London ROH Donizetti La Fille du Regimént lunedì 8 luglio 2019

Che bella avventura! Le molle erano diverse questa volta: la gioia di ascoltare quando mi è possibile Sabine Devieilhe, soprano che amo, riascoltare, dopo gli strepitosi Puritani di Barcellona, il tenore Javier Camarena, ascoltare e rivedere, dopo una riga di anni interminabile, il mezzosoprano Enkeleida Shkoza con la quale cantai la Petite Messe Solennelle di Rossini e visitare almeno una volta la Royal Opera House di Covent Garden. Il teatro mi ha fatto una bellissima impressione. Molto accogliente e, anche al quinto livello, una visuale ottima (niente sbarre che impediscono di stare comodi…forse qui non pensano che qualcuno possa gettarsi da basso!). Ed ecco la sorpresa: si siede vicino a me una bella signora (quando mi ha detto l’età sono rimasto colpito…80 senza”correzioni”!) alla quale, emozionato, ho detto che era la mia prima volta al Covent Garden. A quel punto mi ha gentilmente chiesto da dove venissi e, alla risposta Italia, mi ha detto: Ah, io ho insegnato inglese per nove anni a Genova (!!!). Da non credere! Quando le ho detto che sono genovese quasi era incredula; mi ha raccontato di quanto ha Genova nel cuore, dove abitava…tantissime cose! Alla fine si è offerta di procurarmi i biglietti in futuro in quanto, come decana degli abbonati ha tante agevolazioni, e di ospitarmi a casa sua se dovessi tornare. Com’è strana la vita! Mi ha parlato di una Genova che non c’è più ma del resto, con la saggezza tipica di chi ha vissuto e girato mi ha detto: Non è Genova cambiata: è cambiato tutto il mondo! Mi ha veramente emozionato!

Veniamo alla rappresentazione. La produzione di Laurent Pelly, che ho visto per la terza volta, è sempre godibile e fresca. La regia accompagna affettuosamente la storia come sempre dovrebbe essere! I cantanti si muovono naturalmente e sempre a loro agio. Una gioia per gli spettatori!

Confermo l’impressione avuta a Vienna circa la Devieilhe. La sua Marie è più vicina all’opera francese che a quella italiana ed è sicuramente favorita dalla lingua. Sabine ha tutto dalla sua parte: legato, agilità, sopracuti. Ogni volta è un piacere ascoltarla e aspettarla alla fine per scambiare qualche impressione con lei. È rimasta colpita, come me del resto, dalla vivacità del pubblico inglese dal quale anch’io mi sarei aspettato reazioni più compassate. Meglio così. La risentirò a Dicembre a Parigi per un “tutto Mozart”!

Javier Camarena si conferma come uno dei migliori tenori del momento per questo repertorio o forse il migliore! Tecnica impeccabile. Bellissimo timbro. Bissa a furor di popolo la cabaletta dei nove do (che per la sua pronuncia delle parole finali diventano 11, cantandone così 22!!!). Una meraviglia. Spero ascoltarlo ancora presto. Magari in Italia dove non riesce a mettere piede!

Pietro Spagnoli ha fatto “il giusto”, ne più ne meno. Francamente non mi suscita alcuna emozione in un ruolo che offre spunti interpretativi notevoli. Chiudo qui.

Enkeleida Shkoza è semplicemente strepitosa nel ruolo ingrato della Marchesa di Berkenfield! Da come la ricordavo la voce, pur mantenendo il suo bellissimo colore, si è irrobustita! Bravissima!

Grande sorpresa, nel ruolo parlato della Duchessa di Krakentorp, l’attrice di cinema e di teatro Miranda Richardson che, con la sua bravura, ha contribuito al grande successo della serata.

Adeguate le seconde parti. Ottime le prestazioni del coro e dell’orchestra del ROH sotto la bacchetta di Evelino Pidó, direttore molto attento e rigoroso al quale a volte non perdono (da melomane!) l’asciuttezza negli abbellimenti concessi con il contagocce…un po’ “Mutiana”!

Questa volta ho speso bene i miei soldi! Alla prossima!

Sabine Devieilhe

Enkeleida Shkoza.

