Milano Teatro alla Scala 9 Gennaio 2022. Liederabend. Waltraud Meier, mezzosoprano. Günther Groissböck, basso. Piano, Joseph Breinl

Programma di Sala

Serata eccezionale questa che mi ha portato alla Scala nonostante il nuovo peggiorare della situazione pandemica. Non nascondo che ho timore se e quando mi sposto ma, come diceva mio suocero riferito al cibo, “Io voglio morire con la pancia piena!”. La musica per me è come il cibo quindi mi armo di tanta pazienza e cerco di stare il più attento possibile e vado…per “riempirmi la pancia”! La serata vedeva la presenza di una fuoriclasse come Waltraud Meier che avevo ascoltato purtroppo solo due volte in teatro in tempi recenti e tutte le due volte nello stesso ruolo: Clytenmnestra nell’Elektra di Strauss a Bacellona e a Milano nella splendida produzione di Patrice Chereau. Con lei il basso Günther Groissböck che, come si evince dai miei scritti precedenti, è uno dei miei cantanti preferiti dei nostri tempi. Erano accompagnati dal pianista Joseph Breinl.

Gli interpreti al termine del concerto

Il programma comprendeva lieder di Hans Rott, Anton Bruckner, Hugo Wolf e Gustav Mahler, tutti compositori che, nella loro carriera, hanno dato al lied una grande importanza. Nella prima parte Groissböck ha interpretato tre lieder di Rott, due di Bruckner e i Drei lieder nach Gedichten von Michelangelo di Wolf. La Meier una serie tratta dai Mörike lieder di Wolf. Nella seconda parte tutto Malher con lieder tratti da Das Knaben Wunderhorn. Confesso che non conoscevo Hans Rott e sono rimasto molto colpito dall’originalità e, soprattutto da come è trattato il pianoforte nelle sue composizioni. Rott, protagonista del lied viennese, come gli altri tre, era l’unico e vero allievo di Bruckner. Molto dotato, e lo si capisce dalla scrittura di questi lieder, ma anche molto ambizioso si gettò a capofitto nella composizione di un genere, la sinfonia, che era giudicato come un traguardo quasi impossibile da raggiungere. Bocciato in questo senso da Brahms impazzì e morì precocemente a soli venticinque anni. Degli altri è inutile parlare, sono troppo conosciuti. Unico e strano tragico particolare, Wolf morì folle come Rott. Di questi quattro compositori, Wolf è quello che più dedicò la sua attenzione al lied. Ne scrisse circa trecentoquaranta. Bruckner fu più interessato al sinfonismo non cercando nel lied nessun tipo di sperimentazione e Mahler cercò di trovarne una mediazione a livello sinfonico tanto che la maggior parte delle composizioni eseguite in questo concerto ebbero anche una trascrizione orchestrale.

“Fantomas” alla Scala!

Che dire di Waltraud Meier. La grande cantante tedesca presenta oggi una vocalità affievolita rispetto a quella che ci aveva abituato ma, con il repertorio che ha frequentato in tutta la sua carriera si dimostra ancora molto solida e, soprattutto, lo stile e la classe non si perdono certamente con l’età, anzi, se possibile, ne sono ancora più esaltati.

Waltraud Meier e Joseph Breinl

Gunter Groissböck è per me oggi un cantante di riferimento nel repertorio romantico e post romantico tedesco. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo come Heinrich nel “Lohengrin”, Ochs nello straussiano “Rosenkavalier”, come Spirito delle acque nella “Rusalka” di Dvorak, in una splendida Liederabend alla Scala e nella “Creazione” (Die Shöpfung) di Haydn dove mi aveva sorpreso veramente per come era riuscito a piegare il suo imponente strumento alla scrittura vocale settecentesca. Questa sera ha mostrato come sempre una vocalità “sana”, importante ed omogenea in tutti i registri e qualità interpretative fuori dal comune caratterizzando adeguatamente ogni composizione affrontata.

Günther Groissböck e Joseph Breinl

Notevole l’apporto pianistico di Joseph Breinl, pianista che sta dedicando la maggior parte della sua attività professionale a questo tipo di repertorio accompagnando in concerto solisti di grande fama.

La serata si è conclusa con tre bis: Groissböck con un commovente An die Musik di Schubert e la Meier con uno sconvolgente Erlköng sempre di Schubert, eseguito con una tale intensità da far rimanere incollati alla potrona. Esecuzione veramente degna di una grande interprete. Insieme hanno eseguito un duetto sempre di Mahler…presumo…in quanto non è stato annunciato ma era sicuramente nello stile.

Dalla Galleria

Questo concerto vedeva anche l’ultima esibizione in Italia della Meier, come da lei annunciato qualche giorno fa. Durante gli applausi finali il sovrintendente e direttore artistico Dominique Meyer ha ringraziato l’artista ricordando la sua lunga collaborazione con il Teatro alla Scala e le ha donato come simbolo un manifesto di una produzione di “Die Walküre” dove lei cantò Siegliende. La Meier, scusandosi per il suo italiano definito da lei stessa “non bene”, ha ringraziato il pubblico della Scala per la “fideltà” dimostrata in tutti questi anni dicendo che non se ne dimenticherà mai! Un pubblico molto partecipe e plaudente ha premiato giustamente i due artisti.

Waltraud Meier ringrazia il pubblico
Foto scattata al termine dell’Elektra a Milano ed autografata ieri sera
Foto scattata a Vienna al termine di Rusalka ed autografata ieri sera

Ho atteso gli interpreti al termine che si sono dimostrati, nonostante il momento difficile, molto gentili e disponibili con chi li aspettava, firmando programmi di sala e locandine. Con Groissböck ormai ci conosciamo ed era molto contento di vedermi…soprattutto in salute!

Due parole con Groissböck

Solita nota polemica. E’ noto che questo repertorio in Italia non ha avuto mai molto seguito ma, solo per il nome degli interpreti, avrebbe meritato una sala piena. D’accordo che c’è in giro tanta paura per un eventuale contagio ma io continuo a pensare che, come pubblico, il rischio in teatro sia veramente minimo. Resto comunque dell’idea che la latitanza sia dovuta all’ignoranza, relativamente a questo repertorio, del pubblico italiano. Peccato! Date loro dei Rigoletti e Boheme con cast mediocri ed avrete sempre il teatro pieno! E’, purtroppo, la verità!

Prossimo appuntamento, incrociando le dita, “Capuleti e Montecchi” sempre alla Scala con Lisette Oropesa e Marianne Crebassa. Già c’è stato un avvicendamento alla direzione d’orchestra: Speranza Scappucci subentra ad Evelino Pidò…speriamo in bene. Next!

Pavia Teatro Fraschini 28 Novembre 2021 G. Verdi “Il Trovatore”

Programma di sala.

Come ho recentemente scritto, dato il periodo difficile, le mie “trasferte” sono limitate a luoghi facilmente raggiungibili in auto e in poco tempo. Non sono fobico ma, alla mia età, cerco di prestare il più possibile attenzione al mio comportamento e a quello degli altri (!). Guardandomi in giro vedo molte persone che agiscono come se nulla fosse successo o, peggio ancora, come se fossimo fuori da questa grave pandemia che ha colpito tutto il mondo dalla quale forse non usciamo anche per questi comportamenti sconsiderati.

Senza mascherina solo per la fotografia.

Confesso che Il Trovatore occupa un posto importante nella mia scala di preferenze ed era parecchio tempo che non lo ascoltavo in teatro, l’ultima volta fu a Parigi diversi anni fa in una produzione visivamente discutibile de La Fura dels Baus ma con un cast veramente notevole.

Ringraziamenti finali.

Il motivo principale che mi ha spinto a Pavia per questa produzione è stato la possibilità di riascoltare e rivedere Alessandra Volpe della quale mi onoro di essere amico, con questa produzione al debutto nel ruolo di Azucena. Alessandra è, a mio avviso una delle poche “vere” voci di mezzosoprano in Italia. Nessun artificio per camuffare una voce di soprano come spesso si sente! Ne potrei citare almeno un paio, una in particolare ma non è il caso. Non merita nemmeno di essere nominata. Anche in questa occasione Alessandra conferma l’impressione del mio primo ascolto: vocalità importante e sicura come pure l’uguaglianza nei passaggi da un registro all’altro. Esegue anche con grande sicurezza il Do, spesso omesso, scritto da Verdi nella cadenza che si trova nel duetto con Manrico! (un Do da mezzo non da soprano!). Mi ripeto ma confermo la bellezza di un timbro scuro naturalmente, non creato con artifici. A livello interpretativo ricordo la sua trepida Adalgisa e la sua Amneris regale e feroce nella difesa del suo amore per Radames nonchè la sua Donna Elvira irriducibilmente innamorata di Don Giovanni; qui supera se stessa in un personaggio che necessita di mille sfaccettature. Tiene incollati alla sedia nel famoso racconto “Condotta ell’era in ceppi” dove narra a Manrico come per errore avesse bruciato il figlio al posto di quello del vecchio Conte di Luna, gesto sciagurato che voleva vendicare la madre a sua volta bruciata sul rogo. Il suo rendere allo stesso tempo l’affetto di madre che prova comunque per Manrico, cresciuto come suo figlio, ed il desiderio ormai scolpito dentro di lei di vendicare la madre è straordinario. Il trasognato “Ai nostri monti” dell’ultimo atto è veramente commovente ed il liberatorio “Sei vendicata o madre” finale conclude un’interpretazione che porterò nel cuore per sempre. Finalmente il lavoro è ripreso per lei e spero di riascoltarla presto!

