Luisa Maragliano, una grande artista, una grande donna.

La prima foto di Luisa Maragliano che ho avuto da sua zia!
Luisa come Odabella nell’Attila verdiano

Oggi parlerò di una persona speciale. Un pezzo importante della mia vita. Io sono uno di quelli che crede che tutto non accada per caso ma che in qualche modo il nostro destino sia segnato e in quest’ottica va letto il mio scritto.

Partiamo dalla mia infanzia. Quando ho iniziato a studiare musica, grazie all’insistenza dei miei compagni di scuola, sono andato a teatro a sentire un’opera e mi sono immediatamente innamorato di questo genere musicale assolutamente affascinante ma che può essere o amato alla follia o odiato; non conosce mezzi termini.

Perchè parto da qui? Cosa importante da ricordare in seguito. Parto da qui perchè la sorella del mio panettiere, la signora Gina, era una zia di Luisa e, sapendo che mi ero appassionato all’opera, mi teneva informato su tutto quello che faceva la nipote, opere, trasferte all’estero. Ero anche riuscito a farmi portare qualche fotografia sua autografata.

Luisa non aveva un buon rapporto (o forse non lo aveva proprio, ne buono ne cattivo) con la Genova musicale ma finalmente nella Stagione 1972 il Teatro Comunale dell’Opera, all’epoca operante al Teatro Margherita che, per brutto che fosse non meritava di trasformarsi in un grande magazzino, la scritturò per una produzione di Un ballo in Maschera. Questa è forse una delle opere che più le ha dato soddisfazioni ed è anche l’unica occasione in cui la potei ascoltare in un’opera completa a teatro. Ricordo che, come allievo del conservatorio, potei assistere anche alla prova generale ma a quei tempi non era come oggi che vede questo tipo di prove aperte al pubblico quindi i cantanti devono cantare; all’epoca non c’era quest’obbligo e, chi più chi meno quella sera accennarono tutti. Io avevo però l’abbonamento al turno C (domenica pomeriggio). Ricordo ancora questa voce che riempiva la sala in maniera impressionante. I cantanti in genere lamentavano l’acustica di questo teatro ma vi assicuro che se le voci erano messe bene e “c’erano” si sentivano! Certo, era pur sempre un “cinemone” ma…in mancanza di altro e aspettando la tanto agognata ricostruzione del Carlo Felice era meglio di niente. Ricordo che andai in camerino per conoscerla e salutarla ma lei era protetta da una serie di “Body Guards” (!) che mi permisero a malapena di farmi firmare il programma di sala…non riuscii quindi a farmi riconoscere come “il ragazzino che la seguiva attraverso la zia”!

Dal programma di sala del comunale dell’Opera di Genova. Un Ballo in Maschera
Locandina di Un Ballo in Maschera Genova
Luisa Maragliano, ritratto fotografico

Da qui a oggi. L’opera mi ha sempre preso tantissimo. Andavo alla Scala facendo ore ed ore di coda per i posti in piedi. Una vera passione. Passarono gli anni e la mia passione per l’opera cresceva sempre di più ma la mia vita correva sui binari della normalità. Diplomi in pianoforte e fagotto, lavoro in scuola media come insegnante di Educazione Musicale e famiglia. Tutto assolutamente normale. Un figlio, una cosa miracolosa. Ero giovanissimo. Per strada ci chiamavano “i due bambini” poi la tragedia. In due mesi una forma di leucemia me lo ha portato via. La voglia di non vivere più. Dovevo trovare qualcosa che mi impegnasse e fungesse da terapia per tirarmi fuori dal torpore nel quale ero sprofondato. Perchè mai non provare a studiare canto data la passione che avevo? Sapevo di non avere grandi qualità naturali ma io non pensavo ad una professione. Era solo una mia curiosità. Non avevo idea di cosa volesse dire studiare canto nonostante la mia preparazione sia musicale sia dello specifico. Nel frattempo nasce anche Elena che ora è la mia prima figlia e a seguire Gualtiero e Jacopo. I miei figli sono forse la cosa più bella che ho fatto nella vita e sono sempre molto orgoglioso di loro.

Chiusa la parentesi familiare torniamo al canto e presto arriveremo a Luisa. Chiedo scusa ma era necessario far capire la situazione. Il mio impatto con lo studio del canto non fu dei migliori e dopo quasi un anno di perplessità decisi di chiudere la parentesi perchè mi sembrava di perdere tempo. Non voglio fare nomi in quanto ormai è inutile ma quando penso ai miei inizi dico sempre ai miei allievi di dare fiducia all’insegnante ma cercare di capire se la cosa funziona o no. Il non funzionamento può dipendere sia dall’insegnante che dall’allievo. Non tutti i maestri possono andare bene a tutti e soprattutto si deve creare un rapporto di fiducia reciproca.

Nel frattempo avevo saputo che il marito di Luisa, il Maestro Tristano Illersberg, dopo una brutta parentesi dovuta ad un intervento chirurgico molto pesante, aveva iniziato a dare lezioni di canto su spinta della moglie che cercava di impegnarlo una volta ristabilitosi dall’intervento. Ricordo a chi legge che Luisa per stare vicino al marito e ancora in piena carriera lasciò tutto senza la pur minima esitazione, segno del grande amore che li legava.

A Monterosso durante un concorso di canto

Parlo allora con la “famosa zia” chiedendo: “Chissà se mi potranno ascoltare…”. Francamente non volevo piantare li tutto. Ero sicuro che ci fosse un modo diverso da quello che avevo praticato fino a quel momento per studiare canto. La zia chiamò Luisa spiegando la situazione e prese un appuntamento per me. Ricordo la grande emozione che provai quel giorno. Aspettavo l’incontro con la “diva” e trovai ad aspettarmi davanti al cancello della sua casa una signora gentile e molto alla mano con in mano una zappetta perchè stava lavorando in giardino. Mi fece entrare e mi trovai davanti il Maestro. Un omone che incuteva soggezione solo a guardarlo…in realtà una delle persone più buone che io abbia conosciuto che nel tempo diventò un secondo padre per me. Non ricordo nemmeno cosa gli cantai ma ricordo che mi disse: “Caro, voce ce n’è poca ma mi pare ci sia un cervello! Proviamo qualche mese e se non succede niente, amici come prima!”. Da li passarono anni durante i quali arrivai a scoprire che mi aveva preso a lezione proprio perchè la zia aveva interceduto per me spiegandogli da che situazione stavo uscendo! Il Maestro mi faceva lezione ma Luisa era sempre presente con consigli e addirittura per cantare con me aiutandomi con i duetti e i concertati. Avrei una serie di aneddoti da raccontare ma sono troppi…uno per tutti: Firenze. Audizione per un festival in Toscana. Luisa ed Maestro decidono di venire con me e fare una gita a Firenze. Arriviamo in Conservatorio, che era il luogo dove si svolgevano le audizioni. Nemmeno una toilette dove fare due vocalizzi. Luisa mi dice: “Chi è quel signore li? Lo conosco”. Rispondo: “E’ il direttore del conservatorio, Giglio”. “Certo” dice Luisa. “Era al Massimo di Palermo quando ho cantato li”. Parte in quarta con un sorriso smagliante. “Maestroooooooo” , lo investe con voce suadente. “Sono Luisa Maragliano”. Dopo pochi minuti avevamo l’ufficio del Direttore per vocalizzare! Questa è Luisa!!!

Luisa con il Maestro Illersberg e mio figlio Jacopo Tristano ed io.

La mia attività come cantante iniziò ben presto a svilupparsi ma siamo sempre rimasti in contatto. I loro consigli erano sempre importanti. Poi, il bruttissimo momento della morte del Maestro, momento in cui Luisa si sentirà veramente sola. Ma non si perderà d’animo grazie al suo forte carattere. Riprenderà ad insegnare e qualche volta le ho dato una mano come pianista per i suoi allievi. Inizia la ricerca ed analisi delle registrazioni dal vivo fatte in tutti i teatri del mondo. Pubblicazione di CD di sue cose meravigliose. Quante volte ho cantato con grande orgoglio con lei nelle presentazioni di questi CD. L’incontro con un suo ex collega, il tenore Enzo Consuma che le farà ritrovare un po’ di serenità personale e trascorrerà con lei un altro pezzo di vita.

Luisa con Enzo Consuma

L’esibizione al Carlo Felice due anni fa in occasione del ricordo di Daniela Dessì. In quell’occasione mi disse: “Beh, ho avuto la soddisfazione di cantare anche nel nuovo teatro della mia città!”.