Annunci

Verona Arena Verdi Il Trovatore 29 Giugno 2019

Il motivo della mia trasferta a Verona era fondamentalmente legato alla presenza nel ruolo di Leonora dell’acclamato soprano del momento Anna Netrebko. Come è successo per tante grandi del passato questa cantante, soprattutto da quando ha affrontato questo repertorio, divide il pubblico dei melomani. Io mi sono sempre tenuto a debita distanza finché, lo scorso anno, ho avuto la possibilità di ascoltarla a New York in Tosca. L’impressione fu grande tanto da desiderare di riascoltarla in un ruolo come questo con caratteristiche vocali diverse. Il risultato è sorprendente. Tenuto conto che ascoltare musica all’aperto è sempre un terno al lotto perché, come diceva forse Toscanini, all’aperto si gioca a calcio non si fa musica, l’Arena ha sempre un fascino particolare e, una volta abituatisi a quel tipo di acustica, tutto diventa godibile e la sua voce svetta sicura e presente in tutti i registri. Non ricordo di aver ascoltato un “D’amor sull’ali rosee” talmente commovente da farmi rimanere inchiodato alla mia sedia! Al termine dell’aria un boato di applausi (l’Arena era esaurita) ha salutato l’esecuzione. Tenuta fisico vocale perfetta durante tutta l’opera e tanti applausi alla fine (moltissimi russi nel pubblico). Unica nota spiacevole. La Signora ed il marito sono “scappati” da un’uscita secondaria per andare ad un ricevimento in un ristorante in Piazza Bra, dove sono andati anche gli altri ovviamente, i quali però non si sono sottratti ai saluti degli ammiratori. Avevo una foto fatta con lei a New York da farle firmare. Ho provato a chiedere al baritono Luca Salsi, che conosco da quando cantava giovanissimo nel coro dell’Aslico ed io cantavo Monterone a Bergamo in una produzione di Rigoletto, se poteva farle firmare per me. Risposta: quando è a tavola non vuole essere disturbata. Si incazza come una bestia (!). Prendo atto. La Signora fa parte di quel genere di cantanti che non capiscono o non vogliono capire che, se sono , è perché ci sono persone che stanno dall’altra parte che si accontentano di un sorriso o un autografo. Riprendo le distanze. Purtroppo non riesco a separare l’aspetto artistico da quello umano. Mi spiace ma sono fatto così. Continuerò ad apprezzarla…a distanza senza però spendere soldi per andarla a sentire.

Manrico era il marito della Netrebko, Yusif Eyvazov. Il timbro non è accattivante ma canta tutto e bene. Canta due volte la fatidica “pira” (tutte le cabalette a onor del vero sono state raddoppiate) con due puntature al Do come niente fosse, oltre al Do finale di tradizione. Diciamo, come è successo in tanti casi, che se non fosse suo marito avrebbe forse fatto della gran provincia ma…si sa bene come vanno queste cose…così!

Luca Salsi, uno dei baritoni italiani più gettonati del momento, arriva stremato al termine della cabaletta e mostra segni di stanchezza vocale anche nell’aria e nel duetto con Leonora. Non è la prima volta che ho questa impressione. Tre produzioni alla Scala la prossima stagione. Non è che canta troppo?

Nel ruolo di Azucena, ruolo forse tra i più riusciti ed amati da Verdi, il mezzosoprano Dolora Zajick (o Dolora Z…così si firma!). L’età si fa sentire, i centri si sono affievoliti, ma dove c’è da svettare in acuto e affondare nel grave la ritrovo tutta. Il personaggio, forse uno di quelli che lei ha cantato di più, è ben caratterizzato e, alla fine, si porta via un bel successo personale.

Bella sorpresa il Ferrando di Riccardo Fassi. Bel timbro, ottima proiezione, agilità (che sono scomode nella sua aria) perfette, sicuro in tutti i registri. Mi documenterò.

Adeguate le parti di fianco. Ottima prestazione del coro diretto da Vito Lombardi. Affettuosa nei confronti dei cantanti la direzione di Pier Giorgio Morandi. Come ho detto prima, l’opera all’aperto non permette di valutare colori, finezze e simili. Ci si accontenta dell’esistenza dell’assieme.

Che dire dello spettacolo di Zeffirelli? Una gioia per gli occhi. Dettagli, particolari, tutto il suo mondo. Come ho scritto in un post su FB: lui passerà alla storia. La robaccia che i falsi intellettuali ci passano adesso finirà “alla Foce” (per i non genovesi dove convogliano le fogne della città) dopo essere passata per il cesso. Non abbiamo e, se tanto mi da tanto, non avremo più spettacoli come questo.

Solita nota polemica. Pubblico indisciplinato. Le persone che erano davanti a noi erano per caso. Zittiti più volte perché parlavano. Uno leggeva la trama sul cellulare…no words! Prossima Arena il 1 agosto. La Traviata con Lisette Oropesa.

