Data la scelta di finire a quel modo si è optato per il finale di Alfano (quello tagliatissimo, praticamente senza duetto). Ottima la direzione di Josep Pons che già ho potuto apprezzare negli anni passati in Wagner. Prova superlativa dell’orchestra come pure quella del coro diretto da Conxita Garcia.

Nel ruolo della protagonista il soprano svedese Irène Theorin, motivo principale d’interesse nella mia trasferta barcellonese, si conferma come una delle più autorevoli Turandot dei nostri tempi. So che il suo timbro fa arricciare il naso a molti ma è proprio quella la caratteristica che mi ha colpito dalla prima volta che la sentii in Götterdämmerung. Volume, fraseggio, legato, anche pianissimi, cosa che da una voce come questa non ti aspetti. C’è tutto per me, m’incanta!

Sull’altro versante sopranile la Liù di Ermonela Jaho, che ascoltavo dal vivo per la prima volta, mi ha destato qualche perplessità più che altro legata alla grande fama che ha raggiunto. La voce, ben gestita, ha però un timbro discretamente anonimo e, eccellenti pianissimi negli acuti a parte (cosa che per Liù va benissimo!), presenta un prima ottava un po’ sorda e un petto, usato con oculatezza fortunatamente, quasi parlante. Persona deliziosa ma non mi ha convinto. Spero di risentirla in qualcosa di più impegnativo per farmi un’idea più chiara.

Altro mistero relativo a “grande fama” il tenore Jorge de Leon. Ha una bella cosa che in un tenore mi piace: non fa soffrire sugli acuti che sono svettanti e sicuri (non è poco mi direte oggi come oggi!). Il resto…spero di sentirlo ancora per, o confermare o smentire l’impressione avuta. Fraseggio un po’ generico. Dizione italiana inaccettabile per un cantante di lingua spagnola (sembrava quasi genovese tanto le doppie non esistevano!). Veramente censurabile il suo “Gli enigmi ONO tre una è la vita!”.

Molto bene il basso Alexander Vinogradov da me ascoltato già in più occasioni: Lucia a Torino e New York ed Ernani a Marsiglia. Timur non è un grande ruolo ma ha pur le sue difficoltà.

Altrettanto bene Ping, Pang e Pong rispettivamente Toni Marsol, Francisco Vas e Mikeldi Atxalandabasso, come pure il Mandarino di Michael Borth.

Di pregio nel ruolo dell’Imperatore Altoum la prestazione del grande Chris Merrit. Quando uno è stato un grande a suo tempo in ruoli “pazzeschi” come lui è stato, non potrà che essere grande in ruoli che diventano dei must per i caratteristi!

Solita noticina polemica. Irène mi ha detto che sarebbe dovuta venire a Genova per Turandot ma…non sa per quale ragione la cosa è sfumata e non per problemi suoi! Al solito un’occasione persa dal nostro povero teatro. Ciao a tutti quelli che leggono e…next!!!

Irène Theorin

Ermonela Jaho

Jorge de Leon

Genova 1 Ottobre 2019 Teatro Carlo Felice Enjott Schneider Marco Polo

Quest’anno il Teatro Carlo Felice, che non brilla sicuramente per le proposte di novità (vedi la presenza  trita e ritrita nell’attuale stagione di Boheme, Trovatore, Barbiere ecc.), ha deciso “arditamente” di aprire con un titolo nuovo “Marco Polo” del compositore tedesco Enjott Shneider. Fin qui ottima cosa anche se l’operazione “puzza” un tantino di “scambio” (per chi conosce il mal funzionamento dei teatri italiani “io ti do tu mi dai”!).  Il sito del teatro parla di una cooperazione artistica fra il teatro di Guanzghou ed il Carlo Felice come frutto della vicinanza fra i due Paesi. Prendiamola per buona ma ci sono dei personaggi musicalmente scarsi ma molto abili imprenditorialmente che hanno trovato nella Cina un “quartierino” dove tirare su un po’ di grana, cosa confermatami quando sono stato a Guangzhou due anni fa per tenere un breve corso di canto alla facoltà di Musica dell’università di quella città. Non voglio aggiungere altro anche se potrei fare nomi e cognomi dei disonesti (non mi riferisco a questa situazione genovese, parlo di sedicenti insegnanti di canto) che sono stati e vanno là con l’intento di colonizzare e razziare. Fortunatamente in Cina si sono fatti furbi ed ora stanno più attenti. Esaurito il mio consueto aspetto polemico vengo alla produzione che, sicuramente per i complessi del teatro è stata molto interessante. Parliamo subito della musica: niente di nuovo, ahimè, all’orizzonte. Questo compositore, abile sicuramente, ha pescato un po’ qua e un po’ la, da Puccini a Mascagni, da Lloyd Webber a Morricone ed ha creato un bel minestrone condito logicamente da strumenti originali per dare un giusto tocco orientaleggiante. Il tutto comunque gradevole ma a tratti un po’ noioso. La scrittura vocale è al limite dell’eseguibile e costringe le voci ad uno sforzo spesso esagerato, segno che questo signore o odia i cantanti (!) o non conosce i limiti delle varie vocalità.