Luisa al Carlo Felice

Che dire della sua carriera? Solo che ha cantato in tutti i più importanti teatri di tutto il mondo: dal Covent Garden di Londra al Met di New York, dalla Scala alla Wienerstaatsoper fino al Colon di Buenos Aires. Anni ed anni all’Arena di Verona con “ruoletti” come Abigaille, Aida, opera questa cantata ovunque compreso Parigi. Un repertorio vastissimo (dalla Cleopatra del Giulio Cesare di Händel all’Anaide del Mosè rossiniano dalla Alice del Falstaff alla Duchessa di Parma del Doktor Faustus di Busoni). Tutti ruoli che, come dice lei, ha potuto affrontare grazie al lavoro di studio fatto con il Maestro Illersberg che ha sempre saputo cosa era meglio per lei. A questo proposito mi racconta sempre che quando studiava le opere la moglie Luisa non esisteva, esisteva il soprano Luisa Maragliano che doveva imparare un ruolo. Non accettava un errore ripetuto più di due volte e una volta ha addirittura lanciato lo spartito dicendole: “Ti xe na dilettante!” Cosa che può sembrare esagerata ma che evidenzia quanto il Maestro era serio e severo e voleva che chi studiava con lui fosse sempre perfettamente preparato. Interprete di riferimento nel repertorio verdiano ha affrontato anche il verismo e Puccini. Da ricordare la sua Maddalena nell’Andrea Chenier e la sua Santuzza nella Cavalleria mascagnana. Ha cantato con i più grandi tenori e cantanti in genere della sua epoca e con i più importanti direttori: Corelli, Bergonzi, Tucker e a Chicago in Manon Lescaut con Placido Domingo sostituendo all’ultimo momento Renata Tebaldi indisposta con un trionfo senza precedenti per quella città. Muti la diresse a Firenze nei Masnadieri, produzione della quale esiste una registrazione. Una cosa divertente. Luisa sostiene che i suoi rivali più temibili sono sempre stati i bassi perché dotati di un’intelligenza più viva e proprio per questo nei sui innumerevoli Attila ne ha “infilzati” tanti alla fine dell’opera! Nonostante la sua fama l’industria discografica non si è mai interessata particolarmente a lei ma fortunatamente abbiamo un mare di registrazioni dal vivo.

CD della Dynamic comprendente arie verdiane registrate dal vivo
Con Luisa in occasione del Zauberflöte realizzato da OperaOpera come opera studio al Teatro Govi di Genova

Sabato scorso ha compiuto novant’anni!!! E’ sempre instancabile. Commissioni di concorsi di canto, Audizioni. E’ invitata ovunque! L’ha fermata solo la situazione legata alla pandemia ma se può…si muove lo stesso! E’ diventata anche “social”. Ha una pagina Facebook personale ed una artistica. Usa whatsapp meglio di un giovane! A volte penso a come sono ridotto io a sessantatre anni e penso a lei. Mi da dei punti sicuramente! Luisa è l’esempio che l’età anagrafica, se si è in salute, non conta nulla! Grazie al passaggio della Liguria in zona Gialla sono riuscito a farle una visita e…..giù aneddoti e racconti a non finire! Passerei delle ore con lei! Sono onorato di avere la sua amicizia e so che da lei posso sempre e solo aspettarmi sincerità, dote rara nelle persone in genere ma soprattutto nelle persone che vivono ed hanno vissuto nel mondo della spettacolo. Un rammarico. Non sono mai riuscito, nonostante lei me lo abbia chiesto più volte, a darle del tu. Non so perchè. Non è una questione di rispetto perchè, come mi disse un’altra cantante una volta: “Non è dando del Lei ad una persona che automaticamente le si porta rispetto. In teatro ci si da del tu!”. Farò un’eccezione e le darò del Tu qui:

Luisa ti voglio bene!

Luisa, sostenitrice d’eccezione, dopo un concerto a
Bogliasco.
Visita post compleanno a Luisa

Budapest Sabato 24 Aprile Concerto di Belcanto con Klàra Kolonits, Atala Schöck, Szabolks Brickner e Daniel Dinyes

Klàra Kolonits

Tante volte ho scritto di questa straordinaria cantante della quale mi sono innamorato anni fa in una Lucia di Lammermoor a Budapest. L’ultima volta che l’ho ascoltata è stata in una sua personalissima Traviata a Novara. Ricordo che ridendo le avevo detto: “Per una volta non sono dovuto venire a Budapest per ascoltarti!!!”. Fu una bellissima serata. Una Violetta assolutamente personale. Avrei dovuto ascoltarla come Konstanze nel Ratto Mozartiano lo scorso anno ma…..sappiamo tutti purtroppo cosa è successo e ancora oggi, a distanza di più di un anno non mi capacito di come non si sia, a mio avviso, nemmeno lontanamente vicini alla soluzione del problema. Attendevo uno streaming di una produzione de Les Contes d’Hoffmann da Budapest con Klàra interprete di tutti i ruoli femminili. Nulla. Il covid ha colpito tutta la compagnia, la produzione è saltata e Klàra è stata veramente male. Il concerto di stasera (sempre streaming) era programmato da tempo e lei non ha voluto disattendere le aspettative. Modificato il programma (ma che programma!) e sostituita l’orchestra con il pianoforte Klàra ha mantenuto la promessa.

Parto dal Maestro Daniel Dinyes che con un pianismo veramente eccezionale non ha fatto rimpiangere la presenza di un’orchestra. Dinamica varia e tecnica pianistica ineccepibile, ha sostenuto le voci straordinariamente creando un clima perfetto ed un equilibrio assoluto fra strumento e voci. Avevo già notato la sua bravura durante la “chiusura” dello scorso anno (non mi piace dire lockdown. Sono italiano e parlo in italiano!) quando tutte le sere sulla pagina Facebook di Klàra ci regalava insieme a lei un Lied o un’aria quasi a tenerci compagnia ed a farci coraggio in quel terribile momento. Bravissimo!

Daniel Dinyes

Klàra Kolonits si conferma come una grande belcantista. La sua tecnica perfetta le permette di eseguire cantabili donizettiani e belliniani con un legato assoluto ed anche la sua agilità è perfetta. Ogni volta che ne parlo ribadisco sempre lo stesso concetto: meriterebbe un importante spazio nel panorama internazionale ma…sappiamo come spesso vanno queste cose. Taccio. E’ meglio. La cantante ungherese ha eseguito la struggente aria di Giulietta dai Capuleti e Montecchi di Bellini, la cavatina di Lucrezia dalla Lucrezia Borgia di Donizetti seguita dalla cabaletta quasi sempre omessa (forse perchè molto impegnativa!) “Si voli il primo a cogliere” dove ha mostrato come le agilità di questo repertorio vanno eseguite; l’aria di Giselda dai Lombardi di Verdi ed anche in questo caso agilità perfette ma diverse da quelle di Donizetti. Verdi è un’altra cosa e Klàra lo sa bene! Del repertorio francese ha eseguito un languido “Depuis le jour” dalla Luise di Charpentier ed ha concluso con veri e propri “fuochi di artificio” nell’aria “Cest bien lui” da L’Etoile du Nord di Meyerbeer, una vera e propria aria di bravura con il flauto concertante. Insieme all’eccellente mezzosoprano Atala Schöck ha eseguito il duetto “Ebben, a te ferisci” dalla Semiramide di Rossini e con il tenore Szabols Brickner il duetto “In mia man alfin tu sei” dalla Norma belliniana (una drammaticità straordinaria) e la scena di Saint Sulpice dalla Manon di Massenet. Grande Klàra. Spero di poter venire a Budapest quando tutto sarà finito e finalmente poterti riascoltare in teatro e magari chissà…ascoltarti anche in Italia se chi “dirige i giochi” nei teatri sarà un po’ meno sordo!!!

Klàra Kolonits

Di spicco la partecipazione del mezzosoprano Atala Schöck che ascoltai proprio a Budapest come Sara nel Roberto Devereux accanto ad Edita Gruberova e come Fricka al Mupa nella Tetralogia wagneriana. Bellissima voce e grande temperamento, oltre al duetto di Semiramide ha eseguito l’aria e cabaletta dalla Favorita donizettiana “O, mio Fernando” dimostrando come fu nel Devereux spiccate qualità proprie del repertorio belcantistico italiano. Dizione perfetta. Bravissima.

Atala Schöck

Il tenore Szabols Brickner possiede uno strumento notevole ma non è supportato, a mio avviso, da una tecnica adeguata. Passa da momenti discreti ad altri con evidenti problemi di intonazione. Ha eseguito il duetto di Norma “In mia man alfin tu sei”, il duetto di Manon (forse la sua cosa migliore) e l’aria “O Paradis” dall’Africaine di Meyerbeer. Questo mio parere comunque si basa su un ascolto parziale in quanto, come dico sempre, le voci vanno ascoltate in teatro prima di qualsiasi considerazione. Chissà che non lo possa ascoltare in seguito e possa rivedere le mie posizioni.

Klàra Kolonits e Szabols Brickner

Bella serata quindi che conferma tutta la mia stima e ammirazione per Klàra. Speriamo nel futuro di tornare a teatro perchè, come più volte ho già detto, lo streaming dev’essere una cosa momentanea che ci mantiene in qualche modo legati alla musica ma la musica ha bisogno di teatri, di sale da concerto piene di pubblico. Solo così potrà continuare a vivere!

Klàra Kolonits e Atala Schöck

Accademia di Santa Cecilia Gala del Belcanto 16 Aprile 2021 Lisette Oropesa Xabier Anduaga Antonio Pappano

Lisette Oropesa

A poca distanza di tempo della sciagurata Traviata eseguita al Teatro dell’Opera di Roma in “versione film” (operazioni che lasciano veramente il tempo che trovano) Lisette Oropesa ritorna a farsi sentire in un concerto condiviso con il giovane tenore Xabier Anduaga e con la direzione di Antonio Pappano. Continuiamo a parlare di streaming purtroppo. Questo era un concerto che speravo di sentire dal vivo ma…la situazione altalenante legata alla pandemia ci ha ridotto così. L’unica cosa che mi chiedo è perchè in Spagna, dove non “sono messi” meglio di noi, i teatri sono aperti…mah…di una cosa sono certo. In Italia la prima cosa che riaprirà saranno gli stadi…sicuro!