Milano La Scala Verdi I Masnadieri 24 Giugno 2019

Nonostante questo sia un periodo pieno di impegni lavorativi legati al conservatorio non potevo perdermi questa doppia occasione: ascoltare in teatro un opera che conosco poco e risentire dopo la splendida Isabelle in Robert le Diable di Bruxelles il soprano Lisette Oropesa in un ruolo verdiano (Amalia), cosa che ha fatto arricciare non poco il naso ai soliti “melomani competenti” molti dei quali non sanno che Verdi aveva scritto questa parte per Jenny Lind detta L’Usignolo di Svezia che, presumibilmente, aveva proprio le caratteristiche della Oropesa. Ricordo di averle chiesto a Bruxelles se non aveva paura di debuttare alla Scala con Verdi ma mi rispose dicendomi esattamente quanto ho scritto sopra. La Oropesa ci ha regalato una serata da sogno. Già dalla sua prima aria, che lei scherzando ha paragonato a Porgi amor delle Nozze relativamente alla difficoltà di “entrare” a freddo con un’aria così scoperta, ha confermato in me l’impressione avuta in Belgio. La sua voce ha una proiezione eccezionale. Io ero in seconda galleria e, quando cantava, mi sembrava di averla a due centimetri di distanza. La sua voce è “colorata”. Ogni frase, ogni parola sono sottolineate da un accento che caratterizza il personaggio nella sua essenza. Inutile dire che la coloratura è strepitosa e, come quella della Gruberova, non fine a se stessa ma sempre al servizio dell’espressione! Mi ha commosso. Andrò a Verona per la sua prima recita di Traviata il primo Agosto e sono certo che renderà piena giustizia a questo ruolo tanto spesso bistrattato. La persona è semplicemente adorabile, semplice e comunicativa. Ormai viviamo un’epoca di anti-dive ma il divertente che gli atteggiamenti divistici li hanno spesso cantanti che non se lo potrebbero permettere! Viva cantanti come lei, come Pretty, come Sabine, come Klára, come Yolanda che parlano con i loro ammiratori e li trattano con affetto perché sanno che sono li per loro.

Grande recita anche per Fabio Sartori (Carlo Moor) che considero uno dei tenori italiani che più rendono giustizia a questo repertorio. Ricordo un recente Trovatore da Liegi seguito in streaming dove fu un Manrico strepitoso. Una vera voce per Verdi. Ricordo di aver cantato con lui tanti (ma tanti!) anni fa in una produzione di Don Carlo a Bologna dove io cantavo un piccolo ruolo e lui era il titolo. E’ rimasto la stessa persona gentile e semplice di allora.

Brutte notizie sul versante baritonale. Massimo Cavalletti (Francesco Moor) mostra di avere un materiale vocale…solo quello. Gioca costantemente a “cerca la posizione”, sembra di non sapere dove mettere la voce. Vocali in mille posizioni diverse e si unisca al tutto una musicalità grezza, non rifinita. Ho saputo che alla prima è stato “legnato”. Meno male che ancora qualcuno che “sente” in giro c’è. Unico mio interrogativo è perché lo si trova ovunque, in tutti i teatri più importanti del mondo ma…come scritto tante volte “Le vie della Lirica sono…infinite”!

Maiuscola la prova di Michele Pertusi nel ruolo del vecchio Massimiliano. Fraseggio, legato, qualità che questo cantante mostra sempre ad ogni sua esibizione. Bravo!

Tra i ruoli minori si distingue il basso Alessandro Spina nel ruolo del Monaco Moser. Finalmente tra i giovani una voce di vero basso.

Ottima la prestazione del Coro della Scala diretto da Bruno Casoni e ottima la direzione di Michele Mariotti che io considero uno dei migliori direttori della sua generazione. Mi meraviglio che alla prima sia stato “beccato” dal pubblico. Io ho trovato un’orchestra pulita, piena di colori e un’aderenza allo stile del primo Verdi adeguata. Masnadieri è un’opera molto difficile e, pur appartenendo a questo periodo, non ha proprio le caratteristiche che possiamo ascoltare nelle altre opere coeve. Per questo trovo il lavoro fatto da Mariotti assolutamente apprezzabile.

Lo spettacolo di David McVicar non disturbava…e per me è già tanto con la robaccia vista ultimamente! Trovo noioso e pesante l’uso costante di comparse (uomini) che zompano da tutte le parti, rovesciano panche ecc. e addirittura fanno la doccia nude (per la gioia delle melosfrante munite di mega binocolo!). Per il resto rispetto dell’argomento e una figura vagante tutto il tempo che prende appunti (Schiller forse?). Belli i costumi di Brigitte Reiffenstuel. Globalmente una bella serata, che mi spinge ad un approfondimento musicale sull’opera. Next!

Lisette Oropesa

Milano La Scala 16 Giugno 2019 Liederabend con Günther Groissböck

Quale modo migliore per festeggiare il mio compleanno? Un concerto alla Scala con uno dei migliori bassi della sua generazione ed uno dei miei preferiti: Günther Groissböck.

Programma molto interessante che vedeva una parte “tedesca” ed una “russa”.