Alessandra Volpe, Azucena.
Alessandra Volpe, ringraziamenti finali

Questa produzione però ha portato anche alcune sorprese. Come ho già detto, il motivo di questa mia “trasferta”, era l’Azucena di Alessandra quindi non mi sono molto curato del resto del cast, tranne il piacere di ascoltare e rivedere anche l’amico Roberto Covatta nel piccolo ma non meno importante ruolo di Ruiz.

Manrico era il tenore Matteo Falcier. La mia perplessità era notevole ricordandolo come uno sbiadito ed un po’ difficoltoso Don Ottavio in Don Giovanni a Nizza anni due fa. Andando a rileggere vedo di aver parlato, a proposito di Don Ottavio, di un “compito ben eseguito…ma pur sempre un compito!”. Non sono andato oltre perchè, da cantante, so cosa vuol dire stare su un palco e per questo difficilmente mi esprimo in maniera totalmente negativa; piuttosto non ne parlo. Evito. Pensando a Manrico mi chiedevo il perchè della scelta di due personaggi vocalmente quasi all’opposto. Questo pomeriggio il suo Manrico mi ha fatto dimenticare quel Don Ottavio. Qui Falcier mostra una vocalità libera e generosa e non compressa e trattenuta come in Mozart. Dal punto di vista interpretativo descrive un Manrico giustamente spavaldo ma allo stesso tempo teneramente innamorato di Leonora e protettivo nei confronti della madre, o colei che crede tale, Azucena. Una bella sorpresa dunque. Auguro a questo giovane tenore di proseguire su questa strada e mi auguro di riascoltarlo ancora come l’ho ascoltato oggi. Bravo!

Matteo Falcier, Manrico.

Leonora era il soprano Marigona Qerkezi. Non sapevo assolutamente nulla di questa giovane cantante ma già dopo la prima aria ho capito che mi trovavo davanti non solo ad una cantante ma ad una musicista infatti, letto il suo curriculum durante l’intervallo, ho scoperto che è anche una flautista, vincitrice di concorsi internazionali sia come flautista che come cantante. Croata di origine kossovara ha iniziato ad esibirsi da bambina. Una vita segnata dalla musica. Da tempo, a parte la giovane italiana Maria Teresa Leva, non ascolto una giovane che mi impressiona così tanto. La sua Leonora ha tutto: vocalità, musicalità, interpretazione: tutto! Agguerrita tecnicamente, mette questa qualità al servizio della musica e dell’interpretazione creando un personaggio veramente completo. Esegue un commovente “D’amor sull’ali rosee” con un tempo lentissimo grazie ad una gestione del fiato spettacolare seguito da un drammatico “Miserere” e dalla risolutiva cabaletta “Tu vedrai che amore in terra” eseguita due volte! Questo difficile brano che arriva quasi alla fine dell’opera al quale segue ancora il duetto con il Conte di Luna la vede vittoriosa senza denunciare la pur minima fatica. Mi ha veramente impressionato. Conto di ascoltarla ancora. Se la scelta di repertorio sarà adeguata avrà davanti a se una luminosissima carriera!

Marigona Qerkezi, Leonora.

Altro discorso va fatto per il baritono coreano Leon Kim (Conte di Luna). La voce è importantissima e le intenzioni interpretative molto buone. Peccato per la brutta abitudine di prendere quasi tutti i suoni “dal basso”, cosa che compromette negativamente la sua esecuzione. Peccato veramente. Negli anni ho avuto a che fare con molti studenti giapponesi, coreani e, ultimamente cinesi. La loro cultura è distante dalla nostra miliardi di anni luce e, come mi è stato detto soprattutto dai coreani e dai cinesi, studiare canto era, quando l’opera è arrivata anche nel loro paese, uno status symbol. Ora la cosa è già più comune ma il voler “imitare” famose star occidentali un po’ è rimasto nel loro modo di affrontare lo studio. In questo caso, proprio per la caratteristica sopra citata, un’idea me la sono fatta.

Leon Kim, Il Conte di Luna.

Il basso Alexey Birkus (Ferrando) presenta uno strumento di prim’ordine ma, ahimè, è totalmente ed evidentemente privo del senso del ritmo. L’istinto era quello di urlargli: “Se vai a tempo ti pago!” tanto era irritante il suo non essere mai “nel tempo”. L’interpretazione è generica ed anche musicalmente non rispetta la scrittura. Nel racconto “Di due figli”, che apre l’opera, le quartine di sedicesimi, che Verdi non scrisse a caso, non sono minimamente rispettate. Ma…giovani e bravi bassi italiani ne abbiamo? Penso di si!

Alexey Birkus, Ferrando.

Bene le piccole parti con Roberto Covatta in testa che emerge anche in un ruolo come Ruiz! Ho avuto il piacere di avere Roberto con me come collega ed in ruoli importanti in Danimarca per due anni ed ho potuto apprezzare sia le sue doti artistiche che quelle umane! Artista serio e completo, è sempre una garanzia.

Roberto Covatta, Ruiz.

Il giovane direttore Jacopo Brusa, che qui giocava in casa, presenta un curriculum di tutto rispetto ma il risultato di oggi mi ha lasciato interdetto. Il gesto, che vedevo molto bene dalla mia postazione e che mi permetto di commentare da ex orchestrale quale sono, è generico e semaforico, solamente atto a “tenere in piedi” il tutto…senza però riuscirci. Notevoli scollamenti fra l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali, il Coro di OperaLombardia ed il palcoscenico; anche il suo rapporto con i cantanti non è stato migliore con scelte di tempi a mio avviso molto discutibili. Spero di essere smentito in futuro. La prestazione di oggi non fa pensare a nulla di rimarchevole.

Jacopo Brusa.

Vengo adesso allo spettacolo. Allestimento, come ormai è costume odierno, anti tradizionale. Sembra che oggi rispettare lo spartito, il libretto e la narrazione della storia, sia quasi un delitto. Me ne sono ormai fatto una ragione. In questo caso ci troviamo davanti ad un discreto compromesso. Scenografie minimali (Emanuele Sinisi) e costumi (Ilaria Ariemme) basati su una scala di grigi e neri di un certo effetto. Regia descrittiva di Roberto Catalano che, almeno, rispetta la storia senza stravolgerla. Alla fine uno spettacolo che non mi ha disturbato come è successo purtroppo troppe volte in questi ultimi anni.

Coro OperaLombardia.
Ringraziamenti finali.

Incontro, all’uscita degli artisti, con Alessandra e con gli altri interpreti. Sono contento di aver assistito a questo Trovatore e, soprattutto di aver ascoltato questa “Azucena” straordinaria!

Con Alessandra Volpe.
Con Marigona Qerkezi.

Mi ha molto emozionato entrare al Fraschini dove ho cantato tanti anni fa Monterone proprio con quello che ai miei tempi si chiamava Circuito dei Teatri Lombardi ed oggi OperaLombardia. Bei ricordi ed un po’ di nostalgia dovuta all’età. Next!

Teatro Franchini, interno.

Milano La Scala Händel Theodora Sabato 20 Novembre 2021

Prima di parlare dello spettacolo di questa sera voglio scusarmi con chi ha visto la mia diretta Facebook per quello che ho detto all’inizio. Purtroppo sono stato accusato di “essere sempre in giro” da una delle persone più maleducate, indisponenti, supponenti ed ignoranti che io abbia conosciuto nella mia vita. Peccato che queste mie “trasferte musicali” sono sempre fatte nel rispetto del mio lavoro ma…va bene così. Mia madre in genovese mi diceva sempre: “Basta aspeetaã e tütti i tempi vegnan!”…e così sia! (traduco per i non genovesi: “Basta aspettare e tutti i tempi arrivano!”).

Locandina e Nosferatu!

Quello di questa sera è stato un concerto memorabile, una di quelle serate che ti fanno riappacificare con il mondo (infatti ho dimenticato quanto detto poco prima dell’inizio). Diciamo subito che, in questo caso, il merito della Scala è stato quello di “acquistare” questo prodotto che parte da un progetto del Pomo d’Oro e ha visto la sua prima Giovedì al Theater an der Wien a Vienna e, dopo la Scala proseguirà con Parigi, Lussemburgo e Essen.

Qualche notizia sulla composizione desunta dall’esauriente programma di sala. Questo è il penultimo oratorio composto da Haendel. Fu eseguito per la prima volta a Londra al Covent Garden il 16 marzo 1750, casualmente lo stesso anno in cui morì Bach. Sembra quasi che la parola “adieu” citata nella prima aria della protagonista assomigli ad un vero “addio” del compositore che aveva a quell’epoca già sessantacinque anni. Questo oratorio drammatico su libretto di Thomas Morrel è composto da tre parti e comprende ventisette arie ripartite equamente fra i cinque protagonisti, tre duetti e undici cori. Questa suddivisione, cori a parte, segue la drammaturgia di Metastasio, in quegli anni nel suo pieno rigoglio. Lo spirito aereo e la diffusa leggerezza di Theodora sono adeguati al concetto di base dell’oratorio, la rinuncia della vita in nome della fede e il desiderio della protagonista di ricongiungersi con Dio. La prima esecuzione fu un fiasco ma Haendel, molto legato a questa composizione, diede la colpa al fatto che l’interesse del pubblico londinese nei confronti dell’oratorio era ormai saturo. La prima esecuzione vide la presenza di due stelle dell’epoca, gli italiani Giulia Frassi e Gaetano Guadagni.