Partiamo proprio da Pappano. Un direttore che difficilmente si fa criticare. Gesto importante e sicuro. Cura meticolosa della dinamica con risultati conseguentemente notevoli. Appare subito chiaro che è un direttore che ama l’opera ed ha una cura assoluta degli artisti che cantano sotto la sua direzione. Ho avuto occasione di vederlo dirigere più volte. A Genova diresse un Lohengrin in forma di concerto di cui ancora si parla e con un cast stellare. Mi piace molto. Da cantante penso che sia un direttore con il quale mi sarebbe piaciuto lavorare.

Antonio Pappano

I cantanti. Lisette Oropesa, smaltita la fatica di aver cantato con quel pessimo direttore che è Daniele Gatti, un incapace pieno di se che fa di tutto quello che dirige una sua creatura (In questo caso era la Traviata di Gatti non di Verdi), ritrova se stessa e ci regala una serata da sogno. Programma molto impegnativo che l’ha vista spaziare da Lucia di Lammermoor (duetto con Edgardo) al finale de La Sonnambula; dall’aria e cabaletta de La Fille du Regimènt all’aria e cabaletta di Elvira dei Puritani concludendo con il duetto dell’ultimo atto con Arturo. La personalità del soprano statunitense è veramente notevole. Voce personale e riconoscibilissima. infinita gamma di colori che le permettono un’interpretazione approfondita in ogni brano da lei affrontato. Personalmente ho apprezzato in particolare l’esecuzione dell’aria dei Puritani “Qui la voce sua soave” nella quale, grazie anche alla espressività del viso, ha trasmesso tutto lo smarrimento della povera Elvira per riaccendersi poi in un guizzo di follia nella seguente virtuosistica cabaletta. Tutto quello che ha cantato comunque era perfettamente interpretato. Il belcanto e Bellini in particolare non perdonano e se non si è in possesso di una tecnica del legato sicura ci si resta in mezzo! Lisette è uscita trionfatrice da questa serata, dimostrazione comunque del fatto che se si lavora con un grande direttore si trova sempre la chiave giusta per dare il meglio di se. Spero di poterla risentire in Traviata a Verona la prossima estate.

Lisette Oropesa

Una bella sorpresa è arrivata dal giovanissimo tenore Xabier Anduaga. Bellissimo timbro dal colore mediterraneo. Squillo. Perfetta gestione tecnica del legato (direte che sono fissato con il legato ma ho cantato anche io e so cosa vuol dire!) e vastissima gamma di colori che gli hanno permesso di interpretare al meglio tutto il repertorio che ha affrontato a partire dalla celebre aria dei nove DO da La Fille du Regimènt e a seguire con una struggentissima Furtiva lacrima dall’Elisir d’Amore e ancora con l’aria della Lucrezia Borgia “Anch’io provai le tenere”. E’ stato un perfetto partner vocale della Oropesa nei duetti di Lucia e Puritani e nel duetto di Lucia, dove è stata eseguita la cadenza scritta, ha emesso un bellissimo Mib sopracuto! Spero di poter ascoltare questo giovane dal vivo per avere la conferma dell’impressione avuta in questa diretta televisiva.

Xabier Anduaga

Notevole e di alta qualità l’apporto del coro e dell’orchestra di Santa Cecilia. Il coro ha eseguito l’introduzione della Lucia di Lammermoor “Percorrete le spiagge vicine”, “Che interminabile andirivieni” dal Don Pasquale e “Piangon le ciglia” dai Puritani oltre agli interventi in Fille e Sonnambula.

Bellissimo concerto che avrei preferito ascoltare dal vivo ma…data l’attuale e continua indecisione del nostro governo sulla gestione di questa maledetta pandemia chissà quando sarà di nuovo possibile…sono molto sfiduciato e dubbioso. La musica non può continuare a vivere di streaming…se andiamo avanti così tutto morirà! Alla prossima.

Lisette Oropesa
Lisette Oropesa

La Scala, 7 dicembre. Cronaca di una “non inaugurazione di stagione”

Riccardo Chailly alla guida dell’Orchestra della Scala

Normalmente non scrivo mai di cose sentite in registrazione o viste in televisione ma in tempi di Coronavirus ci dobbiamo accontentare con la viva speranza che questa non diventi un’abitudine ma si possa presto uscire da quest’incubo e si possa tornare a vivere la musica dal vivo e la magia del teatro. Ieri, Sant’Ambrogio, giorno in cui si apre per tradizione la stagione lirica della Scala, uno dei teatri più importanti del mondo. avremmo dovuto assistere ad una produzione della donizettiana Lucia di Lammermoor in una nuova edizione critica e con la presenza di due stars internazionali quali Lisette Oropesa e Juan Diego Florez. L’arrivo della seconda ondata del virus ha vanificato tutto ciò e la Scala, per non rimanere tristemente in silenzio, ha optato per un concerto da mandare in streaming in tutto il mondo e, ovviamente, a porte chiuse. E fin qui tutto bene. Prevista la partecipazione di più di venti cantanti attualmente tra i più importanti al mondo più Roberto Bolle ed altre etoiles della Scala in numeri di danza. Peccato che in tutto ciò ci sia entrata una forma di spettacolo che non è stata di mio gradimento. Si è voluto dare un senso (ma quale?) alla successione dei brani eseguiti con delle pseudo scenografie pretestuose e banali, giusto per buttare un po’ di fumo negli occhi al “popolo”. Avrei francamente preferito un concerto vero e proprio per potermi concentrare sulle voci e sulla musica e non essere costretto a chiudere gli occhi. Davide Livermore è oggi un personaggio di punta della regia lirica in Italia e all’estero. Lo conosco. Ho lavorato con lui quando era ancora un cantante, ho apprezzato le sue prime produzioni come regista e speravo veramente che proseguisse su quella strada. Così non fu e attualmente mi sembra sempre di più autoreferenziale. Propone sempre le stesse cose autocitandosi in continuazione. A conferma di ciò il discorso che ha fatto a conclusione della serata. Ribadisco, parlo per me e per i miei gusti ma una serata così proprio non mi è piaciuta.

Passando alla parte musicale posso dire che la maggior parte degli artisti presenti ha atteso le aspettative. Stiamo parlando di cantanti tra i più affermati nel mondo e che, fortunatamente per loro ed in qualche modo, hanno potuto riprendere a lavorare!

L’unico commento negativo che mi sento di fare riguarda Riccardo Chailly che ha diretto come di consueto. Pur avendo a disposizione un’orchestra notevole come quella della Scala non riesce a trovare spunti interessanti. Non mi è mai piaciuto. Si dirige addosso e non considera minimamente i cantanti.

Voglio invece citare quelli che mi sono piaciuti di più e che più mi hanno emozionato evitando di parlare di chi mi ha convinto meno. Io vorrei sempre parlare bene di tutti e cerco sempre di trovare in ognuno un spunto positivo ma a volte non riesco quindi, esprimendo qui sempre qualcosa di personale, preferisco dribblare.

Parto proprio da Lisette Oropesa, la mancata Lucia che ci ha regalato uno stratosferico “Regnava nel silenzio” nella tonalità originale (mezzo tono sopra) e con parti aggiunte alla fine del cantabile come da edizione critica. Sempre molto intensa interpretativamente e perfetta nelle colorature che la cabaletta prevede. Conclude con un Mib sopracuto stellare. Spero vivamente di poterla ascoltare in tutta l’opera in tempi non troppo lontani!

Lisette Oropesa

Ludovic Teziér che come sempre mi ha commosso. Io lo ritengo il miglior baritono dei nostri tempi. La sua linea di canto è invidiabile. Il timbro affascinante. Ha eseguito la morte di Rodrigo dal Don Carlo. Lo ricorderò sempre come il miglior Simon Boccanegra ascoltato in teatro (lo scorso anno a Genova).

Ludovic Tezièr

Ildar Abdrazakov, oggi uno dei migliori bassi in circolazione, con uno struggente “Ella giammai m’amò”, penalizzato solo dalla “location” (oggi si dice così!) che gli era stata riservata…ma perchè il bicchiere in mano?

Ildar Adbrazakov

Elina Garanca. Stile. Classe. Interpretazione. Ascoltata anche qualche sera fa da Napoli come Santuzza ci regala una Eboli appassionata ma composta e con una splendida vocalità sempre sotto controllo. Ho avuto la fortuna di ascoltarla più volte dal vivo e l’impressione è sempre stata questa.

Elina Garanca

Benjamin Bernheim, che ho ascoltato la prima volta lo scorso luglio a Zurigo in occasione di un concerto con Sabine Devieilhe. Finalmente un tenore che canta sul serio! Vere mezze voci e non falsettoni imbarazzanti. Ha interpretato la celebre “Pourquoi me reveiller” lasciandomi letteralmente senza parole. Bravo!

Benjamin Bernheim

Carlos Alvarez, nel “Credo” dell’Otello verdiano e Georg Petean con “Eri tu” da Un Ballo in Maschera. Altri due baritoni che apprezzo molto. Il primo da me ascoltato proprio in Otello a Genova ed il secondo a Zurigo ne I Puritani. Due vocalità importanti e due interpreti notevoli.

Carlos Alvarez
Georg Petean

Juan Diego Florez, tornato ad un repertorio più confacente alla sua voce. La sua “Furtiva lagrima” riesce ancora a commuovere. Anche lui penalizzato da una scenografia di felliniana memoria assolutamente inutile.

Juan Diego Florez

Marina Rebeka, rivelazione recente. Il suo “Un bel di vedremo” è stato stupefacente. Ripulita quest’aria da vezzi e abusi di un recente passato è arrivata all’essenza del suo significato reale.