Groissböck è un cantante austriaco ormai affermato e presente su tutti i palcoscenici internazionali. Noto interprete wagneriano e straussiano (notevole Ochs nel Rosenkavalier) si sta ultimamente avvicinando al repertorio italiano.

Ieri sera ha confermato le sue straordinarie doti vocali: totale dominio della gamma dagli estremi gravi pieni e sonori ad acuti luminosi e sicuri. Il tutto unito a qualità interpretative non comuni.

Nella prima parte ha affrontato i Vier erste Gesänge di Brahms con la giusta intensità che i testi richiedono e, a seguire, i Liederkreis op.39 di Schumann che ha interpretato imprimendo alla sua “affettuosa” interpretazione una giusta vena malinconica.

Nella seconda parte ha eseguito una serie di canti di Tchajkowskij e di Rachmaninov. Mi è sembrato molto a suo agio con la pronuncia e in ognuno di questi canti ha impresso una cifra interpretativa veramente notevole.

A suo supporto il pianista Gerold Huber, noto accompagnatore di famosi cantanti nel repertorio liederistico ed insegnante di “Accompagnamento di Lieder” a Würzburg, ha ben assecondato e sostenuto le intenzioni interpretative di Groissböck dimostrando una padronanza totale del repertorio.

Groissböck mi è parso molto emozionato nel trovarsi alla Scala dove peraltro ha già cantato in una serata che quasta volta era completamente “sua”! A richiesta di bis da parte di un pubblico non numerosissimo ma partecipe ha scherzato dicendo che normalmente canta “Core Ingrato” ma che la sede non gli sembrava opportuna (!). Ha così spiazzato tutti annunciando il suo debutto al Met fra due anni nelle due versioni del verdiano Don Carlo (francese e italiana), cantando per noi il Monologo di Filippo (versione italiana). Ottima pronuncia e forse ancora un po’ di tempo per trovare  una paletta di colori più varia ma assolutamente apprezzabile già adesso! A seguire un  straordinaria interpretazione di Erlkönig di Schubert, lied da me prediletto per una serie di motivi legati alla mia vita personale (chi conosce il testo e conosce me sa a cosa mi riferisco) facendomi uscire dal teatro in lacrime.

Sempre simpatico e alla mano ieri sera era con la famiglia così abbiamo conosciuto la mitica figlioletta che non vuole parlare in tedesco ma solo in italiano (la mamma è svizzera ticinese) della quale sempre mi racconta! Mi piacerebbe il prossimo anno assistere al suo debutto in Wotan a Bayreuth in una nuova produzione del Ring wagneriano…chissà?

 

Milano La Scala 31 Maggio 2019 Korngold Die Tode Stadt

Scrivo ancora stordito dall’effetto che questa composizione mi ha provocato! Non mi stanco mai, comunque, nel dire che quello che scrivo è il frutto di considerazioni assolutamente personali. La figura del critico non è di mia competenza: la lascio a quelli che oggi credono di esserlo…troppi, e quasi sempre a sproposito  (!). La Scala, nella programmazione non proprio allettante del 2018/2019, offre la possibilità di ascoltare quest’opera che all’estero si trova regolarmente nei vari cartelloni e in Italia, ovviamente, è rappresentata con il contagocce (l’importante è che da noi le stagioni si riempiano di Rigoletti, Traviate e Boheme di serie C!). Non mi sono fatto scappare l’occasione allettato anche dal cast previsto. Ho sempre sentito parlare di quest’opera ma non avevo mai “approfondito” se non ascoltandone alcuni brani come il Lied di Marietta. Affascinato da questa musica e dall’argomento di quest’opera aspettavo appunto l’occasione per poter, dal vivo, apprezzarla nella sua totalità. A precedere la rappresentazione l’interessante presentazione di Franco Pulcini in uno dei foyer del teatro. Erich Wolfgang Korngold. Questo compositore austriaco, figlio di un noto critico musicale, fu bambino prodigio ed apprezzato anche da Mahler. Raggiunta la fama fu costretto, essendo di origine ebrea, a fuggire negli Stati Uniti quando ci fu l’ annessione dell’Austria alla Germania e in patria fu proibita la rappresentazione della sua opera; negli States lasciò la composizione operistica e si dedicò alla musica da film per la quale vinse anche due premi Oscar. “Die Tode Stadt” è un’opera del 1920. A seguire, nel giro dei pochi anni ci fu un netto cambiamento nella tecnica compositiva di conseguenza se Puccini, vista una sua partitura, lo indicò come “la giusta strada per un futuro dell’opera” fu invece sminuito dalla critica e considerato compositore di un passato che non doveva o poteva più esistere. Nella sua musica troviamo tracce di un suo recente passato: Wagner, Puccini, Strauss ma con un tocco personale. Devo dire che, anche grazie ad un’esecuzione straordinaria, nonostante la ormai proverbiale scomodità dei posti di galleria anche se di prima fila, sono rimasto incollato al mio posto totalmente conquistato dalla sua musica. E’ stata quindi una serata sicuramente indimenticabile.