Anche questa sera il cast era composto da grandi stelle dei nostri giorni. L’attesa dell’esecuzione non ha deluso. Lisette Oropesa era Theodora. Ogni volta che ascolto questa straordinaria interprete è una sorpresa. La sua facilità nell’accostarsi a repertori diversi è impressionante. Giusto il mese scorso l’ho ascoltata a Parma nell’ambito del Festival Verdi in un concerto dedicato al Verdi da camera ed altri compositori dell’epoca ed ora Haendel. Quanta cura ed espressività nella declamazione dei recitativi e quanta perizia tecnica nel piegare la sua voce alle esigenze esecutive del barocco. E’ sempre un piacere ascoltarla ed è una di quelle cantanti che “non fanno preoccupare” tanto tutto sembra naturale e spontaneo quando invece c’è sicuramente un grande lavoro tecnico che le permette tutto questo. La presenza scenica era tangibile e significativa anche se l’esecuzione era in forma di concerto.

Lisette Oropesa

Joyce DiDonato era Irene, l’amica cristiana di Theodora. E’ la terza volta che ascolto in teatro questa cantante. La prima volta fu a Barcelona come Romeo nei Capuleti belliniani e la seconda a New York quale Cendrillon nell’omonima opera di Massenet. Di lei mi ha sempre colpito la musicalità, la ricchezza timbrica come pure le grandi qualità interpretative. Questa sera la sua esecuzione ha avuto del miracoloso. Messe di voce impressionanti, cadenze eseguite con un filo di voce in una sala muta dall’emozione. Colpisce il suo magnetismo che inchioda alla poltrona, la sua gestualità, se pur misurata, descriveva perfettamente il personaggio. Una meraviglia assoluta.

Joyce DiDonato

La mia seconda volta per Michael Spyres, qui Settimio l’amico di Didimo. La prima volta l’ho ascoltato a Genova (che strano!) in un concerto con l’orchestra riguardante il repertorio ottocentesco insieme al soprano Jessica Pratt. Che dire di questo meraviglioso artista? Voce molto bella. Forse l’unico baritenore dei nostri giorni. Affronta le sue arie ricche di numerosi passi di coloratura con la spavalderia tipica di chi ha dimestichezza con questo repertorio, che peraltro a detta sua, gli piace molto. Capace anche lui come le colleghe Oropesa e DiDonato di spettacolari messe di voce. Antidivo, parla volentieri con il pubblico che lo aspetta per complimentarsi. Nonostante quello che spesso sento dire circa il “malcanto” dei nostri giorni io penso invece che oggi i cantanti possiedano un bagaglio tecnico superiore rispetto ad altri tempi…i detrattori delle voci di oggi dicono che si è perduta la spontaneità. Non si può avere sempre tutto. Personalmente seguo e vado ad ascoltare cantanti che mediamente mi possano garantire entrambe le cose: tecnica ed espressione. Se mi sposto voglio avere almeno un novanta per cento di “risultato” ed in genere è così.

Michael Spyres

Il controtenore Paul-Antoine Bènos-Djian nel difficile ruolo di Didimo, l’ufficiale romano convertito che cerca di salvare dalla morte Theodora della quale è innamorato, mostra uno strumento di prima qualità. Tecnicamente strutturato non presenta forzature che, a volte, ho ascoltato in altre voci come questa. Tutto all’insegna della morbidezza. Trilli e colorature eseguite alla perfezione, il tutto unito ad una grande espressività. Spero di poterlo riascoltare in futuro.

Paul-Antoine Bènos-Djian

Il giovane baritono John Chest, il meno adeguato in questa produzione, era Valente, il Governatore dell’Antiochia. La voce è molto bella e l’impegno esecutivo sia vocalmente che interpretativamente presente ed importante. Quello che mi sono chiesto è perchè utilizzare un baritono in un ruolo scritto per un basso. Chest doveva spesso modificare la parte per cercare di sfogare in acuto, la zona più felice della sua voce. Un basso avrebbe reso meglio in un ruolo essenzialmente centro-grave. Scelte…in questo caso discutibili. Ho visto dal suo curriculum che ha cantato anche ruoli come Valentin nel Faust e dovrà cantare Posa nel Don Carlo. Mi piacerebbe ascoltarlo in questo repertorio.

John Chest

Il giovane direttore Maxim Emelyanchev, che è anche il direttore principale del Pomo d’Oro dal 2016 dimostra una competenza straordinaria eseguendo variamente i recitativi al cembalo e dirigendo con grande perizia ed energia. Un piacere vederlo “all’opera”.

Maxim Emelyanychev con Oropesa e DiDonato

Il gruppo ormai famoso “Il Pomo d’Oro” prende il suo nome dall’opera di Cesti. L’ensemble ha già al suo attivo numerose incisioni discografiche insieme a grandi interpreti quali per esempio le stesse Oropesa e DiDonato come pure Ann Hallenberg, Max Emanuel Cenčič, Franco Fagioli ed altri ed è formato dai migliori specialisti della prassi esecutiva storica e specializzato nell’esecuzione di opere liriche e strumentali del periodo barocco e classico. Molto bene il coro composto da sedici elementi in appoggio al gruppo strumentale ma, da come ho capito, non in formazione stabile in quanto Il Pomo d’Oro è formato solo da strumenti.

Insieme

Una serata veramente straordinaria che, per molti motivi, ricorderò per sempre. Finalmente, dopo un anno, di nuovo grande musica dal vivo. Al termine grandi applausi per tutti gli interpreti e attesa degli stessi in Via Filodrammatici per salutarli, soprattutto Lisette che ormai è un’amica e che, nonostante il difficile momento che stiamo ancora vivendo, è sempre disponibile e gentile con tutti come pure, in questo caso, si sono dimostrati disponibili tutti gli altri. A seguire foto degli artisti fatte in altre occasioni che mi hanno autografato questa sera.

Lisette Oropesa
Joyce DiDonato
Michael Spyres

Come sempre qualche nota polemica. Non un manifesto della serata fuori del teatro come se non ci fosse nulla in programma…almeno all’interno c’erano! Il guardaroba in Scala era fuori servizio…meno male che non è ancora inverno pieno perchè su nelle gallerie, se una persona deve anche tenere con sè cappotto eccetera, non si riesce ad “incastrare” dato che i posti sono veramente stretti e angusti.

Altra nota, più preoccupante, è la situazione che ho trovato a Milano. Le persone sembrano, nel loro comportamento irresponsabile, non capire che non è finito nulla, anzi, sta riprendendo tutto e, se continua così, fra poco saremo di nuovo punto a capo. Forse, ormai, per me che vivo in un piccolo centro, la confusione del centro di Milano è insopportabile. Quello che però ho visto, data la situazione contingente, è veramente troppo. Speriamo in bene. La mia prossima puntata alla Scala dovrebbe essere il prossimo 9 gennaio per un concerto vocale da camera di Günther Gröissbock e Waltraud Meier che eseguiranno un interessantissimo programma. Speriamo in bene!

Ciao Edita…

Dopo l’ultimo concerto di Edita a Gersthofen

Non avrei mai voluto scrivere queste parole che mi sembrano ancora irreali. Edita Gruberova ci ha lasciato. Questa notizia mi è piombata addosso come un macigno e sono tre giorni che il pensiero va sempre li e non riesco a non piangere. Esagerato direte voi, non era mica una tua parente! No, non lo era. Era molto di più. Era una voce che mi ha accompagnato per tutta la vita da quando l’ho ascoltata la prima volta, che mi ha confortato e sostenuto nei momenti difficili e mi ha esaltato nei momenti gioiosi. “So Gott will”. Se Dio vorrà. Erano le sue parole quando le davo appuntamento alla produzione successiva che avrei ascoltato. Questa volta Dio ha voluto così chissà per quale oscuro disegno. Non ho più parole, solo lacrime.

Il mio primo incontro con lei fu a Firenze nel 1977. La Wiener Staatsoper era in tournèe e tra gli altri titoli venne al Maggio con quell’Ariadne auf Naxos che l’anno prima aveva portato alla ribalta la giovane Edita Gruberova. Questi echi in Italia non erano ancora arrivati ma io, da grande appassionato ed informato, decisi di andare per ascoltare questa giovane voce di cui si dicevano meraviglie. Sono sincero. Non mi ero a quei tempi ancora accostato a Strauss che ritenevo molto difficile quindi le folgorazioni furono due: una per l’opera ed una per lei, quella che sarà la più grande Zerbinetta dei nostri tempi o forse di tutti i tempi! Edita Gruberova. Rimasi ipnotizzato dalla quasi insolente facilità con cui affrontò un’aria come Grossmächtige Prinzessin, una serie di fuochi d’artificio della durata di più di dieci minuti durante la quale lei giocava con un ombrellino, si dava la cipria sul naso e chi più ne ha più ne metta.Tornai a casa ed acquistai subito lo spartito per rendemi meglio conto del tipo di scrittura. Allucinante!