Marina Rebeka

Ho apprezzato il giovane mezzo francese Marianne Crebassa esecutrice di una fresca e sensuale Habanera dalla “Carmen”.

Marianne Crebassa

Il tenore Piotr Beczala, apprezzato più nella Romanza del Fiore della “Carmen” che nel trito e ritrito “Nessun dorma”. Non avendolo però mai ascoltato in teatro mi fermo qui.

Piotr Beczala

Che dire dell’inossidabile Placido Domingo. Tutto il bene possibile! Non mi importa se è “un tenore che canta da baritono”! E’ stato e rimane un grande musicista ed interprete e voglio vedere altre “stellette” di oggi a ottant’anni cosa faranno!

Placido Domingo

Aleksandra Kurzac nella prima aria di Liù, “Signore ascolta” ha commosso con la sua voce dal bel timbro luminoso. Ma quanto è difficile “dire” qualcosa in un’aria così straordinaria ma così breve? Lei ci è riuscita perfettamente.

Aleksandra Kurzak

Roberto Alagna, “E lucevan le stelle”, dopo un inizio incerto si è confermato quel gran interprete e professionista che è. Certo il repertorio pesante (Samson, Le Cid ecc) che ha affrontato in questi ultimi anni non ha sicuramente giovato alla sua organizzazione vocale facendogli perdere la morbidezza di emissione che lo ha sempre contraddistinto.

Roberto Alagna

Il concerto si è concluso con lo splendido finale del “Guglielmo Tell” rossiniano. La scelta non poteva essere migliore per concludere una serata che verrà ricordata per sempre. Un inno alla libertà e soprattutto la libertà di fare musica dal vivo!

Due piccole note polemiche. Lo spettacolo era evidentemente registrato anche se spacciato come una diretta. Perchè? Tanto si viene a sapere in un attimo. Ma soprattutto che fine hanno fatto Camilla Nylund e Andrea Schager con il duetto della wagneriana Walkure? Spariti perché sono convinto che con quel duetto si sforava con la tempistica andando oltre l’orario consueto del TG!!! All’estero lo hanno visto e spero di recuperarlo anche perchè parliamo di due “signori cantanti”! Ma siamo in Italia. Un’Italia che ha un ministro della cultura che, dopo la Cavalleria a teatro vuoto da Napoli ha detto al TG: “Abbiamo assistito ad una meraviglia! Avanti con le piattaforme digitali!”. E no cari signori. Se questo è un ripiego momentaneo data la situazione attuale ci posso anche stare ma mai e poi mai la TV potrà sostituire la magia e le emozioni che si provano a teatro. Viva la musica dal vivo sempre. Bisogna lottare per riavere tutto ciò! E’ fondamentale anche per la sopravvivenza di un mare di lavoratori del mondo dello spettacolo che stanno agonizzando!!! Speriamo che il 7 dicembre 2021 Milano possa rivedere la sua Scala inaugurare la sua stagione con la presenza del pubblico e bando a questi surrogati!!!

Milano Teatro alla Scala 21 Ottobre 2020. Anna Netrebko in concerto. Direttore Riccardo Chailly

Eccomi per la cronaca di una serata che difficilmente dimenticherò per tanti motivi. Come si sa il momento è difficilissimo. Partiti da casa in auto (sempre con Guido Palmieri, con il quale condivido sempre queste trasferte), ascoltiamo alla radio le ultime notizie relative al repentino aumento di contagi ed il cuore si rimpicciolisce sempre di più. Io ho obiettivamente paura ma allo stesso tempo mi sforzo per cercare di vivere il più normalmente possibile, sempre nel rispetto di me stesso e degli altri. Già la Scala i giorni scorsi aveva rimandato la presentazione della stagione 2020/2021 e quasi pensavamo che cancellasse anche gli eventi della stagione autunnale ed eravamo pronti a perdere anche questo concerto che vedeva Anna Netrebko riprendere a cantare dopo essere stata contagiata dal virus. Concerto confermato. Si va. Arrivati a Milano, parcheggio Famagosta, non ce la sentiamo di usare la metropolitana e decidiamo di usufruire del servizio taxi Uber, già sperimentato all’estero e molto conveniente. Traffico scarso per essere un’ora di punta. Conducente simpaticissimo con il quale scambiamo impressioni sulla attuale situazione e che ci dice essere molto preoccupato per il suo lavoro dato il drastico il calo delle corse. Arrivati alla Scala si presenta uno scenario surreale al quale ormai purtroppo siamo abituati (ma non ci si abitua mai abbastanza!): persone con il volto coperto dalla ormai consueta mascherina, persone tra le quali cerchi di riconoscere magari volti conosciuti, cosa ormai resa impossibile da quella copertura.

Entriamo. Misurazione della temperatura. Gel disinfettante per le mani. Ormai siamo abituati anche a questo. La sala si presenta come da fotografia con tutti i cartelli evidenti sui posti non occupabili. Grande tristezza ma anche contentezza per la volontà di non chiudere (almeno per ora) come ha fatto il Met a New York! Piccola nota polemica (non sarei io!): un noto quotidiano ha pubblicato recentemente un articolo dove si diceva che “…alla Scala la maggior parte del pubblico non porta la mascherina”. Balle. Terrorismo giornalistico. La gente che va a teatro non è sprovveduta. Non è a teatro che ci si contagia ma gli ambiti sono ben altri. Ieri sera non ho visto una sola persona che non la portasse!!!

La platea della Scala ieri sera

L’orchestra è disposta con i giusti distanziamenti su tutto lo spazio disponibile del palcoscenico; ma quanto è grande? Ci ho pure cantato ma visto dalla posizione che occupavo mi sembrava ancora più grande. L’emozione è grande. Considero un privilegio poter assistere ad un evento musicale in tempi in cui tutto è sempre più difficile.

Il palcoscenico della Scala prima del concerto

Arriva Chailly che apre il concerto con la sinfonia che Verdi scrisse per la prima scaligera di Aida in sostituzione del breve preludio e che fu da Verdi stesso ritirata dopo un’audizione privata. Interessante lavoro che fa pensare, attraverso temi importanti estratti dall’opera, al concetto wagneriano del leitmotiv ma…se Verdi la ritirò un motivo ci sarà.

Anna Netrebko

Arriva la Diva con un vestito che solo le vere Dive si possono permettere di indossare e subito è magia. Lo so che questa cantante è o amata o odiata e questa è una caratteristica che accomuna i veri grandi. Apre bocca dando voce alla schiava etiope Aida (Ritorna vincitor) e la sala si riempie di una voce piena di armonici, bella e dal colore scuro (a mio avviso non artefatto come tanti sostengono). Su “Numi pietà” iniziano a scorrermi lacrime di commozione che non riesco davvero a contenere. Stessa cosa succederà nell’aria successiva (Don Carlo Tu che le vanità) dove la Netrebko mostra la grandezza e allo stesso tempo la fragilità della regina. La commozione mi travolge. Soffrono anche le lenti a contatto!

Il concerto prosegue con la Danza delle Ore da La Gioconda di Ponchielli. La sala si scalda ulteriormente. Anna canta Suicidio. Ci crede veramente. L’intensità che ne viene fuori è impressionante. L’aria è estremamente difficile ma lei gestisce tutto con estrema facilità facendola sembrare una passeggiata. Non si avvertono, almeno per ora, “scalini” tra i vari registri. Una meraviglia.

Dopo l’intervallo cambio d’abito e si riparte con Adriana Lecouvreur, opera da lei debuttata lo scorso anno. Preceduta dal preludio dell’ultimo atto, la Netrebko fa di “Poveri fiori” un piccolo capolavoro. Non è paragonabile ma soprattutto non si deve paragonare alle Adriane storiche. Lei è lei e questa è un’altra caratteristica che distingue i “grandi cantanti” dai “bravi cantanti”. Viene giù il teatro. A seguire il preludio del terzo atto di Madama Butterfly e un commovente “Un bel dì vedremo”. La Netrebko è riuscita a farmi digerire un’aria che, al pari di “Di Provenza” della Traviata, detesto con tutte le mie forze, forse per un abuso nelle esecuzioni. Il concerto si conclude con l’intermezzo di “Manon Lescaut” ed un disperato “Sola, perduta e abbandonata” dove la cantante sfodera tutta una serie di dinamiche impressionanti. Ci regala come bis una travolgente e simpatica Musetta. Esco da teatro carico e, per un momento, dimentico quello che ci sta accadendo. La musica, da esecutore e da ascoltatore, è la mia vita e la musica dal vivo mi manca tantissimo. Approfitto di questi sprazzi con la speranza che si possa tornare a vedere i teatri pieni e tutte le persone che vivono di questo lavoro riprendere in pieno l’attività.

Che dire di Riccardo Chailly. Personalmente non mi ha mai convinto. Trovo che sia un direttore del tipo “quanto sono bello e quanto sono bravo”. Si “dirige addosso”. Il gesto non mi piace. Ci sono stati infatti piccole incomprensioni con i primi violini dovute proprio ad un gesto poco chiaro. Anche con la Netrebko c’è stato qualche problema. Sembrava non essere interessato alle sue intenzioni ma solo seguire una sua idea senza condividere quella della cantante. Io non dico che i cantanti debbano per forza essere assecondati ma devono essere in genere curati, seguiti, a maggior ragione se ci troviamo davanti ad una grande interprete. In una situazione del genere è il solista che comanda. In ogni caso anche per esempio nella Danza delle Ore c’era poca brillantezza, poco vigore nonostante la bellezza del suono dell’orchestra della Scala che si conferma sicuramente come una delle migliori a livello europeo.