La storia parte dalle carceri di Palazzo S. Giorgio a Genova dove Marco Polo, che era stato li imprigionato dopo la battaglia di Curzola nel 1299, racconta ad un compagno di cella le sue avventure in Cina alle quali assistiamo. Alla fine, convinto di dover essere giustiziato, verrà invece liberato per uno scambio di prigionieri con Venezia.

Spettacolo molto bello con un impianto scenico, creato da Luke Halls che ha curato anche le belle proiezioni video, che ruotava mostrando le varie ambientazioni. Colori, danze, tutto molto vivo e, una volta tanto, piacevole da vedere. Costumi di Emma Ryott e coreografie di Hongxia Yan e Luisa Baldinetti.

Ed eccoci alla compagnia di canto formata sia da cantanti cinesi che da cantanti italiani e qui ho avuta una bellissima sorpresa! Il mezzosoprano che interpretava il ruolo di Liu Niang era Ying Liu, cantante dalla vocalità eccezionale e maestra di canto all’Università di Guangzhou dove io sono stato! Mi ha emozionato moltissimo sentirla cantare nel teatro della mia città ed è stato un piacere incontarla dopo la recita e parlare con lei. Persona veramente bella ha voluto il mio contatto per poter parlare d’insegnamento ed eventualmente segnalarmi suoi allievi che desiderano studiare in Italia. Quest’oggi è tornata in Cina e mi ha scritto, fra le varie cose: tu ed io siamo uguali! Amiamo cantare ed amiamo i nostri allievi nel desiderio di farli “crescere”. Niente di più vero. Serata molto emozionante per me.

Ying Liu

Altre note piacevoli dal soprano Xiaotong Cao. Voce corposa in tutti i registri, dal grave ai sopracuti…anche smorzati (!). Bravissima.

Xiaotong Cao

Voce straordinaria anche quella del baritono Yunpeng Wang che canta regolarmente al Met di New York come pure il basso Haojiang Tian.

Yunpeng Wang e Haojiang Tian 

Facciamocene una ragione! La Cina è grande e le voci cinesi sono in crescita. Non faccio di ogni erba un fascio, non sarebbe giusto. Ho attualmente belle voci e bravi studenti ma ci sono anche ragazzi che vengono in Italia e considerano lo studio una “bella vacanza”! La mia impressione, quando sono stato in Cina è che, comunque, per loro quello dell’opera sia un mondo assolutamente affascinante e, soprattutto, per chi non è mai “uscito”, poter parlare e farsi ascoltare da un cantante italiano sapendo che l’opera è nata da noi è un’occasione imperdibile…per quello mi arrabbio con i disonesti che pensano solo alla “moneta”!

Un plauso anche al versante italiano del cast se non altro per aver imparato (soprattutto il protagonista) ruoli cosi impegnativi in una lingua che, a livello di pronuncia, per noi italiani non è proprio il massimo!

Nel ruolo del protagonista il giovane napoletano Giuseppe Talamo. Timbro un po’ nasale e non particolarmente accattivante ma meritevole di plauso per come ha affrontato questa tessitura impervia imposta dal compositore. Bene anche interpretativamente.

Giuseppe Talamo

Bravi gli altri, Davide Bartolucci ed Enrico Rinaldo e bravi anche gli altri due cinesi Kejia Xiong e Shuai Xu.

Ottima la prestazione del coro del Carlo Felice sotto la guida di Francesco Aliberti e dell’orchestra diretta da Muhai Tang, direttore di fama mondiale che fu persino invitatato da Von Karajan a dirigere i Berliner Philarmoniker.

Fa piacere finalmente ascoltare artisti e vedere direttori che da noi, causa le solite clientele ed i soliti giochetti di agenzie con ovviamente direzioni artistiche conniventi, non hanno la possibilità di “passare”.

Sono quindi contento di aver assistito a questa “prima italiana” grazie anche alla spinta (ultimamente sono un po’ pigro ed allergico al Carlo Felice) di un mio ex allievo ed amico, Matteo Armanino che canta nel coro del Teatro e che, mentre erano in fase di studio, mi ha parlato delle difficoltà della scrittura vocale facendomi venire la curiosità di “verificare”!

Con Ying Liu dopo la recita

con Ying Liu a Guangzhou

Next! Mi aspetta la prossima settimana una Turandot “spaziale” (nel senso della scenografia credo!) con la mia cara  Irene Theorin a Barcelona! See you!

Vienna Theater an der Wien Dvorák Rusalka 23 Settembre 2019

Quando ho letto sul cartellone del Theater an der Wien il nome di Günther Groissböck nel ruolo del Wasserman nella Rusalka ho deciso di andare a Vienna mettendo insieme due cose: sentire per la prima volta quest’opera in teatro, cosa che desideravo da molto, e ascoltare questo bravissimo cantante in un ruolo che, per poterlo cantare, regalerei un po’ di anni di vita! Le aspettative, globalmente, non sono state disattese.