La Zerbinetta viennese
La prima fotografia che mi ha spedito

Da li in poi l’ho seguita per quanto ho potuto in quegli anni e solo in Italia perchè le possibilità erano quelle che erano. Entfhürung sud dem Serail alla Scala dove per un’antipatia nei suoi confronti da parte di Strehler fu spostata in seconda compagnia, mossa che non gli riuscì molti anni dopo per Don Giovanni in quanto Edita era ormai famosa e la sua fama pesava assai!

Entfhürung aus dem Serail La Scala

Alla Scala la ascoltai in diversi concerti, il primo indimenticabile con un pubblico “sospettoso” all’inizio e “giubilante” alla fine dopo un bis come la Pazzia di Ofelia dall’Hamlet di Thomas.

Primo suo concerto alla Scala

A Torino da quasi sconosciuta per un concerto a Settembre Musica.

Sempre alla Scala il già citato Don Giovanni (voluta da Muti), ancora Zerbinetta con i complessi della Bayerische Staatsoper, Lucia di Lammermoor, Linda di Chamounix fino allo strepitoso concerto detto delle Tre Regine l’anno dell’Expo, dove fu costretta a bissare la cabaletta del Devereux.

Concerto alla Scala delle Tre Regine con Marco Armiliato
Lucia di Lammermoor Scala
Linda di Chamounix
Donna Anna

A Firenze oltre all’Ariadne in una Lucia di Lammermoor indimenticabile accanto ad un altrettanto straordinario Alfredo Kraus. Il famigerato Rigoletto con la regia di Liubimov, quello della famosa altalena ed un concerto nel 1985 che resterà indelebile nella mia memoria finchè vivrò.

LUCIA di Lammermoor Firenze
Concerto Firenze 1985

Venezia. Indimenticabile Violetta (di questo parlerò dopo) dove ho scoperto frasi che mi erano sempre passate inosservate.

Violetta alla Fenice

A Roma (Caracalla) sempre in Lucia di Lammermoor.

Credo, a parte sicuramente Sonnambula di Napoli e poco altro, di aver ascoltato quasi tutto quello che ha fatto in Italia.

Il tempo corre anche se non sembra. Nell’estate 1984 muore il mio primo figlio in tempi brevissimi. Ricordo che lei doveva fare un paio di recite di Lucia alla scala in una ripresa pre estiva. Il mio bimbo mi disse: “Vai e fatti fare un autografo speciale per me”. Così feci e lei mi autografò la copertina dell’LP delle Arie da Concerto di Mozart che lui tenne sempre ai piedi del letto d’ospedale dicendo a chiunque entrasse: “Lei è Edita Gruberova e lo ha firmato per me”! Ricordi incancellabili nella mia mente. A Gennaio nasce la mia secondogenita. Non ho dubbi: la chiamo Elena Edita in suo onore. Riesco a farle avere i confetti del battesimo e lei con grade gentilezza mi inviò le foto che pubblico a seguire.

Foto per il battesimo di Elena Edita
Foto per la famiglia Ristori
La copertina firmata per mio figlio Marcello…si è un po’ sbiadita…

Nel frattempo io avevo iniziato a studiare canto. Era una terapia e mai più immaginavo che sarebbe diventata una professione. Il tempo corre sempre. Nel 1992 grazie all’amico Raul Ivaldi, grande truccatore, che stava lavorando a Barcellona in occasione del debutto di Edita in Anna Bolena riuscii a sentire una recita e, quando mi vide alla fine, nonostante fosse passato molto tempo dall’ultima volta che l’avevo sentita mi chiese subito, con mia sorpresa, notizie di mia figlia. Mi disse che aveva conservato tutte le foto e messaggi che le avevo inviato. Incredibile per un personaggio che incontra centinaia di persone. Da li ogni volta mi ha sempre chiesto sue notizie fino al concerto di addio di Berlino dove Elena era con me e lei disse: “Non voglio sapere quanti anni hai…il tempo passa troppo velocemente ed io sono vecchia”! Fu proprio a Barcellona che ebbi il coraggio di dirle che cantavo e le chiesi se poteva ascoltarmi per avere un suo parere (scoprii nel tempo che era molto restia a ciò ma…per Elena lo fece). Purtroppo il giorno dopo dovevo partire prestissimo per Roma dove avevo un’audizione al Teatro dell’Opera ma mi invitò ad andare a Venezia tre mesi dopo e mi disse di contattarla attraverso il teatro. Non lo feci per paura e per pudore ma mi chiamò lei quasi rimproverandomi per non averlo fatto. Andai a Venezia terrorizzato ma lei fu gentilissima con me anzi, mi disse, dopo avermi ascoltato seriamente, che, se mi veniva rifiutato il lavoro, non era sicuramente per la “voce piccola” che io sostenevo di avere ma per altri motivi. “Il repertorio per il quale ti proponi è perfetto per la tua voce, non farti problemi”! Mi disse anche che ci saremmo risentiti ma non badai alla cosa. Ero strafelice. La mia ex moglie che era con me con un certo sarcasmo (che la contraddistingue) mi disse che certamente Bernadette, quando aveva visto la Madonna nella grotta di Lourdes, aveva un’espressione meno estasiata di quella che avevo io mentre guardavo lei! Chiudo velocemente questa triste parentesi. Haider mi invitò tempo dopo ad andare a Zurigo a casa loro per potermi sentire e mi offrì una collaborazione. Tornai a Zurigo a studiare l’opera con lui. Tutto bene ma…tre giorni prima di partire per questa produzione avevo 40 di febbre ed un inizio di broncopolmonite. Dio non aveva voluto avrebbe detto lei.

La mia audizione con lei a Venezia
Nella sua casa di Zurigo con mia figlia Elena Edita
Gli auguri di Natale ad Elena Edita nel 1988

Il tempo corre sempre. La mia vita cambia. Nel frattempo faccio il cantante a tempo pieno lasciando la scuola ed ho le mie soddisfazioni.

In questi ultimi anni, lasciata la professione e dedicatomi all’insegnamento del canto in conservatorio, dove la porto sempre ad esempio, avendo più tempo libero ho iniziato a seguirla più costantemente. Parigi, Praga, Budapest, Berlino, Nizza, Monaco, Zurigo, Vienna, Gstaad,Baden-Baden (per il debutto europeo in Norma). Ogni volta la magia si ricreava ed uscivo da teatro completamente esaltato e ricaricato. Voglio ricordare fra questi viaggi il suo debutto a Barcellona in Lucrezia Borgia. Ero con i miei figli Jacopo ed Elena Edita e con Rosario. Jacopo che non l’aveva mai sentita dal vivo, dopo le prime parole del recitativo “Tranquillo ei posa” sgranò gli occhi e mi disse: “Ma è vera???”. Edita ci invitò alla fine ad un ricevimento privato in suo onore all’interno del teatro. Mia figlia sostiene che, quando è nata, qualcuno dall’alto le ha fatto piovere addosso questa natura straordinaria che, insieme ad uno studio tecnico eccezionale, l’ha sorretta fino alla fine.

Con Elena dopo il concerto di addio alla Deutsche Oper di Berlino
Con Elena Edita a Barcelona dopo la Borgia
Con Jacopo a Barcelona dopo la Borgia

Il 20 dicembre 2019 vedo programmato un concerto a Gersthofen, piccola cittadina vicina a Monaco. Nei giorni precedenti c’erano già altri piani che mi portavano a Parigi insieme a Guido Palmieri, altro “malato dell’opera e, ovviamente della Gruberova”. Non riusciamo ancora adesso a capire perchè ma questa volta Dio ha voluto. Nessuno poteva immaginare che da li a poco sarebbe scoppiata la pandemia che tanto ci ha provato e dalla quale non siamo ancora fuori. Decidiamo in maniera rocambolesca di andare per scoprire, dopo avere organizzato, che avrebbe eseguito lo stesso programma a Firenze in giugno, concerto poi mai avvenuto! Edita compiva gli anni il 23 dicembre. Al termine del concerto siamo stati invitati da lei insieme allo zoccolo duro dei suoi fans a brindare al Natale ed al suo compleanno. Abbiamo parlato tanto quella sera. Mi chiese persino consiglio su quali bis poter fare a Firenze. Le cantai anche Buon Compleanno dicendole: “Signora lei ha cantato quarant’anni per me. Stasera canto io per lei”! Chi avrebbe detto che non l’avrei vista più?

Dopo l’ultima Lucia di Lammermoor a Budapest
Dopo il concerto di addio alla sua adorata Staatsoper di Vienna
Gersthofen l’ultimo concerto
Gli auguri a Edita a Gersthofen ripresi prontamente da Guido Palmieri

In quest’ultimo periodo ho fantasticato su un possibile incontro con lei insieme a tutti gli amici a Zurigo oppure alla possibilità di assistere ad una sua masterclass dato che speravo ne facesse. Quante cose avrebbe potuto comunicare agli studenti di canto…nulla! Dio non ha voluto. Mi rimangono però una marea di ricordi documentati da fotografie e registrazioni. Voglio ricordare in questo mio scritto i nomi degli amici con i quali ci incontravamo sempre per ascotarla: Katalin Szabo (che gestiva il suo sito internet), Chris Schneider, Vera Sieber, Anne Hammerschmidt, Ruth Tipton, Guido Palmieri, Fred Rasing, Jordi Pujal, Reinhard Pinter, Christian Laimer, Werner Parpart, Oreste Musella, Helmuth Camillo Fisher, Antonio Martinazzo, Jeanne Doomen, Eric Baratin, Marc Gilgallon, Dillon Haynes, Stanislav Bencic, Budimir Popovic, Keiko Akina, Arianna Bertolla, Alessandro Astarita, Ron Runyon, Martin Liepmann, Igor Tomaszewsky, Niel Rishoi (conosciuto solo per corrispondenza) e molti altri…

Ciao Edita. Mi permetto ora di darti del tu. Troppe sono le voci che circolano sulla tua morte. Non le voglio ascoltare. Voglio ricordarti come sei nell’ultima foto che pubblico. A casa tua, sorridente e serena insieme a mia figlia. Ora sei immortale e sicuramente starai cantando per qualcuno che conta veramente.