Anna Netrebko e Riccardo Chailly

Una mia considerazione assolutamente personale su Anna Netrebko. Non sono mai stato un suo estimatore, soprattutto nella fase della sua carriera in cui cantava Puritani e Lucia. La trovavo imprecisa nelle agilità, con sopracuti spesso “corti” e forzati. Ma era un’impressione legata all’ascolto di registrazioni…che spesso confondono. L’ho ascoltata due anni fa per la prima volta a New York in Tosca e me ne sono innamorato. La scelta di questo nuovo repertorio è vincente. La cantante possiede una tecnica solidissima che le consente un dominio totale su tutta la gamma della voce. Esegue delle messe di voce spettacolari e sostiene dei pianissimi sui suoni acuti veramente impressionanti (ricordo un suo meraviglioso Do acuto in “D’Amor sull’ali rosee” in Trovatore a Verona lo scorso anno!). I detrattori sono molti ma, come ho detto, è tipico dei grandi: o si amano o si odiano. Difficile che ci siano mezze misure. Io la amo. Dovrebbe, se tutto sarà confermato, cantare sempre alla Scala il 15 novembre in un concerto dedicato al repertorio russo. Speriamo. Io ci sarò!

Io rigorosamente “mascherinato”

Venezia 9 Ottobre 2020 Teatro Malibran. Salieri: “Prima la musica poi le parole”. Mozart: “Der Schauspieldirektor”

Ed eccomi di nuovo a teatro per assistere finalmente ad uno spettacolo d’opera completo. I tempi sono quelli che sono e, per usare un bellissimo luogo comune: “Necessità fa virtù”! Ecco che il regista Italo Nunziata assistito dal mio carissimo amico Danilo Rubeca ha creato uno spettacolo che, se visto con superficialità, non sembrerebbe risentire delle problematiche create dal COVID; in realtà i personaggi non si toccano mai, sono sempre a dovuta distanza, addirittura l’attrezzeria era dedicata (un oggetto poteva essere gestito solo dal medesimo figurante). Ma tutto questo non si notava. La narrazione scorreva talmente bene ed i cantanti e gli attori agivano in tale scioltezza che ci siamo dimenticati per un paio d’ore della tragedia che ha colpito tutti ed in particolare i lavoratori del mondo dello spettacolo. Purtroppo la mia convinzione è che ci sia una la volontà nemmeno tanto velata di affossare tutto, proprio in Italia dove l’opera è nata! Pazzesco!

Soffitto del Teatro Malibran
Particolare

Torniamo alle operine. Ambientate in tempi più recenti, sia l’opera di Salieri che quella di Mozart hanno però usufruito di una regia tradizionale (niente feti avvolti in asciugamani, niente stupri ecc)! Un miracolo! Due ore di puro e sobrio divertimento! Ci voleva. Un grande plauso quindi a Italo Nunziata, a Danilo Rubeca ed anche a tutti i figuranti che hanno veramente fatto i salti mortali! Bellissime le scene ed i costumi a cura della Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Veniamo alla musica. Come ormai sapete io mi muovo sempre per qualcosa di particolare. In questo caso il motivo era il piacere di poter riascoltare il soprano Rocío Perez che tanto mi aveva sorpreso a Berlino in Dinorah lo scorso marzo proprio pochi giorni prima che fossimo messi in clausura. Confermo quanto già scrissi in quell’occasione. Ci troviamo davanti ad una bella realtà. Timbro affascinante, tecnica solidissima, qualità interpretative notevolissime. Come Tonina, la “buffa” in Salieri, fa letteralmente i salti mortali! Scatenatissima nell’affermare la sua superiorità nei confronti della “seria”. Più sofisticata come Madame Herz in Mozart dove, con una baldanza impressionante, sale fino ad un Fa sopracuto! Spettacolare! È anche una persona deliziosa! Spero di risentirla presto!

Rocio Perez in Prima la Musica poi le Parole

Ribadendo il concetto che io esprimo sempre e solo un mio parere personale devo dire che note veramente dolenti arrivano dall’altro soprano della produzione, Francesca Boncompagni. Questa cantante, che possiede un curriculum di tutto rispetto, soprattutto nell’esecuzione di musica sacra, già mi aveva convinto poco nelle registrazioni ascoltate ma, come sempre dico, le voci vanno ascoltate in teatro. A volte si hanno delle sorprese. In questo caso è stata una conferma. Lo strumento è ingrato e questa non può essere una colpa ma, in teatro, la sua voce è inesistente, sorda, urlata in acuto e vuota in zona grave. Fiati corti. Totalmente carente tecnicamente. Insomma, non è una voce da teatro. Nel personaggio interpretato in Salieri queste problematiche erano evidenti in misura minore ma in Mozart tutto era evidentissimo. La prima parte del rondò “Bester Jungling” è stata estremamente difficoltosa precipitando poi rovinosamente nell’allegro. Peccato. Buone le intenzioni interpretative ma…non basta in un cantante che lavora in teatro.

Molto bene il versante maschile. Francesco Ivan Vultaggio convincente Poeta in Salieri e Szymon Chojnacki Maestro di Cappella in Salieri e Buff in Mozart, forse più convincente come attore che come cantante. Valentino Buzza, Vogelgesang in Mozart dalla bella voce tenorile. A seguire bravissimi tutti gli attori presenti nello Schauspieldirektor di Mozart dalla voluta recitazione “old fashion”! Karl Heinz Macek, Marco Ferraro, Francesco Bortolozzo, Michela Mocchiutti, Roberta Berbiero (qui si cita spudoratamente Valentina Cortese!!!) e Valeria De Santis. Tutti bravissimi!

La direzione era affidata a Federico Maria Sardelli. Era la prima volta che lo vedevo dirigere “dal vivo”. Il mio occhio da “ex orchestrale” ha subito visto un gesto chiarissimo e sicuro. Grandissima cura per la dinamica, accenti e colori. Credo veramente che oggi sia un riferimento per questo repertorio. Bravo!

Federico Maria Sardelli

Insomma, una bella serata, un po’ di “ossigeno” per chi, come me, vive la musica a trecentosessanta gradi! Alla prossima….e speriamo che non passi troppo tempo!

P.S. complimenti a come il personale del teatro ha gestito l’entrata del pubblico e la distribuzione dei posti in Sala! Tutti molto gentili e premurosi.

Rocio Perez Madame Herz
Autografo di Rocío sulla foto fatta a Berlino lo scorso Marzo dopo la recita di Dinorah.

Ricomincio da qui…Zürich 6 luglio 2020 Sabine Devieilhe e Benjamin Bernheim in concerto.

Ci siamo lasciati l’8 marzo a seguito di un  rocambolesco ritorno da Berlino. La situazione del virus in Italia si è presentata subito peggio del previsto. Blindati in casa fino a poco tempo fa. Persi una serie di “viaggi operistici” tra cui uno a Mosca che avrebbe visto anche la possibilità di visitare questa città dove non ero mai stato. Lasciamo perdere la fatica fatta per recuperare i soldi già spesi (non sono ricco!). In questa “blindatura” sono stato fortunato in quanto abito in campagna ed ho una casa indipendente con tanto verde intorno. Questo mi ha permesso di poter stare all’aperto e “respirare” senza contravvenire alle disposizioni. Sono stati mesi comunque difficili e di grande incertezza, di grandi contraddizioni (si la mascherina, no la mascherina, si i guanti, noooo i guanti e via andare). Poveri italiani guidati da una manica di incompetenti e capaci solo di prendere decisioni smentite subito dopo; eminenti virologi che si pavoneggiano e si danno addosso l’un l’altro; un popolo incapace di rispettare le regole dettate peraltro dalla necessità. In tutto questo caos uno dei settori che più ha sofferto in questo frangente è stato quello dello spettacolo. Teatri chiusi e niente lavoro per una moltitudine umana ma…sembrava che, in questo senso, la preoccupazione più grande fosse rivolta al campionato di calcio. Poveri noi! Anche quello sicuramente conta ma, personalmente, non darei al calcio la priorità. Evidentemente gli interessi economici prevalgono sempre.  Finalmente, dopo quattro mesi di “nulla” e, per me, di astinenza dalla musica, mesi passati a fare improbabili lezioni video da casa ai miei allievi del conservatorio, a curare il giardino, ad imbiancare la casa e…a cucinare, qualcosa ha cominciato a muoversi. L’indistruttibile Guido, attentissimo ad eventuali sviluppi della situazione mi comunica che l’Opernhaus di Zurigo ha previsto a luglio una serie di concerti per i quali sarà, ovviamente, venduto un numero limitatissimo di biglietti per poter mantenere una distanza adeguata nella sala. Come non cedere alla tentazione di un concerto con l’amata Sabine  nonostante l’ansia che in questi mesi i bombardamenti dei media ci hanno gettato addosso? Non faccio fatica a dire che sono uscito pochissimo, anche quando lo spostamento fra regioni è stato concesso. Ho rivisto i miei nipotini dopo sei mesi per il terrore di portare “qualcosa” a loro dato che lo stato (volutamente minuscolo) non ha mai pensato di fare tamponi a tappeto. Io, per esempio, potrei essere un asintomatico e non saperlo. Ma torniamo al concerto. Confermata l’apertura dei confini Svizzeri nei confronti di quelli italiani decidiamo di andare e Guido, come James Stewart in Mezzogiorno di fuoco (tranne che la pistola era sostituita dalla tastiera del computer), spara per primo, raggiunge l’obiettivo e si aggiudica due posti in prima fila! Viaggio in treno. All’andata rischiamo di perdere il treno da Milano per Zurigo in quanto il nostro fino a Milano aveva mezz’ora di ritardo! Benedico la mia proverbiale mania dell’anticipo: un altro treno partiva a sei minuti dal nostro arrivo in stazione. Il capotreno ci “concede” di salire nonostante non fosse il nostro e, poco dopo con orrore, apprendiamo che il nostro era stato comunque soppresso. Gente inferocita che, alle stazioni successive, voleva salire, caos…ma come il cielo ha voluto siamo arrivati a Milano. Situazione più tranquilla su quello per Zurigo. Ripresa la dieta ci siamo portati da mangiare per evitare di andare fuori ma soprattutto per evitare di spendere, per esempio, 10 Fr e 70 per una pizzetta microscopica! Alle 18 ci avviamo a teatro. Giuro che, tra l’agitazione del viaggio, il vedere che in Svizzera se la prendono “più bassa” (obbligo delle mascherine solo a bordo dei mezzi pubblici) e l’astinenza da teatro, ero emozionato come la mia prima volta a 12 anni.