Parto con lo spettacolo. Graham Vick, considerato oggi un “genio” delle regie d’opera, sa sicuramente quello che fa. E’ chiaro che non c’è nulla lasciato al caso o alla becera improvvisazione. Lo spettacolo (moderno ovviamente) non tradisce la storia originale anche se non condivido l’ambientazione da Salon Kitty e la processione dell’ultimo atto vista come un trionfo del nazismo (donne deportate con valigia prese a calci dai soldati ecc…). Sono cose già viste e riviste. Concediamo la citazione forse legata alla vita personale del compositore. In ogni caso, come ho già scritto, l’argomento dell’opera è totalmente rispettato…e oggi è già tanto!

Il titolo dell’opera, “La Città Morta” è relativo all’ambientazione. Bruges fu così definita quando il canale che poteva raggiungere il mare si trasformò in un acquitrino interrompendo così la grande attività commerciale della città. In questo cupo clima si dipana la storia di Paul, un vedovo che vive nel ricordo della moglie morta in compagnia di un’anziana governante e trasforma la sua casa in una sorta di mausoleo contenente oggetti appartenuti alla moglie defunta compresa una treccia dei suoi capelli. Un giorno incontra Marietta, una ballerina. In lei rivede, data la straordinaria somiglianza, la moglie; riempie la casa di fiori, la invita ad un incontro e la prega di cantare porgendole il liuto della moglie e avvolgendola con una sua sciarpa di seta. L’amico Frank lo mette in guardia da una possibile delusione. Da li in poi vive tutto come in un sogno. Marietta si trasforma in una donna volgare dedita al piacere. Lo fa assistere alle prove del balletto con la compagnia di guitti con cui lavorava (ricorda un po’ “in brutto” Zerbinetta e le Maschere nell’Ariadne straussiana). Frank si trasforma in Pierrot (gli viene affidata un’aria stupenda).Marietta provoca Paul fino all’irreparabile. Lui si pente di aver ceduto ma lei, prima gli chiede di poter assistere dalle finestre della sua casa alla grande processione di Bruges (cosa che lui le impedisce non volendo che la gente la veda in casa sua), poi lo dileggia definitivamente oltraggiando la reliquia più preziosa: la treccia di capelli. Con la stessa treccia lui la strangola ma…subito dopo si risveglia dal sogno. Marietta non c’è più, anzi, arriva la Governante che lo informa che la signora che si era da poco congedata (Marietta) era tornata indietro perché aveva dimenticato l’ombrello e le rose che lui le aveva regalato. Questo sogno lo risveglia dal torpore nel quale era vissuto fino a quel momento e, invitato dall’amico Frank, lascia definitivamente Bruges andando incontro ad una nuova vita. Il libretto scritto da Korngold stesso e da suo padre che si firma con lo pseudonimo di Paul Schott (mettendo insieme il nome del protagonista dell’opera ed il nome di una nota casa editrice) si basa sul romanzo di Georges Rodenbach ed alla pièce teatrale che ne fu tratta. Nel lavoro teatrale però quello che vive Paul non è un sogno ma realtà quindi si conclude con l’uccisione di Marietta. Korngold preferisce il finale originale tanto che la prima dell’opera era annunciata con il titolo “Il trionfo della vita”. Cambiò poi idea pensando che con quel titolo avrebbe anticipato il finale.

Il Cast. Forse è difficile oggi trovare due protagonisti così straordinari quindi mi ritengo fortunato nell’averli potuti ascoltare. Nel ruolo di Paul il tenore Klaus Florian Vogt, apprezzato cantante wagneriano e celebrato Lohengrin mi ha veramente incantato per bellezza di timbro, varietà di colori e presenza vocale, cosa questa che non avrei immaginato dalle registrazioni ascoltate.

Nel ruolo di Marietta/Maria, Asmik Grigorian. Una sola parola per definire la sua interpretazione: straordinaria! Rara bellezza timbrica e totale dominio del ruolo sia dal punto di vista vocale che interpretativo (si tenga conto che il suo ruolo e quello del tenore presentano una scrittura vocale al limite della resistenza fisica!). Attrice straordinaria. Lei stessa in un’intervista concessa durante le prove definisce questo ruolo molto più difficile e complesso della Salome straussiana da lei eseguita con esito trionfale al Festival di Salisburgo dello scorso anno. Mi terrorizza un po’ l’idea relativa al suo debutto in Norma al Theater an der Wien la prossima stagione ma, anche in questo caso, viene da lei considerata una sfida. Ieri sera le ho chiesto: “Ma è sicura…?”. Mi ha sorriso ed ha sbarrato gli occhi con un minimo di preoccupazione ma mi pare che la determinazione in  questa giovane cantante sia molto forte. Figlia d’arte, ha iniziato a cantare giovanissima e, a trent’anni si è ritrovata con problemi alla voce. Senza perdersi d’animo è ripartita da zero arrivando ai risultati di oggi. Parla volentieri di questo suo problema perché pensa che sia un messaggio da trasmettere ai giovani: “Non pretendete tutto subito. Non bruciate le tappe. Il canto ha bisogno di “sicurezze” tecniche”. Questo dimostra grande intelligenza. 