Con tutto il mio amore

Riccardo.

Zurigo a casa di Edita con mia figlia.

Lisette Oropesa Parma Festival Verdi 7 Ottobre 2021 In Salotto con Verdi

Lisette Oropesa al termine del concerto

Finiti i tempi dei grandi viaggi per vari ed ovvi motivi eccomi a Parma, località facilmente raggiungibile, per l’unico evento veramente interessante a mio avviso del Festival Verdi di quest’anno. I cast delle opere in programma, salvo qualche nome (Maria Teresa Leva sicuramente un’ottima Amelia in Un Ballo in Maschera), sono abbastanza generici e, a tratti, imbarazzanti…sempre per quello che è il mio concetto di qualità. Questo concerto, “fortemente voluto” come ha specificato il Maestro Izzo, musicologo, Direttore Scientifico del Festival Verdi e in questo caso anche pianista, si è svolto in un vero clima da “salotto” infatti il Maestro ha gestito la serata in modo colloquiale descrivendone con semplicità i contenuti.

L’interesse di questo concerto stava nel concetto di base del programma: le romanze da salotto ottocentesche oltre ovviamente alla presenza del soprano Lisette Oropesa. Il programma ha toccato, oltre ovviamente le arie da camera di Verdi, anche quelle di altri autori quali Mercadante, Donizetti, Rossini, Bellini e Arditi toccando anche il lied con Schubert. Sono state eseguite anche pagine pianistiche: le uniche composizioni di Verdi per pianoforte tra le quali il famoso valzer utilizzato per la colonna sonora del film Il Gattopardo ed una Mazurka di Chopin. L’esecuzione di questi brani ha permesso peraltro alla Oropesa di riposare durante l’esecuzione di questo oneroso programma.

Ascoltai la prima volta Lisette a Bruxelles in Robert le Diable e subito fui colpito dalla facilità di emissione e dalla grande musicalità cosciente di trovarmi davanti ad un’autentica fuoriclasse! A seguire Masnadieri alla Scala e Traviata a Verona. Ogni volta un’impressionante varietà di colori ed una ricerca approfondita delle caratteristiche del personaggio da lei interpretato. Anche in questa occasione ha dimostrato una perfetta aderenza stilistica nell’affrontare i vari autori. L’esecuzione di Gretchen am Spinnrade mi ha veramente emozionato e commosso. La sua capacità di passare da romanze drammatiche ad altre di carattere brillante in brevissimo tempo è veramente sorprendente. Comunica con il pubblico in maniera accattivante. È simpatica e spiritosa. Forse una vera anti diva che non perde però il carisma necessario in questa professione privilegiata.

Ci regala alla fine quattro bis comprendenti una breve e drammatica pagina di Verdi da lui scritta per commemorare le vittime di un grande terremoto che ci fu in Calabria nell’Ottocento e qui eseguita per ricordare le vittime dell’attuale pandemia. A seguire La Promessa di Rossini e…per chiudere con Verdi, Caro nome e la grande aria di Traviata interrotta ed accolta da un applauso fragoroso dopo le prime parole. Stendiamo un velo pietoso sull’allievo del Conservatorio che, dal pubblico, si è improvvisato Alfredo suscitando lo stupore e l’imbarazzo di tutti ma non di Lisette che implacabile ha proseguito anzi, al posto della parola “amore” ha cantato “grazie”!!! Francesco Izzo, importante musicologo come ho già detto non presenta sicuramente un pianismo trascendentale (!) ma ha avuto se non altro l’intelligenza di assecondare le intenzioni interpretative della Oropesa. Finito il concerto ad attenderla uno stuolo di allievi cinesi del conservatorio di Parma (li riconoscerei a chilometri di distanza) che l’hanno letteralmente assalita! Un prezzo da pagare per chi arriva a questi livelli. Lei è sempre e comunque gentile e sorridente con tutti.

Cinesi all’assalto!

Finalmente, smaltito il contingente orientale, siamo riusciti a scambiare qualche parola e ci siamo dati appuntamento il prossimo 20 novembre alla Scala per l’Oratorio drammatico di Händel “Theodora” che, oltre lei, vede un cast assolutamente interessante. È di oggi la notizia che dal prossimo 11 novembre i teatri in Italia riprenderanno ad avere il 100% di capienza! Speriamo veramente di proseguire su questa strada! Next!

Con Lisette alla fine del concerto

Arena di Verona “Aida” 4 Settembre 2021

Considerati i tempi è stato molto coraggioso da parte dell’Ente Arena inventarsi una stagione cercando, allo stesso tempo, di rispettare la spettacolarità di tradizione e, allo stesso tempo, le disposizioni atte alla salvaguardia della salute pubblica. Già con il concerto di Kaufmann avevo notato una buona organizzazione nel gestire gli ingressi del pubblico e lo confermo anche in questa occasione. Tutto funzionava ed il pubblico è stato nel complesso ordinato. Certo, il comportamento del pubblico dell’opera non è lo stesso di quello del calcio ma…va da se…!

Aida. Opera tipicamente areniana. Uno dei primi titoli visti ed ascoltati da me in questo luogo magico nel 197…..vabbè…parliamo della preistoria! Lo spettacolo mi è piaciuto molto. La verità operistica era totalmente rispettata e per una volta non ha prevalso la follia del solito regista mentecatto e autocelebrativo! Aida era di colore, con buona pace del soprano Tamara Wilson che due anni fa fece tutto quel casino perché riteneva il trucco da etiope una forma di razzismo (certo che di imbecilli ce ne sono tanti in giro), le piramidi erano piramidi, il Nilo era il Nilo e via dicendo. L’ambientazione perfettamente rispettata!

Il mio interesse specifico era rivolto alle due protagoniste femminili che, sulla carta dovevano essere Angela Meade, soprano americano che apprezzo molto ed Ekaterina Semenchuk che ascoltai qualche anno fa a Parigi come Azucena e ne rimasi fortemente impressionato. Due giorni fa leggo che il soprano è stato sostituito e, per una volta, la sostituzione non ha deluso, anzi! Il giovane soprano calabrese Maria Teresa Leva, che avevo già ammirato a Genova nello stesso ruolo debuttava in Arena. Molto felice di questo cambio posso dire che questo suo debutto areniano ha confermato quello che già avevo riscontrato a Genova. Ci troviamo davanti al miglior soprano lirico che oggi l’Italia possa vantare. Dotata di un timbro affascinante, caldo e vellutato unisce ad una tecnica che le permette virtuosismi quali, per esempio, il regalarci un pianissimo sul temutissimo DO di Cieli azzurri, che tiene con una baldanza impressionante ed altre meraviglie. Le dinamiche sono rispettate e l’emozione che trasmette è commovente. Brava! Con attenzione al repertorio potrà gestire una lunga carriera.

Che dire di Ekaterina Semenchuk? Confermo le impressioni avute a Parigi. Voce bella e strabordante, colori a non finire, intenzioni interpretative sia musicali che sceniche. Una Amneris che difende il suo amore come una belva difende i suoi piccoli. Mi ha elettrizzato. Spero di sentirla ancora. Mi piacerebbe ascoltarla nel repertorio russo. Chissà?

Note più generiche sul versante maschile. Solo lo stile e la professionalità di Michele Pertusi nel ruolo di Ramfis ha saputo difendere la categoria!

Radames era Carlo Ventre. Lo strumento è un po’ usurato. Acuti timbrati ma nella zona centro acuta presenta spesso fastidiosi problemi di intonazione. Le intenzioni sono buone ma non basta.

Amonasro era Ambrogio Maestri. Non ho mai amato questa tipologia di cantante “solo voce ed effetti generici e scontati”. A me piace sentir cantare, e bene! Della quantità mi importa poco. Scenicamente generico, semaforico e convenzionale. Ma è mio gusto personale.

Veramente imbarazzante il basso (?) Romano dal Zovo nel ruolo del Re. Uno dei recenti misteri della lirica. Il timbro non me lo fa collocare in nessuna categoria vocale. In poche parole diciamo che più che in cantante é un “parlante”. Mi scuserete la crudezza ma a me non ha mai risparmiato niente nessuno e, ormai, alla mia età non ho nulla da difendere. Dico quello che penso. Molto bene la sacerdotessa ed il Messaggero, rispettivamente Yao Bohui e Francesco Pittari. La direzione di Daniel Oren era quella di sempre. Quello che lui decide deve essere e senza rispettare esigenze di vario tipo come per esempio i tempi esageratamente veloci della Scena del Trionfo. Con le distanze che ci sono tra orchestra e palcoscenico e con il bravissimo coro che canta sulle gradinate gli sfasi erano spesso inaccettabili; aggiungiamo il suo fastidiosissimo cantare e fare versi di ogni tipo mentre dirige ed il quadro è completo.