Il programma era misto. In parte cameristico ed in parte operistico, per accontentare i gusti di tutti.

Apre Sabine con le Ariettes oubliées di Debussy. Questa grande artista, cantante e musicista oggi non ha rivali nel repertorio francese. Ha cesellato ogni frase, ogni parola unendo a questo suoni che parevano arrivare da un altro mondo. Che meraviglia!

A seguire Benjamin Bernheim ha eseguito delle chansons di Duparc. Sono rimasto piacevolmente impressionato da questo cantante. Bellissimo timbro. Fraseggio vario ed interessantissimo. Agguerrito tecnicamente. Finora lo avevo ascoltato solo in registrazione e l’ultima volta nella Manon di Parigi che avrei dovuto sentire di persona ma che, a causa del diffondersi del virus, aveva visto le rappresentazioni interrotte. Già l’impressione era buona ma dal vivo è ancora meglio. La voce è ricca di armonici, l’emissione facile in tutti i registri. Spero di risentirlo presto e gli auguro il meglio per il futuro.

Ritorna Sabine con un suo cavallo di battaglia: l’aria delle “clochettes” dalla Lakmé (opera che avrei dovuto sentire con lei a Mosca ad Aprile!). Sentita a distanza di quattro anni nella stessa aria (Marsiglia 2017) ho trovato un’interprete maturata, un’ulteriore cura dei particolari permanendo la bellezza del timbro e la spontaneità dell’emissione. Alla fine è esploso un boato. Grande Sabine!

Bernheim invece ci ha regalato il “Sogno” della Manon di Massenet. Da tempo non sentivo eseguire quest’aria in modo così appropriato, cosi curato con la voce usata al meglio e soprattutto con suoni “reali” non con stupidi falsetti  che, ultimamente, qualche falso mito ci propina a volontà. Commovente nell’interpretazione. Bravissimo.

Il resto del programma ha visto i due eseguire Lieder di Strauss: Mädchenblumen Sabine e lieder scelti Bernheim tra cui un Morgen da sogno e due duetti, Romeo et Juliette e Lucie de Lammermoor (la versione francese). Bis: un toccante Youkali di Weill da parte di Sabine ed un Verdi da camera da Bernheim ed insieme il duetto di West Side Story “Tonight”.

I due artisti erano accompagnati da una pianista dell’Opernhaus (che è anche un direttore d’orchestra) a dir poco eccezionale: Carrie-Ann Matheson. Dotata di una tecnica solidissima e soprattutto e, come prevedibile, nel repertorio liederistico ha tirato fuori dalla tastiera dei suoni miracolosi, dei pianissimi impalpabili. Simpaticissima nell’atteggiamento ed in perfetta sintonia con i due solisti.

Che dire. Sono uscito da teatro con una grande carica interiore come tutte le volte che assisto a qualcosa di veramente appagante. Abbiamo incontrato i due cantanti alla fine. Bernheim simpaticissimo e Sabine, che sapeva della nostra presenza, ci ha accolto con un abbraccio virtuale. E’ rimasta molto colpita dal regalo che le abbiamo portato per la nuova nata e ci siamo dati appuntamento (se tutto va bene!) a novembre alla Scala dove, anche se non è ancora ufficiale, il suo concerto ci sarà! Una bella notizia!

Il viaggio di ritorno si è svolto nella correttezza più totale sul treno svizzero e nel caos più totale sul treno italiano dove ho dovuto litigare con una ragazza perchè si era seduta davanti a me non rispettando le indicazioni segnate a caratteri cubitali sui posti a sedere…e gliene andava ancora a lei! Povera Italia e soprattutto poveri quegli italiani che, come me, credono che rispettare le regole sia un dovere di tutti!

Alla prossima…speriamo!

Berlino Deutsche Oper 6 e 7 marzo 2020. Meyerbeer: Le Prophete e Dinorah. Cronaca delle due ultime opere viste e sentite a teatro…e chissà per quanto tempo non mi sarà più possibile avere ancora la possibilità di farlo.

Il viaggio era finalizzato all’ascolto della Dinorah di Meyerbeer che doveva vedere la presenza di Sabine Devieilhe nel ruolo del titolo. A causa del periodo troppo vicino alla nascita della sua bambina è stata costretta a cancellare ed è stata sostituita dal soprano spagnolo Rocio Perez. Eravamo un po’ demotivati ma, dopo aver chiesto informazioni ad un amico di Barcelona che sicuramente l’aveva sentita ed aver ascoltato qualche registrazione, abbiamo deciso di andare lo stesso e molto fiduciosi (non sono mai prevenuto quando vado ad ascoltare una nuova voce od un cantante che non ho mai ascoltato in teatro). In Italia intanto si configurava una situazione di incertezza per nulla confortata da notizie certe circa quello che stava succedendo. Pochissima  gente sul volo di andata e noi organizzati in modo da prendere precauzioni per evitare contatti con persone per troppo tempo. Arrivati a Berlino troviamo una situazione assolutamente normale ma noi, tenendoci aggiornati su quanto succedeva in Italia ci siamo barricati in albergo e mai più usciti se non per andare a teatro. Mi direte: c’è poca logica in tutto ciò ma eravamo venuti per l’opera ed il teatro funzionava. Peraltro in Italia in quei giorni tutto era concentrato su Codogno e Vò Euganeo.

Troviamo due biglietti a poco per assistere anche ad una rappresentazione de Le Prophete, orrenda produzione (dal punto di vista visivo) alla quale avevamo già assistito tre anni fa. Il cast però era veramente accattivante quindi andiamo. Ci ha confortato il fatto di essere nell’ultima fila di platea praticamente vuota e potevamo così mantenere ottime distanze fisiche con altre persone del pubblico anche se, ripeto, li nessuno sembrava curarsi del problema che da noi in Italia era già considerato “importante”.

Spettacolo come ho detto orrendo e questa parola mi pare sufficiente a descriverlo. Luoghi comuni della peggior scelta registica quali: soprano stuprato sul cofano di un’auto, militari in mimetica che violentano donne per un settanta per cento della recita, miracoli a vista dove paralitici iniziano a ballare come Roberto Bolle, le danze (sempre presenti nel Grand Opéra) ridotte ad uno stupro generale e chi più ne ha più ne metta. Mi chiedo come un regista come Olivier Py, responsabile di uno spettacolo bellissimo come Le dialogues des Carmelités visto a Parigi sia capace di tanto orrore.

Cast, come dicevo, veramente interessante. Nel ruolo di Jean de Leyde un Gregory Kunde in ottima forma che, nonostante i suoi sessantasei anni, non mostra cedimento alcuno dal punto di vista vocale in quanto sostenuto da una tecnica solidissima e da una invidiabile resistenza fisica che in un ruolo massacrante come questo è assolutamente indispensabile. Capace anche di trasmettere grandi emozioni.

Nell’impervio ruolo di Fidès che fu scritto per Pauline Viardot ed in tempi recenti affrontato da Marylin Horne,  il mezzosoprano francese Clementine Margaine, oggi tra i più acclamati in Europa. La cantante si trova a suo agio in tutta la tessitura in un ruolo veramente complesso anche dal punto di vista interpretativo. La terribile aria O Pretres de Baal, che arriva alla fine dell’opera, la mette alla prova ma ne esce vittoriosa.

Berthe era il soprano russo Elena Tsallagova, spesso ospite della Deutsche Opera. Bella voce, flessibile, estesa. Acuti che non fanno “preoccupare” ed in grande sintonia con la Margaine nel lungo duetto che cantano nel quarto atto dell’opera.

Nel ruolo di Zacharie il basso baritono australiano Derek Welton presente sui palcoscenici europei (pochissimo in Italia ovviamente!) presenta un bellissimo colore vocale ed un’estensione notevole e sicura in un ruolo che ha una scrittura veramente strana, ovvero: per un basso è troppo acuto e per un baritono è troppo grave. Welton riesce ad essere credibile senza forzatura alcuna.

Bene nel ruolo del “cattivo”, il Conte di Oberthal, Seth Carico come nei ruoli degli altri due anabattisti Jonas e Mathisen, Gideon Poppe e Thomas Lehman. Adeguate tutte le altre parti di fianco.

Alla direzione delle ottime compagini berlinesi Enrique Mazzola. Preciso. Trascina l’orchestra nel clima del Grand Opéra francese regalandoci bellissimi momenti musicali come per esempio le danze che ho ascoltato senza guardare quello che succedeva in scena!