Nel ruolo di Frank/Pierrot il baritono Markus Werba. Personalmente continuo a pensare che sia un cantante sopravvalutato ma, in questa occasione, mi ha convinto di più, soprattutto per l’esecuzione dell’aria di Pierrot del secondo atto.

Ottimi tutti gli altri interpreti, dal mezzosoprano Cristina Damian che impersonava Brigitta, la Governante a Sacha Emanuel Kramer (Gaston), Marika Spadafino (Juliette), Daria Cherny (Lucienne), Sergei Ababkin (Victorin) e Hwan An (una voce nel quintetto).

Ottima e precisa la direzione di Alan Gilbert a capo di un’orchestra sempre all’altezza (quando le situazioni lo richiedono!). Così la prestazione del Coro e del Coro di Voci bianche.

Solito appunto polemico. Una totale ed ingestibile situazione di rumori e simili durante l’opera (non gestita dalle nuove maschere “ce l’ho solo io”!). Costo del programma 15 euro (in proporzione più del costo del biglietto!): raggiungo la mia angusta postazione e mi accorgo che era privo della locandina della serata. Torno indietro e mi viene fornita come se avessi chiesto il portafoglio. Altra nota dolente un gruppo di melomani (liguri purtroppo) che, all’uscita degli artisti, non si accontentano di un autografo ma pretendono un “reportage” fotografico. Uno in particolare avrà fatto con la povera e gentile Asmik una quindicina di foto in pose diverse (ma che te ne fai?) monopolizzando la situazione e non capendo che dopo una fatica del genere un cantante, anche se il rito degli autografi è un dovere, ha pure il diritto di andare a riposare! Giuro che, se quello delle foto me lo ritrovo un’altra volta lo abbatto. Alla prossima!

Klaus Florian Vogt

Asmik Grigorian

Deutsche Oper Berlin 19 Maggio 2019 Triste storia di una tristissima Sonnambula!

Antefatto. Lo scorso anno, insieme al mio compagno di venture (o sventure) operistiche Guido Palmieri compriamo i biglietti per assistere all’importante debutto in forma scenica nel ruolo di Amina di Pretty Yende. Io ero già un tantino perplesso perché esattamente una settimana prima chiudeva il suo debutto ufficiale nel ruolo con tre recite in forma di concerto a Zurigo. Pensavo: è brava e coraggiosa ma…”entrare” in una produzione che non conosceva in pochi giorni poteva essere rischioso. Altro motivo di interesse di questa produzione era la presenza del tenore Lawrence Brownlee che era con lei anche a Zurigo. Partono foto con flebo e post da Zurigo dove Pretty dice di non star bene e Guido, con un’intuizione memorabile, decide di andare anche a Zurigo. Recita strepitosa ma il dubbio in me rimane tanto che Pretty mi manda un video scherzoso dove mi rassicura circa la sua presenza a Berlino. Dopo due giorni annuncia la cancellazione per il persistere della sua indisposizione. E, per chiudere con questo argomento, io spero in realtà che Pretty stia benissimo ma non se la sia sentita di finire in quel “precipizio visivo” al quale ho assistito stasera!

Parto proprio da questo. Lo spettacolo a cui abbiamo assistito è un oltraggio nei confronti del pubblico, anche quello più indifferente ma soprattutto è un oltraggio nei confronti della musica di Bellini. Fine di tutta la poesia che la sua musica ci dona. Gags becere che, in confronto, il più bieco avanspettacolo è serio teatro di prosa. La scena è costituita da quella che forse è una stamberga con tavolacci e panche da Oktoberfest che vengono montate e smontate in continuazione. Chiuse vanno a formare una sorta di parquet sul quale i poveri cantanti si muovono con il rischio di cadere. Armadi di diverso stile alle pareti e illuminazione terribile (questo lo potete vedere dalla prima foto pubblicata). Lisa si accende una sigaretta durante la prima aria e, dalla rabbia per aver perso Elvino, se la spegne su un braccio!Amina è visibilmente incinta fin dall’inizio della storia e, durante il duetto con Elvino, infastidita dalle sue avances, gli sferra una ginocchiata nelle palle da fargliele arrivare in gola (quanta poesia!)…ma il bello deve ancora venire. Cosa credete che faccia Amina nella sua scena finale? Abortisce in scena e la madre raccoglie il piccolo feto in un asciugamano e lo porta via in un secchio!!! La povera viene svegliata ma ormai sono tutti tristi e la scoppiettante cabaletta “Ah, non giunge” viene eseguita fra la mestizia generale. Avevo già assistito ad un parto in scena (assurdo anche quello) nella Ariadne auf Naxos ad Aix en Provence ma l’aborto mi mancava! Potrei proseguire ma mi fermo qui per quel senso di decenza che mi rimane.