Una bella serata comunque che ha chiuso in bellezza la stagione areniana. Alla fine saluti e abbracci a Maria Teresa visibilmente emozionata e contenta. Un autografo su una foto scattata in occasione dell’Aida genovese ed una foto col Ekaterina Semenchuk, molto gentile e simpatica.

Piccola, ma non tanto, nota polemica. Arrivati a Verona ci siamo tristemente trovati in mezzo ad una manifestazione No Vax, no qui, no la ecc. Che pena vedere questi pirla (mi si consenta il milanesismo) inveire contro di noi perché indossavamo la mascherina. Che il Cielo non li colpisca mai direttamente perché allora saranno dolori. Io ho avuto persone molto vicine che non ce l’hanno fatta altro che “il virus non esiste” ed altre amenità simili! Urlavano “libertà!libertà”….ma quale? La loro libertà è la mia schiavitù”, manica di imbecilli che non siete altro!!!!! Alla prossima con tanta bella musica dal vivo!!!

Arena di Verona Gala Jonas Kaufmann 17 agosto 2021

Finalmente sono riuscito ad ascoltare dal vivo il tanto discusso tenore Jonas Kaufmann. È stata una casualità un po’ rocambolesca. Sapevo, in quei giorni, di essere a Mantova (distante da Verona una quarantina di km) per le prove de L’Orfeo di Monteverdi ma non avevo la certezza di essere libero in quella data, in più, molto “carinamente” l’Ente Arena già da tempo metteva in vendita solo i biglietti più cari, cosa che mi aveva fatto desistere da qualsiasi tentativo. Come per magia il giorno del concerto è spuntata la vendita dei numerati di gradinata ad un prezzo accessibile quindi, sinceratomi di non avere prove, ho rapidamente acquistato il biglietto. La curiosità era molta. Arrivato a Verona sono rimasto molto colpito dalla presenza di un’orda selvaggia di tedeschi (…già…Kaufmann è tedesco) maleducati ed irrispettosi di qualsiasi regolamento (in Arena ho chiamato il personale di servizio per segnalare una scorrettezza cosmica…sono fatto così!). Il programma prevede anche la presenza del soprano viennese (a dispetto del nome) Martina Serafin e, in verità sembra si un programma interessante ma un po’ povero. Nella prima parte i due erano impegnati in gran parte del primo atto della Walküre wagneriana e la seconda parte repertorio italiano con musiche di Verdi, Puccini e Giordano. Certo, valutare una voce con l’acustica dell’Arena è improbabile ma sono lo stesso riuscito a farmene un’idea. Premetto che Kaufmann mi è sempre piaciuto fin dalla prima volta che l’ascoltai in TV nella Carmen che inaugurò la stagione della Scala nel 2009. A distanza di anni la voce si è scurita e Kaufmann ha affrontato un repertorio ancora più drammatico ma la cosa non ha per ora lasciato segni preoccupanti. Il tenore dimostra sicurezza in tutti i registri e, cosa per me impressionante, riesce a gestire straordinariamente le dinamiche da un pianissimo impalpabile (ma presente) ad un forte sonoro e generoso. Da non dimenticare le sue grandi capacità interpretative che completano il quadro. Una delle poche volte che ho ascoltato un “O tu che in seno agli angeli” rispettoso delle dinamiche e non berciato come spesso accade. Meno male che, piaccia o non piaccia, certi cliché interpretativi, forzati quando un cantante non sa o riesce a cantare piano (!), ogni tanto siano frantumati. Impressione totalmente positiva quindi nell’attesa di poterlo ascoltare in un teatro chiuso e con un’acustica adeguata.

Note felici anche per Martina Serafin da me finora ascoltata in solo registrazione, l’ultima volta in streaming da Vienna quale Marschallin nel Rosenkavalier. La voce è gradevole e più quella di un lirico spinto piuttosto che di un drammatico ma si destreggia assai bene nella prima aria di Lady Macbeth come pure nella “Mamma morta” e nel duetto finale di Andrea Chenier con Kaufmann. Da un direttore che dirige un concerto del genere ci si aspetta al massimo un buon “accompagnamento” delle voci. Jochen Rieder fa qualcosa in più e lo dimostra con uno sfavillante preludio al terzo atto del Lohengrin, una vigorosa sinfonia dalla Forza del Destino ed un commovente intermezzo dalla Manon Lescaut. Il livello dell’orchestra dell’Ente Arena in versione “vacanziera” (con elementi sicuramente aggiunti per avere una compagine più consistente) non è sicuramente eccezionale; a maggior ragione l’operato di Rieder è stato notevole. Alla fine si capisce il perché di un programma apparentemente scarno: Kaufmann ci regala una serie interminabile di bis. Da Nessun dorma a E lucevan le stelle, dalla Mattinata di Leoncavallo alla canzone Non ti scordar di me e via andare! La Serafin canta la bellissima aria di Giuditta di Lehar “Meine lippen sie küssen so heiß” ed insieme concludono con il celeberrimo duetto della Vedova allegra (rigorosamente in tedesco). Bellissima serata ed un po’ di musica dal vivo dopo tanta opera in televisione, cosa frustrante assai! Alla prossima!!! P.S. Chiedo perdono per la qualità delle fotografie ma la distanza non mi ha permesso di fare meglio!

Luisa Maragliano, una grande artista, una grande donna.

La prima foto di Luisa Maragliano che ho avuto da sua zia!
Luisa come Odabella nell’Attila verdiano

Oggi parlerò di una persona speciale. Un pezzo importante della mia vita. Io sono uno di quelli che crede che tutto non accada per caso ma che in qualche modo il nostro destino sia segnato e in quest’ottica va letto il mio scritto.

Partiamo dalla mia infanzia. Quando ho iniziato a studiare musica, grazie all’insistenza dei miei compagni di scuola, sono andato a teatro a sentire un’opera e mi sono immediatamente innamorato di questo genere musicale assolutamente affascinante ma che può essere o amato alla follia o odiato; non conosce mezzi termini.

Perchè parto da qui? Cosa importante da ricordare in seguito. Parto da qui perchè la sorella del mio panettiere, la signora Gina, era una zia di Luisa e, sapendo che mi ero appassionato all’opera, mi teneva informato su tutto quello che faceva la nipote, opere, trasferte all’estero. Ero anche riuscito a farmi portare qualche fotografia sua autografata.

Luisa non aveva un buon rapporto (o forse non lo aveva proprio, ne buono ne cattivo) con la Genova musicale ma finalmente nella Stagione 1972 il Teatro Comunale dell’Opera, all’epoca operante al Teatro Margherita che, per brutto che fosse non meritava di trasformarsi in un grande magazzino, la scritturò per una produzione di Un ballo in Maschera. Questa è forse una delle opere che più le ha dato soddisfazioni ed è anche l’unica occasione in cui la potei ascoltare in un’opera completa a teatro. Ricordo che, come allievo del conservatorio, potei assistere anche alla prova generale ma a quei tempi non era come oggi che vede questo tipo di prove aperte al pubblico quindi i cantanti devono cantare; all’epoca non c’era quest’obbligo e, chi più chi meno quella sera accennarono tutti. Io avevo però l’abbonamento al turno C (domenica pomeriggio). Ricordo ancora questa voce che riempiva la sala in maniera impressionante. I cantanti in genere lamentavano l’acustica di questo teatro ma vi assicuro che se le voci erano messe bene e “c’erano” si sentivano! Certo, era pur sempre un “cinemone” ma…in mancanza di altro e aspettando la tanto agognata ricostruzione del Carlo Felice era meglio di niente. Ricordo che andai in camerino per conoscerla e salutarla ma lei era protetta da una serie di “Body Guards” (!) che mi permisero a malapena di farmi firmare il programma di sala…non riuscii quindi a farmi riconoscere come “il ragazzino che la seguiva attraverso la zia”!

Dal programma di sala del comunale dell’Opera di Genova. Un Ballo in Maschera
Locandina di Un Ballo in Maschera Genova
Luisa Maragliano, ritratto fotografico

Da qui a oggi. L’opera mi ha sempre preso tantissimo. Andavo alla Scala facendo ore ed ore di coda per i posti in piedi. Una vera passione. Passarono gli anni e la mia passione per l’opera cresceva sempre di più ma la mia vita correva sui binari della normalità. Diplomi in pianoforte e fagotto, lavoro in scuola media come insegnante di Educazione Musicale e famiglia. Tutto assolutamente normale. Un figlio, una cosa miracolosa. Ero giovanissimo. Per strada ci chiamavano “i due bambini” poi la tragedia. In due mesi una forma di leucemia me lo ha portato via. La voglia di non vivere più. Dovevo trovare qualcosa che mi impegnasse e fungesse da terapia per tirarmi fuori dal torpore nel quale ero sprofondato. Perchè mai non provare a studiare canto data la passione che avevo? Sapevo di non avere grandi qualità naturali ma io non pensavo ad una professione. Era solo una mia curiosità. Non avevo idea di cosa volesse dire studiare canto nonostante la mia preparazione sia musicale sia dello specifico. Nel frattempo nasce anche Elena che ora è la mia prima figlia e a seguire Gualtiero e Jacopo. I miei figli sono forse la cosa più bella che ho fatto nella vita e sono sempre molto orgoglioso di loro.