Scambiate due impressioni con Gregory Kunde che mi ha confermato la sua presenza a Genova in Turandot (senza sapere che da li a pochi giorni si sarebbe scatenato l’inferno). Bellissima persona oltre ad essere un grande artista.

Gregory Kunde

Veniamo a Dinorah.

Altro giorno di clausura in albergo e via a teatro con due curiosità: ascoltare un’opera che non si rappresenta mai e che è conosciuta solo per l’aria Ombre legére, cavallo di battaglia di tutti i soprani di coloratura ed ascoltare questo giovanissimo soprano che aveva sostituito la Devieilhe anche a Madrid fino a pochi giorni prima nel mozartiano Flauto Magico come Regina della Notte.

E’ stata una bellissima sorpresa e la conferma che un ascolto dal vivo è definitivo per farsi una qualsiasi idea circa le potenzialità di una voce. La Perez ha dalla sua un colore di voce veramente accattivante, sopracuti sicurissimi, coloratura fluida e precisissima e, nonostante l’opera fosse eseguita in forma di concerto, un presenza scenica eccezionale. Fresca, giovane, bella, simpatica…che volere di più! Il pubblico era incantato e, al termine della celebra aria Ombre legére, le ha riservato un’ovazione interminabile che è proseguita al termine dell’opera. Spero di poterla riascoltare in futuro quando (speriamo) le acque si saranno calmate.

Nel ruolo dell’avido e sprovveduto Hoel, il baritono Règis Mengus. Bella voce, acuti belli e sicuri ma a tratti un po’ crescenti. Efficace comunque nell’interpretazione di questo ambiguo ruolo.

Il pavido Corentin era il tenore francese Philippe Talbot, frequentatore abituale del repertorio francese. Voce estesa, forse un po’ spinta ma, complessivamente, è stato all’altezza dell’ottimo livello del cast.

Nei piccoli ruoli del Cacciatore, del Mietitore e delle due Pastorelle rispettivamente: Seth Carico, Gideon Poppe, Nicole Haslett e Karis Tucker.

Come ne Le Prophete la direzione era affidata ad Enrique Mazzola che, anche in questa situazione ha dimostrato di essere in totale sintonia con l’orchestra della Deutsche Oper ed essere un perfetto conoscitore del repertorio francese.

Un trionfo per tutti e soprattutto per Rocio Perez, che abbiamo incontrato alla fine della recita. Ragazza semplicissima, alla mano e gentile. Dovrebbe (doveva?) venire a Venezia per Rigoletto in Maggio e, sempre a Venezia ad Ottobre al Teatro Malibran per l’abbinata Salieri/Mozart, Prima la Musica poi le Parole e L’Impresario. Speriamo che tutto, per quel tempo, sia risolto e la gente possa riprendere ad andare a teatro e soprattutto ci sia di nuovo lavoro per chi fa questa professione ed oggi si vede cancellati tutti gli impegni a tempo indeterminato.

Che dire di Dinorah. All’origine composta nello stile dell’Opéra Comique con il titolo Le Pardon de Ploermel fu rappresentata a Parigi al teatro dell’ Opera Comique nel 1859 con buon successo e successivamente a Londra tradotta in italiano e con i recitativi musicati con il titolo di Dinorah. La trama è una delle più assurde ed inutili che io possa ricordare in un’opera lirica ma la musica ha un suo perché. Non reggendo comunque al paragone con i Grand Opera dello stesso autore uscì presto dal repertorio ed il suo ricordo è stato mantenuto in vita solo per l’esecuzione dell’aria Ombre legére da parte dei più grandi soprani di coloratura di tutti i tempi, da Marie Caroline Carvalho (una delle prime interpreti) ad Adelina Patti (che la considerava la sua opera preferita), da Amelita Galli Curci a Lily Pons e in tempi recenti da Maria Callas, Joan Sutherland, June Anderson, Beverly Sills, Sumi Jo, Nathalie Dessay, Edita Gruberova ed appunto Sabine Devieilhe, che doveva essere la protagonista di questa edizione.

Vi saluto e, francamente, non so in questo momento di grande difficoltà per il mondo quando potrò scrivere ancora per parlare di musica e di opera ma…cerchiamo di essere positivi ed ottimisti. Speriamo presto. Alla prossima.

P.S. Il ritorno si è svolto nella massima sicurezza, con un aereo vuoto ed il rapido recupero dell’auto al parcheggio di Malpensa. Da quel giorno sono uscito bardato come un palombaro solo una volta per fare la spesa, rigorosamente da solo ed anche solo in un supermercato fornito ma vuoto a livello clientela. Il mio è un paese piccolo e, fortunatamente, non è difficile poter seguire le regole necessarie per limitare i contagi. Speriamo in bene! Non ci resta che quello.

 Rocio Perez

 

 

Zürich Rossini La Cenerentola 5 Gennaio 2020

Passate (in parte) le preoccupazioni legate alla salute eccomi al primo “viaggio operistico” del 2020. Non avrei potuto iniziare meglio. Rossini. La Cenerentola. Un’opera che adoro e che, anni fa (non diciamo mai quanti) ho avuto la fortuna di cantare come Alidoro.

A dispetto di tutti i cartelli sparsi per la città che vietavano i fuochi d’artificio (vedi l’ultimo dell’anno), noi i fuochi d’artificio li abbiamo visti (sentiti!).

Premetto che, data l’età che mi ritrovo, ho avuto il bene di sentire nel ruolo della protagonista le più grandi dei miei tempi: Teresa Berganza e Lucia Valentini Terrani e mi permetto di aggiungere anche l’ungherese Julia Hamari, che non sfigura accanto alle precedenti. Nel ruolo di Ramiro il grande Luigi Alva, Ugo Benelli ed un ventitreenne sconosciuto Juan Diego Florez.

Qui a Zurigo la coppia di virtuosi era formata da Cecilia Bartoli e Javier Camarena. Zurigo è un po’ il regno della Bartoli e qui è molto amata. È vero, la voce non è grande ma quello che questa artista trasmette non ha prezzo. Nel l’interpretazione di questo ruolo esce vincente su tutti i fronti. Diamo per scontata (anche se così scontata non è) la coloratura strepitosa (dei veri fuochi d’artificio) ma la struggente malinconia che viene fuori dal suo “Una volta c’era un re…” come pure tutte le altre parti dove l’espressività deve prevalere hanno lasciato un segno indelebile nella mia memoria. Ci siamo trattenuti amabilmente con lei parlando di musica (tra l’altro le ho chiesto precisazioni su un’aria ascoltata a Parigi che conoscevo composta da Vivaldi e li risultava di altro autore, tal Giacomelli, e mi ha spiegato che è stato un omaggio successivo di questo compositore a Vivaldi stesso). Concludo affermando senz’ombra di dubbio che la Bartoli è una persona deliziosa.

Don Ramiro era Javier Camarena. È la terza volta che lo sento ed ogni volta è un’emozione grandissima. Ha tutto. Timbro stupendo. Gestione totale della voce grazie ad una tecnica perfetta. Mezzevoci (vere!) stupende. Acuti impressionanti per brillantezza e volume. Un boato con insistente richiesta di bis ha accolto la conclusione della sua aria. Sarà in autunno a Bergamo nel Marin Faliero. Finalmente in Italia!

Nel ruolo di Don Magnifico uno sbiadito Alessandro Corbelli (che ricordo splendido Dandini in gioventù). È un baritono. Manca il corpo vocale per questo ruolo. Crea comunque un personaggio abbastanza credibile ma si sente poco.

Dandini era Oliver Widmer. Voce, presenza scenica ma manca la precisione nelle agilità. Sotto questo aspetto Rossini non perdona.

Bellissima sorpresa il giovane basso russo Stanislav Vorobyov nel ruolo di Alidoro. Voce grande, bella e facilmente estesa e, nonostante il peso vocale, agilità molto precise. Bravo!

Strepitosa la coppia delle sorellastre Clorinda e Tisbe, rispettivamente Martina Jankova e Liliana Nikiteanu.

Alla direzione dell’orchestra La Scintilla, che vede strumenti antichi ai fiati e del coro dell’Opernhaus, Gianluca Capuano che, come a Parigi, sa cogliere i particolari e questo fa la differenza. Grande energia. Gesto preciso e sicuro (lo dico da ex orchestrale) e grande comunicativa. Ribadisco. Sono fiero di aver fatto musica con lui in passato. Bravo. Spero di poterlo presto applaudire ancora!

Bello ed elegante spettacolo di Cesare Lievi nato qui a Zurigo ai primi degli anni novanta. A tratti “strizza un po’ l’occhio” alla storica produzione di Jean Pierre Ponnelle ma mantiene in genere una sua originalità. Era evidente che la compagnia si divertiva un mondo e noi spettatori con loro! Bis fuori programma alla fine ed a sipario chiuso del celebre sestetto del “nodo”! Aprire il mio anno di ascoltatore con questo bellissimo Rossini mi ha fatto dimenticare per qualche ora tutto il brutto che mi è capitato ultimamente. Domani si torna alla realtà. Meno male che la musica c’è e mi aiuta sempre!

Gianluca Capuano

Cecilia Bartoli

Javier Camarena

Capuano Bartoli ed io!