Vero trionfatore della serata il tenore statunitense Lawrence Brownlee. Unico ad aver capito cos’è il Belcanto italiano. Legato perfetto. Cadenze in stile. Acuti e sopracuti di una facilità sorprendente! Da serio professionista si è gettato in quest’inferno rendendo (come la regia voleva) il suo Elvino ancora più “pirla” del giusto…premetto che per me Elvino rientra nella categoria dei tenori pirla. Come fa uno ad essere fidanzato con una (Lisa) che molla per Amina che molla a sua volta poi riprende Lisa e alla fine si convince e torna con Amina…se non è pirla cos’è? Lawrence è eccezionale anche in quello!

Brava e con buone intenzioni e capacità belcantistiche il soprano australiano Alexandra Hutton che esegue integralmente il ruolo (a questo proposito devo dire che è la prima volta che sento l’opera senza tagli). Anche lei “chiusa” in un ruolo subrettistico, che di romantico aveva poco, tra l’Adele del Fledermaus e la Cunegonde di Candide.

Molto brava Helene Schneiderman quale Teresa.

Note più dolenti dal basso Ante Jerkunica (ma dove li pescano?). Voce che sembra provenire da un megafono e interpretazione vocale e scenica inesistente (questo forse grazie anche alla sciagurata regia).

Veniamo ad Amina. Il compito ingrato di sostituire l’attesa Pretty Yende è toccato alla russa Venera Gimadieva che già era presente nelle recite di gennaio scorso. Questa cantante da tempo la possiamo trovare su tutti i palcoscenici importanti d’Europa e oltre. Perché mi chiedo? Il timbro è sgradevole. La tecnica è inadeguata per questo repertorio. L’agilità è assai imprecisa. Nelle quartine di sedicesimo della prima cabaletta su quattro note ne eseguiva a malapena due facendo un minestrone del tutto. Non si capisce una parola di quello che dice. Spesso crescente d’intonazione. L’ascolto dal vivo ha confermato l’impressione avuta dalle registrazioni ascoltate. Aggiungi un’impressionante somiglianza con Paola Cortellesi (unica cosa che mi ha fatto divertire!).

Notare nella foto il sangue dell’aborto avvenuto!

Molto buone le prove dell’orchestra e del coro della Deutsche Oper sotto la guida di un giovane e molto attento Stephan Zilias.

Non cito volutamente i nomi degli infami che hanno creato questa spazzatura. D’ora in avanti o sono certo di quello che vado a vedere o solo opere in forma di concerto!!! Alla prossima e auguri di pronta ripresa a Pretty!

Novara Teatro Coccia 3 Maggio 2019 La Traviata, Klàra in Italia!

Ci sono due opere che non amo particolarmente (non chiedetemi il perché, perché non so darvi una spiegazione): una è La Traviata e l’altra è Madama Butterfly. Ci dev’essere un motivo particolare quindi se “mi muovo” per ascoltare una di queste due opere. In questo caso la presenza in Italia di una cantante che amo molto, Klàra Kolonits della quale ho già scritto in passato. Per poterla sentire in teatro, sono “emigrato” fino a Budapest, sua città di origine.