Chiusa la parentesi familiare torniamo al canto e presto arriveremo a Luisa. Chiedo scusa ma era necessario far capire la situazione. Il mio impatto con lo studio del canto non fu dei migliori e dopo quasi un anno di perplessità decisi di chiudere la parentesi perchè mi sembrava di perdere tempo. Non voglio fare nomi in quanto ormai è inutile ma quando penso ai miei inizi dico sempre ai miei allievi di dare fiducia all’insegnante ma cercare di capire se la cosa funziona o no. Il non funzionamento può dipendere sia dall’insegnante che dall’allievo. Non tutti i maestri possono andare bene a tutti e soprattutto si deve creare un rapporto di fiducia reciproca.

Nel frattempo avevo saputo che il marito di Luisa, il Maestro Tristano Illersberg, dopo una brutta parentesi dovuta ad un intervento chirurgico molto pesante, aveva iniziato a dare lezioni di canto su spinta della moglie che cercava di impegnarlo una volta ristabilitosi dall’intervento. Ricordo a chi legge che Luisa per stare vicino al marito e ancora in piena carriera lasciò tutto senza la pur minima esitazione, segno del grande amore che li legava.

A Monterosso durante un concorso di canto

Parlo allora con la “famosa zia” chiedendo: “Chissà se mi potranno ascoltare…”. Francamente non volevo piantare li tutto. Ero sicuro che ci fosse un modo diverso da quello che avevo praticato fino a quel momento per studiare canto. La zia chiamò Luisa spiegando la situazione e prese un appuntamento per me. Ricordo la grande emozione che provai quel giorno. Aspettavo l’incontro con la “diva” e trovai ad aspettarmi davanti al cancello della sua casa una signora gentile e molto alla mano con in mano una zappetta perchè stava lavorando in giardino. Mi fece entrare e mi trovai davanti il Maestro. Un omone che incuteva soggezione solo a guardarlo…in realtà una delle persone più buone che io abbia conosciuto che nel tempo diventò un secondo padre per me. Non ricordo nemmeno cosa gli cantai ma ricordo che mi disse: “Caro, voce ce n’è poca ma mi pare ci sia un cervello! Proviamo qualche mese e se non succede niente, amici come prima!”. Da li passarono anni durante i quali arrivai a scoprire che mi aveva preso a lezione proprio perchè la zia aveva interceduto per me spiegandogli da che situazione stavo uscendo! Il Maestro mi faceva lezione ma Luisa era sempre presente con consigli e addirittura per cantare con me aiutandomi con i duetti e i concertati. Avrei una serie di aneddoti da raccontare ma sono troppi…uno per tutti: Firenze. Audizione per un festival in Toscana. Luisa ed Maestro decidono di venire con me e fare una gita a Firenze. Arriviamo in Conservatorio, che era il luogo dove si svolgevano le audizioni. Nemmeno una toilette dove fare due vocalizzi. Luisa mi dice: “Chi è quel signore li? Lo conosco”. Rispondo: “E’ il direttore del conservatorio, Giglio”. “Certo” dice Luisa. “Era al Massimo di Palermo quando ho cantato li”. Parte in quarta con un sorriso smagliante. “Maestroooooooo” , lo investe con voce suadente. “Sono Luisa Maragliano”. Dopo pochi minuti avevamo l’ufficio del Direttore per vocalizzare! Questa è Luisa!!!

Luisa con il Maestro Illersberg e mio figlio Jacopo Tristano ed io.

La mia attività come cantante iniziò ben presto a svilupparsi ma siamo sempre rimasti in contatto. I loro consigli erano sempre importanti. Poi, il bruttissimo momento della morte del Maestro, momento in cui Luisa si sentirà veramente sola. Ma non si perderà d’animo grazie al suo forte carattere. Riprenderà ad insegnare e qualche volta le ho dato una mano come pianista per i suoi allievi. Inizia la ricerca ed analisi delle registrazioni dal vivo fatte in tutti i teatri del mondo. Pubblicazione di CD di sue cose meravigliose. Quante volte ho cantato con grande orgoglio con lei nelle presentazioni di questi CD. L’incontro con un suo ex collega, il tenore Enzo Consuma che le farà ritrovare un po’ di serenità personale e trascorrerà con lei un altro pezzo di vita.

Luisa con Enzo Consuma

L’esibizione al Carlo Felice due anni fa in occasione del ricordo di Daniela Dessì. In quell’occasione mi disse: “Beh, ho avuto la soddisfazione di cantare anche nel nuovo teatro della mia città!”.

Luisa al Carlo Felice

Che dire della sua carriera? Solo che ha cantato in tutti i più importanti teatri di tutto il mondo: dal Covent Garden di Londra al Met di New York, dalla Scala alla Wienerstaatsoper fino al Colon di Buenos Aires. Anni ed anni all’Arena di Verona con “ruoletti” come Abigaille, Aida, opera questa cantata ovunque compreso Parigi. Un repertorio vastissimo (dalla Cleopatra del Giulio Cesare di Händel all’Anaide del Mosè rossiniano dalla Alice del Falstaff alla Duchessa di Parma del Doktor Faustus di Busoni). Tutti ruoli che, come dice lei, ha potuto affrontare grazie al lavoro di studio fatto con il Maestro Illersberg che ha sempre saputo cosa era meglio per lei. A questo proposito mi racconta sempre che quando studiava le opere la moglie Luisa non esisteva, esisteva il soprano Luisa Maragliano che doveva imparare un ruolo. Non accettava un errore ripetuto più di due volte e una volta ha addirittura lanciato lo spartito dicendole: “Ti xe na dilettante!” Cosa che può sembrare esagerata ma che evidenzia quanto il Maestro era serio e severo e voleva che chi studiava con lui fosse sempre perfettamente preparato. Interprete di riferimento nel repertorio verdiano ha affrontato anche il verismo e Puccini. Da ricordare la sua Maddalena nell’Andrea Chenier e la sua Santuzza nella Cavalleria mascagnana. Ha cantato con i più grandi tenori e cantanti in genere della sua epoca e con i più importanti direttori: Corelli, Bergonzi, Tucker e a Chicago in Manon Lescaut con Placido Domingo sostituendo all’ultimo momento Renata Tebaldi indisposta con un trionfo senza precedenti per quella città. Muti la diresse a Firenze nei Masnadieri, produzione della quale esiste una registrazione. Una cosa divertente. Luisa sostiene che i suoi rivali più temibili sono sempre stati i bassi perché dotati di un’intelligenza più viva e proprio per questo nei sui innumerevoli Attila ne ha “infilzati” tanti alla fine dell’opera! Nonostante la sua fama l’industria discografica non si è mai interessata particolarmente a lei ma fortunatamente abbiamo un mare di registrazioni dal vivo.

CD della Dynamic comprendente arie verdiane registrate dal vivo
Con Luisa in occasione del Zauberflöte realizzato da OperaOpera come opera studio al Teatro Govi di Genova

Sabato scorso ha compiuto novant’anni!!! E’ sempre instancabile. Commissioni di concorsi di canto, Audizioni. E’ invitata ovunque! L’ha fermata solo la situazione legata alla pandemia ma se può…si muove lo stesso! E’ diventata anche “social”. Ha una pagina Facebook personale ed una artistica. Usa whatsapp meglio di un giovane! A volte penso a come sono ridotto io a sessantatre anni e penso a lei. Mi da dei punti sicuramente! Luisa è l’esempio che l’età anagrafica, se si è in salute, non conta nulla! Grazie al passaggio della Liguria in zona Gialla sono riuscito a farle una visita e…..giù aneddoti e racconti a non finire! Passerei delle ore con lei! Sono onorato di avere la sua amicizia e so che da lei posso sempre e solo aspettarmi sincerità, dote rara nelle persone in genere ma soprattutto nelle persone che vivono ed hanno vissuto nel mondo della spettacolo. Un rammarico. Non sono mai riuscito, nonostante lei me lo abbia chiesto più volte, a darle del tu. Non so perchè. Non è una questione di rispetto perchè, come mi disse un’altra cantante una volta: “Non è dando del Lei ad una persona che automaticamente le si porta rispetto. In teatro ci si da del tu!”. Farò un’eccezione e le darò del Tu qui:

Luisa ti voglio bene!

Luisa, sostenitrice d’eccezione, dopo un concerto a
Bogliasco.
Visita post compleanno a Luisa

Budapest Sabato 24 Aprile Concerto di Belcanto con Klàra Kolonits, Atala Schöck, Szabolks Brickner e Daniel Dinyes

Klàra Kolonits

Tante volte ho scritto di questa straordinaria cantante della quale mi sono innamorato anni fa in una Lucia di Lammermoor a Budapest. L’ultima volta che l’ho ascoltata è stata in una sua personalissima Traviata a Novara. Ricordo che ridendo le avevo detto: “Per una volta non sono dovuto venire a Budapest per ascoltarti!!!”. Fu una bellissima serata. Una Violetta assolutamente personale. Avrei dovuto ascoltarla come Konstanze nel Ratto Mozartiano lo scorso anno ma…..sappiamo tutti purtroppo cosa è successo e ancora oggi, a distanza di più di un anno non mi capacito di come non si sia, a mio avviso, nemmeno lontanamente vicini alla soluzione del problema. Attendevo uno streaming di una produzione de Les Contes d’Hoffmann da Budapest con Klàra interprete di tutti i ruoli femminili. Nulla. Il covid ha colpito tutta la compagnia, la produzione è saltata e Klàra è stata veramente male. Il concerto di stasera (sempre streaming) era programmato da tempo e lei non ha voluto disattendere le aspettative. Modificato il programma (ma che programma!) e sostituita l’orchestra con il pianoforte Klàra ha mantenuto la promessa.