Parto dallo spettacolo. Non faccio nomi nè di regista nè di scenografo e costumista, tanto poco è quello che hanno fatto e che non passerà certo alla storia. Tenuto conto che non mi sarà più dato di vedere uno spettacolo come intendo io, tenuto conto che il Theater an der Wien è noto per le sue produzioni non certo tradizionali, quello che ho visto è al limite della sopportabilità o meglio, se non altro la storia nella sua essenza non è stata stravolta ne cambiata. Trattavasi di un impianto fisso con la solita pozzanghera dove tutti pucciavano i piedi (cose viste e straviste); un lampadario stile “Fantasma dell’Opera” che scendeva e saliva a seconda dell’ambientazione della scena; costumi moderni e bruttini ma, alla fine, nulla di particolarmente molesto (sempre nell’ottica di cui sopra).

Parto proprio da Günther Groissböck che ha giganteggiato durante tutta la rappresentazione con quello straordinario strumento vocale che si ritrova usato in maniera altrettanto straordinaria. Un’interpretazione veramente intensa che lo vedeva, da una parte voler accontentare il desiderio della figlia Rusalka (ogni padre della mitologia ha una figlia prediletta vedi Wotan con Brünhild) e dall’altra proteggerla dal mondo degli umani. Lui stesso mi ha detto che ama molto questo ruolo e che ha apprezzato abbastanza questa produzione. Lo aspetta, la prossima estate, il debutto in Wotan a Bayreuth. Mi piacerebbe assistervi ma, essendo una nuova produzione, sarà difficile trovare biglietti!

Günther Groissböck

A suo agio solo per la lingua che gli appartiene il tenore Ladilav Elgr. Fin dal suo primo apparire ho capito di trovarmi davanti ad uno strumento notevole ma assolutamente carente dal punto di vista tecnico tanto da farmi dubitare circa il suo arrivo indenne alla fine della recita infatti, man mano che l’opera andava avanti, le forzature sulla gola lo hanno portato ad urli strozzati e mezze stecche proprio nel bellissimo duetto finale. Peccato. E’ giovane. Forse questo ruolo è attualmente troppo per lui o forse, appunto, avrebbe bisogno di lavorare sulla tecnica e trovare una soluzione ai suoi attuali problemi.

Ladislav Elgr

Strepitosa nel ruolo della strega Ježibaba il mezzosoprano Natasha Petrinsky. Voce imponente. Affondo sulle note gravi come la parte richiede. Notevole presenza scenica (una sorta di Crudelia Demon secondo il regista). Bravissima.

Natasha Petrinsky

Altrettanto brava Kate Aldrich nel ruolo della Principessa. Era la prima volta che l’ascoltavo dal vivo e, a parte un paio di suoni un po’ tesi in acuto, mi ha impressionato molto positivamente. Ottima interprete anche dal punto di vita scenico.

Bravissime le tre Ninfe del Bosco, Ilona Revoskaya (membro dell’ensemble dei giovani del teatro), Mirella Hagen e Tatiana Kuryatnikova, tutte e tre che, oltre al notevole impegno vocale erano impegnate in acrobazie sceniche nella famosa “pozzanghera”.

Ilona Revoskaya, Mirella Hagen, Tatiana Kuryatnikova

Molto bene le altre parti: dalla sguattera di Juliette Mars al Cacciatore di Johannes Bamberger (altro membro dei giovani del teatro), al Guardacaccia di Markus Butter.

Juliette Mars

Markus Butter

Johannes Bamberger

Ho lasciato per ultima la protagonista, Maria Bengtsson, perchè è stata proprio e sotto un certo aspetto l’elemento più deludente del cast dato il curriculum nutrito che la precede e per come mi era stata presentata.  L’interprete c’è, è innegabile ma l’assetto vocale lascia un po’ a desiderare. Il timbro non è certo di quelli che ti fanno innamorare ma quello ci viene dato quando nasciamo e ci dobbiamo convivere (!). Purtroppo la voce è in genere un po’ sorda, i centri poco presenti, poveri di suoni armonici: sale facilmente all’acuto ma anche li il suono sembra non trovare il giusto sfogo. Peccato. Se la vocalità fosse all’altezza dell’interprete mi sarei trovato davanti ad un elemento davvero notevole.

Maria Bengtsson

Ottimo lo Schönberg Chor diretto da Erwin Ortner.

Ottima la direzione del giovane ma già affermato direttore David Afkham alla guida dell’orchestra dell’ORF.

David Afkham

Concludendo, valeva comunque la pena assistere a questa rappresentazione anche se questa volta il viaggio ha rasentato il surreale (arrivo a Vienna ieri alle 12, recita alle 19, sveglia stamattina alle 3,30 per poter arrvare in aeroporto in tempo per prendere il mio volo alle 6,10)! Ma…cosa non si fa per la musica e l’opera? Io, per questo, di pazzie ne ho fatte tante e continuerò finchè potrò! Alla prossima.

con Günther Groissböck

Bellissimo incontro con il mio allievo “storico” Alessio Borsari che da anni canta nel Schönberg Chor a Vienna!

con Alessio Borsari