Parto subito da lei. Conoscendo bene le sue capacità a livello tecnico e la sua facilità nel canto di coloratura sapevo che non avrei avuto sorprese nell’esecuzione della grande aria e così è stato, chiusa tra l’altro con un Mib sopracuto emesso con una facilità che sempre mi sorprende e mi esalta. Quello che mi ha lasciato senza fiato è stato tutto quello che è venuto dopo e tutto in crescendo! Come tutti ben sanno, il luogo comune recita che, per questo ruolo ci vorrebbero “più soprani” messi insieme perché normalmente chi risolve il primo atto con la leggerezza che la scrittura richiede se la deve poi vedere con la drammaticità degli altri due e viceversa. La vocalità di Klàra è l’ideale per tutto questo ma il grado d’intensità che raggiunge nell’ultimo atto è addirittura sorprendente ed emozionante. Tutto ciò è stato esaltato dalla visione del regista Renato Bonajuto che vede Violetta totalmente sola ad immaginare solamente il ritorno di Alfredo e degli altri personaggi. Tornando a Klàra che dire? Ho capito che questo personaggio per lei è molto importante. Lo vive nota per nota, frase per frase. Crea una Violetta reale, cosciente della sua malattia ma non per questo mancante della voglia di vivere. Anche nel duetto con Germont padre si mostra determinata e mai “piagnucolosa” regalandoci un “Dite alla giovine” di una semplicità disarmante e privo dei soliti “orpelli vocali”. Il miracolo lo compie con l’ultimo atto: esegue le due strofe dell'”Addio del passato” come poche volte mi è capitato di ascoltare e così tutto quello che viene dopo. Nella sua Violetta c’è tutto: vocalità, musicalità, interpretazione e tanti ma tanti colori. Io aspetto sempre al varco i soprani che cantano questo ruolo alla frase “Ma se tornando non mi hai salvato…”, frase che io considero l’essenza dell’opera: ieri sera Klàra mi ha “ucciso”! Lacrime a non finire (questo è il segno che mi fa pensare a qualcosa di eccezionale!). Posso senz’ombra di dubbio affermare che di tante Violette da me ascoltate e vissute in teatro, la sua rientra tra le più grandi insieme a quella di Edita Gruberova e quella di Yolanda Auyanet. Brava Klàra e che questa tua esibizione italiana sia la prima di tante altre future. Con tutto il mio cuore!

Il resto del cast non vede nulla di particolarmente eccezionale ma anche nulla di censurabile (a parte l’incidente nella scena della partita a carte dove, per la mancanza di una frase, nessuno ha più cantato creando un vuoto surreale. Come diceva il mio grande Maestro (con la M maiuscola!) Tristano Illersberg: “Negli insiemi devi conoscere le frasi di tutti perché ti ritroverai sempre qualche imbecille che se ne dimentica qualcuna. Solo in questo modo potrai andare avanti” Grande scuola!!!

Alfredo era il tenore Danilo Formaggia che ha avuto il merito di sostituire “last minute” gli altri due (!) tenori ammalati. Ah…la mezza stagione cosa non combina!

Molto interessante la vocalità del giovane baritono Alessandro Luongo anche se la sua visione vocale-interpretativa del ruolo non offre nulla di non scontato. Troppo stentoreo e monocorde come a voler dimostrare a tutti i costi di avere una voce. Non basta.

Puntuali ma nulla di più tutti gli altri. Mi sento di nominare solo Carlotta Vichi quale Flora spigliata e vocalmente presente.

Arrivo all’altro elemento importante della serata, il direttore Matteo Beltrami. Ogni volta che sento un’opera diretta da lui trovo sempre qualche sorpresa. Mi spiego meglio. Spesso, le opere di grande repertorio vengono eseguite con una sorta di routine che non lascia alcun segno nell’ascoltatore. Con lui non è mai così. Il suo lavoro di approfondimento sulla partitura è sempre evidente. Anche ieri sera ho assistito alla sottolineatura di frasi che spesso possono passare inosservate. Lavora sempre “con” i cantanti senza metterli in difficoltà. Il suono dell’orchestra è sempre pulito. Bello e sicuro il gesto (cosa che ho potuto verificare ed apprezzare anche “dall’altra parte” avendo cantato anni fa proprio in una Traviata con lui). Auguro a questo giovane direttore una carriera sempre in crescita perché lo merita! Non fatemi fare nomi di direttori/ciofeche che lavorano per motivi che non hanno nulla a che fare con la musica ma con la politica (uno in particolare) e forse con altri “meriti”! Molto buona la prestazione del coro.

Ho assistito alla presentazione dell’opera prima della recita da parte del regista Renato Bonajuto. L’azione è spostata negli anni Sessanta del Novecento con il suo relativo boom economico e, nella scenografia viene fatto un omaggio alla città di Novara ed al Teatro Coccia stesso. Ormai sono abituato a questo tipo di operazioni ma, in questo caso, fortunatamente, nulla della storia viene stravolto. Molto suggestivo l’ultimo atto dove l’unica illuminata è Violetta la quale, in preda ad allucinazioni, “immagina” il ritorno sperato di Alfredo: cosa che non avverrà mai. Violetta morirà sola come forse “sola” è stata in tutta la sua disperata vita.

Cronaca di una bella serata e del debutto nell’opera di Klàra in italia. Felice di esserci stato! Alla prossima.

Non ho potuto fare una fotografia con Klára perché le quinte del palcoscenico, dove l’ho incontrata, erano troppo buie. Ripropongo questa fatta a Budapest in occasione della sua memorabile Lucia che molto gentilmente mi ha firmato a ricordo della serata!