Cronaca di un viaggio “un tantino” disatroso. Parigi e Gersthofen. Dicembre 2019

Potrei cominciare così: “Riccardo donde vieni?”. “Da Parigi”. “Chi te’l commise?”…..e qui la storia cambia. “me lo commisi” da solo o meglio questo viaggio era programmato (sempre con l’amico di venture/sventure Guido Palmieri) da mesi e mesi e ci doveva vedere a Parigi con quattro serate una dietro l’altra che comprendevano Il Pricipe Igor (Opera Bastille), Bartoli/Farinelli (Philarmonie de Paris), Il Pirata (Palais Garnier) e Libertà (Philarmonie de Paris). Chi poteva prevedere che a Parigi scoppiasse quella sorta di rivoluzione che la città sta vivendo e che i dipendenti dell’Opera decidessero di scioperare cancellando spettacoli dal 5 dicembre a tutt’oggi? Impossibile muoversi in città. Due linee della metro funzionanti su quattordici. Soldati. Mitra. Una città in stato di assedio dove la gente si accalca, corre, spinge e si muove facendo finta che nulla stia accadendo. In mezzo a tutto ciò mi sono anche ammalato. Una situazione da incubo. Basti dire che per essere sicuri di prendere l’aereo per tornare (partenza alle 13,30) siamo partiti dall’hotel alle 6.30! Comunque vi parlerò almeno dei due concerti della Philarmonie.

Il primo concerto (15 Dicembre) consisteva in un concerto/spettacolo dedicato al repertorio di Farinelli che Cecilia Bartoli sta portando in giro per l’Europa. Devo dire che ero molto curioso. Nella mia vita di appassionato ricordo di aver ascoltato la Bartoli una volta sola a teatro e precisamente moltissimi anni fa alla Scala nel Conte Ory rossiniano e, stranamente, di non ricordare molto.

Lo spettacolo è organizzato molto bene: orchestra al centro e, dalle parti, due situazioni: un baule/camerino ed uno stand di abiti che permettono alla cantante di cambiarsi a vista con una velocità impressionante. Quello che la Bartoli ci ha regalato è stato veramente eccezionale. La voce sarà anche piccola (caratteristica negativa alla quale i detrattori si attaccano sempre) ma, anche in un grande spazio come quello di questo splendido auditorium (circa 3000 posti), correva perfettamente. Legato spettacolare, agilità da “fuochi d’artificio”! Una meraviglia. Mi ha colpita in particolare un’aria di Caldara tratta dall’oratorio “La Morte d’Abel”. Veramente emozionante. Condire il tutto con un’energia invidiabile che contagiava anche i membri dell’orchestra. Bis a profusione e grande trionfo personale. Grande successo anche per il Direttore Gianluca Capuano con il quale ho  avuto il piacere e l’onore di “fare musica” qualche anno fa. Gesto preciso ed energico. Dinamiche spettacolari, favorite anche dall’acustica della struttura. Ci siamo ritrovati dopo anni, ci siamo scambiati un abbraccio sincero e ci siamo dati appuntamento a Zurigo il 5 Gennaio per “La Cenerentola” con la Bartoli e Camarena (sperando di star bene).

Il secondo concerto (17 Dicembre), facente parte di una tourneé, vedeva impegnato il gruppo Pygmalion diretto da Raphael Pichon con il programma “Libertà” contenuto anche in un CD di recente pubblicazione. Mozart desueto. Anche questo concerto organizzato in forma di spettacolo. Ovviamente Sabine Devielhe ha dovuto rinunciare a questi concerti in quanto in attesa per i primi di gennaio del secondo figlio ma è stata egregiamente sostituita (con qualche variazione di programma rispetto al CD) dal soprano Mari Erksmoen. Rispetto al CD cambio anche per quanto riguarda il mezzosoprano. Qui presente Adèle Charvet, una vera rivelazione. Gli altri interpreti erano il tenore Linard Vrielink, il baritono John Chest, il basso Nahuel Di Pierro  ed il soprano Siobhan Stagg. Tutte voci perfette per questo repertorio con due “punte” eccezionali, la Stagg e Di Pierro. Lei canta, tra l’altro, l’aria da concerto “Bella mia fiamma” che io trovo tra le più affascinanti e complicate, per intonazione e continuo alternarsi di recitativi e ariosi, tra quelle da lui composte. La Stagg ne fa un piccolo capolavoro. Voce stupenda (la ricordo Pamina al cinema in una diretta da Covent Garden), grande espressività, colori…una meraviglia! Di Pierro canta una delle arie da concerto per basso più impervie per scrittura: “Aspri rimorsi atroci”. Salti di oltre un’ottava. Escursioni dal grave all’acuto impressionanti (lo affermo a ragion veduta perché in gioventù l’ho cantata). La voce è bellissima e molto importante. Speriamo che anche i teatri italiani aprano le porte a questi artisti e la smettano di far cantare sempre gli stessi noiosi cantanti. Non se ne può più. Mi ripeto sempre ma, se voglio sentire qualcosa di interessante, me ne devo andare!

Ora mi sposto in Germania. Arrivati a Malpensa, nonostante la mia situazione non migliori, decido di portare in fondo quest’avventura. Si riparte per Monaco di Baviera e precisamente Gersthofen dove, dalla schedule del sito web di Edita Gruberova, sembrava esserci l’ultimo suo concerto. In effetti ricordo che a marzo scorso in occasione del Devereux a Monaco mi disse: “Questa è l’ultima mia produzione operistica ma, oltre a masterclasses farò ancora qualche concerto”. Decidiamo comunque di organizzare ed andare e…poco dopo esce il programma del Maggio Fiorentino e la grande Edita farà un concerto anche li il 14 giugno 2020. Nulla. E’ inossidabile. Arriviamo avventurosamente in questa cittadina vicina ad Augsburg (Augusta) alle 22 di sera. Stazione ferroviaria inesistente. Buio tragico. Sconforto. Vediamo un cartello con scritto “Zentrum”. Ci avviamo e avvistiamo, nel niente cosmico, un ristorante giapponese. Troviamo un dipendente (giapponese) nato a Roma e vissuto a Brescia che, con estrema gentilezza, capisce la situazione e ci chiama un taxi che ci permette di raggiungere l’albergo. Basta. Dormire dopo una giornata pesantissima. Il giorno dopo dopo aver incontrato, facendo colazione in albergo, un altro fan della Gruberova, Fred Rasing arrivato dall’Olanda, usciamo in perlustrazione. Gersthofen è un centro piccolo dove anche le galline camminano per la strada (!)

Troviamo la Stadthalle dove il concerto avrà luogo la sera (20 Dicembre) e ci rilassiamo un po’. Previsti in arrivo un contingente dal Giappone e dagli States. Alla sera la sala è piena. Presente tutto lo “zoccolo duro” che segue Edita: Chris, Vera, Anne, Akina, Ruth, Camillo, Kati da Budapest (che gestisce il sito web). Vorrei nominarli tutti ma di tanti non conosco il nome preciso. Lei arriva con la sua grande comunicativa e ci regala una serie di lieder di Strauss che cesella con la consueta maestria (direi che su questo repertorio è tuttora inattaccabile). Poi parte con Fruhlingstimmen valzer (dell’altro Strauss) e Barbiere, Beatrice di Tenda e Hamlet. Ci dona come bis, in un tripudio generale, un’insolita “Ebben ne andrò lontana”, lo spassoso “Ach wir armen Primadonnen” di Milloker e le due arie di Adele dal Fledermaus. “coccolata” al pianoforte dal bravissimo Maestro Peter Valentovic. Dal palco, durante gli applausi, ci vede e ci dice “Verrò a Firenze”…non sa che abbiamo già i biglietti!

Nell’intervallo veniamo informati da Vera che Edita ci invita ad un brindisi per Natale ed il suo compleanno (23 dicembre…73 anni!!!). E’ la prima volta che capita e sono veramente emozionato. Prendiamo una serie di taxi sotto una pioggia torrenziale perché lei era alloggiata ad Augburg e raggiungiamo questa grande birreria. Arriva e con molta affabilità ci dice di ordinare quello che vogliamo. Io sono un cantante e so come vanno queste cose…non voglio assolutamente approfittare. Per me il momento è indimenticabile. Mi limito ad ordinare una birra anche se lei insiste. Mi nutro della sua presenza. Seduti abbastanza vicino ad un certo punto si sposta e si siede di fronte a noi, ci parla del concerto di Firenze e, sorpresa, ci chiede quali bis può fare (!!!). Ci spiega che in Italia lei è sempre in dubbio. La invito a cantare anche li l’aria dell’operetta e lei mi chiede se non è un azzardo dato che è in tedesco ed è importante anche capirne il testo. Le rispondo che il suo pubblico la conosce ed è talmente divertente che lei ne fa capire il significato con la sua interpretazione. Mi dice che le hanno suggerito “Dove sono i bei momenti”…meglio Elettra dell’Idomeneo le dico io. “Ok. LO dirò al Maestro Valentovic perché non mi ricordo più nulla” (!). A quel punto mi viene un’ispirazione. Decido che dopo quarantadue anni che lei canta per me era arrivato il momento che io cantassi per lei ed intono a mezzavoce “Tanti auguri a te”. Prontamente Guido filma il momento che io porterò nel cuore finche vivrò. Ci diamo appuntamento a Firenze e spero, in futuro, di poter seguire una sua masterclass. Mi piacerebbe vederla insegnare!

Il viaggio si conclude almeno in bellezza. Ora devo pensare alla mia salute e spero che non sia nulla di grave ma lo saprò a breve. Se tutto va bene il 5 Gennaio sarò a Zurigo per La Cenerentola. Ci risentiamo dopo quella data. Mit freundlichen Grüßen!