Parto dal Maestro Daniel Dinyes che con un pianismo veramente eccezionale non ha fatto rimpiangere la presenza di un’orchestra. Dinamica varia e tecnica pianistica ineccepibile, ha sostenuto le voci straordinariamente creando un clima perfetto ed un equilibrio assoluto fra strumento e voci. Avevo già notato la sua bravura durante la “chiusura” dello scorso anno (non mi piace dire lockdown. Sono italiano e parlo in italiano!) quando tutte le sere sulla pagina Facebook di Klàra ci regalava insieme a lei un Lied o un’aria quasi a tenerci compagnia ed a farci coraggio in quel terribile momento. Bravissimo!

Daniel Dinyes

Klàra Kolonits si conferma come una grande belcantista. La sua tecnica perfetta le permette di eseguire cantabili donizettiani e belliniani con un legato assoluto ed anche la sua agilità è perfetta. Ogni volta che ne parlo ribadisco sempre lo stesso concetto: meriterebbe un importante spazio nel panorama internazionale ma…sappiamo come spesso vanno queste cose. Taccio. E’ meglio. La cantante ungherese ha eseguito la struggente aria di Giulietta dai Capuleti e Montecchi di Bellini, la cavatina di Lucrezia dalla Lucrezia Borgia di Donizetti seguita dalla cabaletta quasi sempre omessa (forse perchè molto impegnativa!) “Si voli il primo a cogliere” dove ha mostrato come le agilità di questo repertorio vanno eseguite; l’aria di Giselda dai Lombardi di Verdi ed anche in questo caso agilità perfette ma diverse da quelle di Donizetti. Verdi è un’altra cosa e Klàra lo sa bene! Del repertorio francese ha eseguito un languido “Depuis le jour” dalla Luise di Charpentier ed ha concluso con veri e propri “fuochi di artificio” nell’aria “Cest bien lui” da L’Etoile du Nord di Meyerbeer, una vera e propria aria di bravura con il flauto concertante. Insieme all’eccellente mezzosoprano Atala Schöck ha eseguito il duetto “Ebben, a te ferisci” dalla Semiramide di Rossini e con il tenore Szabols Brickner il duetto “In mia man alfin tu sei” dalla Norma belliniana (una drammaticità straordinaria) e la scena di Saint Sulpice dalla Manon di Massenet. Grande Klàra. Spero di poter venire a Budapest quando tutto sarà finito e finalmente poterti riascoltare in teatro e magari chissà…ascoltarti anche in Italia se chi “dirige i giochi” nei teatri sarà un po’ meno sordo!!!

Klàra Kolonits

Di spicco la partecipazione del mezzosoprano Atala Schöck che ascoltai proprio a Budapest come Sara nel Roberto Devereux accanto ad Edita Gruberova e come Fricka al Mupa nella Tetralogia wagneriana. Bellissima voce e grande temperamento, oltre al duetto di Semiramide ha eseguito l’aria e cabaletta dalla Favorita donizettiana “O, mio Fernando” dimostrando come fu nel Devereux spiccate qualità proprie del repertorio belcantistico italiano. Dizione perfetta. Bravissima.

Atala Schöck

Il tenore Szabols Brickner possiede uno strumento notevole ma non è supportato, a mio avviso, da una tecnica adeguata. Passa da momenti discreti ad altri con evidenti problemi di intonazione. Ha eseguito il duetto di Norma “In mia man alfin tu sei”, il duetto di Manon (forse la sua cosa migliore) e l’aria “O Paradis” dall’Africaine di Meyerbeer. Questo mio parere comunque si basa su un ascolto parziale in quanto, come dico sempre, le voci vanno ascoltate in teatro prima di qualsiasi considerazione. Chissà che non lo possa ascoltare in seguito e possa rivedere le mie posizioni.

Klàra Kolonits e Szabols Brickner

Bella serata quindi che conferma tutta la mia stima e ammirazione per Klàra. Speriamo nel futuro di tornare a teatro perchè, come più volte ho già detto, lo streaming dev’essere una cosa momentanea che ci mantiene in qualche modo legati alla musica ma la musica ha bisogno di teatri, di sale da concerto piene di pubblico. Solo così potrà continuare a vivere!

Klàra Kolonits e Atala Schöck

Accademia di Santa Cecilia Gala del Belcanto 16 Aprile 2021 Lisette Oropesa Xabier Anduaga Antonio Pappano

Lisette Oropesa

A poca distanza di tempo della sciagurata Traviata eseguita al Teatro dell’Opera di Roma in “versione film” (operazioni che lasciano veramente il tempo che trovano) Lisette Oropesa ritorna a farsi sentire in un concerto condiviso con il giovane tenore Xabier Anduaga e con la direzione di Antonio Pappano. Continuiamo a parlare di streaming purtroppo. Questo era un concerto che speravo di sentire dal vivo ma…la situazione altalenante legata alla pandemia ci ha ridotto così. L’unica cosa che mi chiedo è perchè in Spagna, dove non “sono messi” meglio di noi, i teatri sono aperti…mah…di una cosa sono certo. In Italia la prima cosa che riaprirà saranno gli stadi…sicuro!

Partiamo proprio da Pappano. Un direttore che difficilmente si fa criticare. Gesto importante e sicuro. Cura meticolosa della dinamica con risultati conseguentemente notevoli. Appare subito chiaro che è un direttore che ama l’opera ed ha una cura assoluta degli artisti che cantano sotto la sua direzione. Ho avuto occasione di vederlo dirigere più volte. A Genova diresse un Lohengrin in forma di concerto di cui ancora si parla e con un cast stellare. Mi piace molto. Da cantante penso che sia un direttore con il quale mi sarebbe piaciuto lavorare.

Antonio Pappano

I cantanti. Lisette Oropesa, smaltita la fatica di aver cantato con quel pessimo direttore che è Daniele Gatti, un incapace pieno di se che fa di tutto quello che dirige una sua creatura (In questo caso era la Traviata di Gatti non di Verdi), ritrova se stessa e ci regala una serata da sogno. Programma molto impegnativo che l’ha vista spaziare da Lucia di Lammermoor (duetto con Edgardo) al finale de La Sonnambula; dall’aria e cabaletta de La Fille du Regimènt all’aria e cabaletta di Elvira dei Puritani concludendo con il duetto dell’ultimo atto con Arturo. La personalità del soprano statunitense è veramente notevole. Voce personale e riconoscibilissima. infinita gamma di colori che le permettono un’interpretazione approfondita in ogni brano da lei affrontato. Personalmente ho apprezzato in particolare l’esecuzione dell’aria dei Puritani “Qui la voce sua soave” nella quale, grazie anche alla espressività del viso, ha trasmesso tutto lo smarrimento della povera Elvira per riaccendersi poi in un guizzo di follia nella seguente virtuosistica cabaletta. Tutto quello che ha cantato comunque era perfettamente interpretato. Il belcanto e Bellini in particolare non perdonano e se non si è in possesso di una tecnica del legato sicura ci si resta in mezzo! Lisette è uscita trionfatrice da questa serata, dimostrazione comunque del fatto che se si lavora con un grande direttore si trova sempre la chiave giusta per dare il meglio di se. Spero di poterla risentire in Traviata a Verona la prossima estate.

Lisette Oropesa

Una bella sorpresa è arrivata dal giovanissimo tenore Xabier Anduaga. Bellissimo timbro dal colore mediterraneo. Squillo. Perfetta gestione tecnica del legato (direte che sono fissato con il legato ma ho cantato anche io e so cosa vuol dire!) e vastissima gamma di colori che gli hanno permesso di interpretare al meglio tutto il repertorio che ha affrontato a partire dalla celebre aria dei nove DO da La Fille du Regimènt e a seguire con una struggentissima Furtiva lacrima dall’Elisir d’Amore e ancora con l’aria della Lucrezia Borgia “Anch’io provai le tenere”. E’ stato un perfetto partner vocale della Oropesa nei duetti di Lucia e Puritani e nel duetto di Lucia, dove è stata eseguita la cadenza scritta, ha emesso un bellissimo Mib sopracuto! Spero di poter ascoltare questo giovane dal vivo per avere la conferma dell’impressione avuta in questa diretta televisiva.

Xabier Anduaga

Notevole e di alta qualità l’apporto del coro e dell’orchestra di Santa Cecilia. Il coro ha eseguito l’introduzione della Lucia di Lammermoor “Percorrete le spiagge vicine”, “Che interminabile andirivieni” dal Don Pasquale e “Piangon le ciglia” dai Puritani oltre agli interventi in Fille e Sonnambula.

Bellissimo concerto che avrei preferito ascoltare dal vivo ma…data l’attuale e continua indecisione del nostro governo sulla gestione di questa maledetta pandemia chissà quando sarà di nuovo possibile…sono molto sfiduciato e dubbioso. La musica non può continuare a vivere di streaming…se andiamo avanti così tutto morirà! Alla prossima.

Lisette Oropesa
Lisette Oropesa